Pearl Jam: recensione di Gigaton

Tornano i Pearl Jam con l'attesissimo Gigaton e con una nuova verve compositiva

pearl jam gigaton river cross
- Credits: Pearl Jam / Wikipedia / Lugnuts

La band, trascinata da un Eddie Vedder in ottima forma, tenta la via del restyle ma senza osare.

L’undicesimo album in studio dei Pearl Jam nasce da subito come una sfida. La filosofia della band intorno alla composizione delle 12 tracce è stata chiara: “nessuna regola, solo ispirazione”. A conti fatti l’idea di fondo la si può trovare in Gigaton pur restando ben ancorati ai canoni classici che la band di Seattle ha strutturato nel corso dei decenni.

Dopo il singolo Dance of Clairvoyants ci si aspettava una vera e propria trasformazione a 360° per questo nuovo album che però, in realtà, non c’è stata. Perché il primo singolo estratto è una parentesi funk/synth che si distanzia molto dal resto del disco. Molto probabilmente, oltre alla freschezza e alla grandissima ispirazione canora di Vedder, risulta la migliore traccia dell’album. Andiamo però con ordine, perché Gigaton è su un livello nettamente superiore rispetto a Lightning Bolt.

Un album maturo che fonde alla perfezione il classico rock della band alle loro immortali ballate.

Il disco si divide in due parti. Nella prima troviamo una volontà più netta di innovare e cercare qualcosa di nuovo mentre nella seconda ci possiamo abbandonare a sonorità più classiche. Pur cercando nuove strade e metodi di composizione il disco resta senza alcun dubbio un lavoro dei Pearl Jam che farà impazzire i vecchi fan dal primo all’ultimo secondo. La personalità e il timbro della band non vengono quindi minimamente scalfiti, anzi vengono risaltati molto spesso rendendo Gigaton un nuovo inizio.

Who Ever Said apre le scene con il più classico rock che la band ci ha abituati ad ascoltare ma a metà canzone tutto cambia e la nuova veste si lega perfettamente lasciandoci di fronte a un bellissimo crescendo che si chiude nel ritornello. La prima parte del disco prenderà spunto proprio da Who Ever Said, cercare nuove soluzioni senza scordarsi del passato.

Un legame compositivo tra musicale e concettuale.

Nel disco non mancano le aspre frecciate verso l’attuale presidente USA Donald Trump. Vedder e compagni infatti gli donano più di una strofa all’interno di Gigaton e senza mai girarci troppo intorno con accuse e aggettivi. Nel disco i Pearl Jam cercano di donare agli ascoltatori sia una critica sociale ben strutturata che una nuova speranza. Musicalmente hanno cercato di ricalcare lo stesso concept, guardare al futuro e all’innovazione ma stando attenti al passato.

Come già anticipato, Dance of Clairvoyants è la traccia più innovativa dell’album e, probabilmente, dell’intera carriera del gruppo. A livello compositivo sfiora la perfezione tra inserimenti musicali e vocali portando la voce di Vedder a soluzioni totalmente nuove che vengono arricchite con effetti che ammorbidiscono il tutto con lunghi riverberi. La svolta dance rock è una vera e propria sorpresa che porta questo singolo tra i brani più belli dell’intera discografia dei Pearl Jam.

Rock e ballate, il binomio perfetto per la band.

Gigaton si esprime molto bene in entrambi i casi. Canzoni come Superblood Wolfmoon, Quick Escape, Never Destination e Take the Long Way danno forza e potenza al disco con ottime soluzioni rock che si differenziano però molto tra esse. Uno dei lati positivi di questo nuovo disco è proprio questo, ogni canzone ha una propria identità e un guizzo compositivo ben definito. Alright e Seven O’Clock danno respiro alla prima parte del disco con due grandissime ballate. La prima viene impreziosita da un ridondante synth e chitarre dagli effetti riverberati mentre la seconda più lineare e arricchita da archi.

La chiusura del disco viene affidata a quattro canzoni più contemplative, in pieno stile Vedder degli ultimi anni. Buckle Up è la più ritmata, con interessanti cori e chitarre ridondanti, è l’approccio perfetto per i brani a seguito. Come Then Goes ci porta di fronte a un fuoco posto di fronte a un grande albero in cima a una collina delle praterie americane. La chitarra acustica e i cori rafforzano la malinconia intrinseca del brano. Retrograde torna alla classicità delle ballate di stampo Pearl Jam ma riesce a lasciare il segno con un finale che entra direttamente nelle ossa. La chiusura del disco è affidata alla bellissima River Cross. La voce di Vedder ci porta in mezzo al mare, in una tempesta che ci lascia soli alla deriva. Al suo interno un grido di rabbia, una critica sociale e una promessa, una condivisione.

Pur sentendo la mancanza della vecchia grinta vocale di Vedder, il disco risulta maturo e strutturato in modo molto scrupoloso. Come un faro nei giorni più bui, i Pearl Jam cercano risposte e soluzioni con il nuovo Gigaton riuscendoci quasi su tutta la linea.

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