C’era una volta a Hollywood, spiegazione del finale

Analisi e spiegazione del controverso finale di C'era una volta a Hollywood, nono film del grande regista Quentin Tarantino

C'era una volta a Hollywood finale
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Il finale di C’era una volta a Hollywood ha lasciato perplessi, e spiazzati, numerosi spettatori. Eppure i tarantiniani dovrebbero ormai aver fatto il callo a questa “abitudine” di cambiare la Storia da parte del regista di Pulp Fiction.

Tale consuetudine narrativa è già stata analizzata, da chi scrive, in occasione della recensione di Bastardi senza gloria, in cui si esamina il piacere “vendicativo” nei confronti di alcuni fatti storici. Quentin Tarantino, attraverso la finzione filmica, mette in atto una soddisfazione, intesa nel senso duellistico del termine, che catarticamente porta ad una liberazione nei confronti dell’ineluttabilità dell’accaduto, che per definizione non può essere modificato se non tramite un intenso lavoro di fantasia.

Il fastidio o il disorientamento che molti spettatori possono provare dinanzi a tale operazione immaginativa è certamente figlia di due sensazioni: la prima è legata alla trasformazione della certezza in incertezza; siamo abituati infatti a concepire il passato come qualcosa di immutabile e, pertanto, una sua modifica, per quanto fantasiosa, fa crollare una convinzione granitica di cui necessitiamo per poterci muovere nel mondo. Il secondo motivo, invece, va ritrovato in un aspetto più concreto, vale a dire prettamente collegato al fatto storico preciso che si va a cambiare. Un’operazione di questo tipo potrebbe urtare la sensibilità di numerose persone coinvolte nell’accadimento preso in oggetto. Dobbiamo sempre pensare che spesso un avvenimento storico che a noi appare lontano, per molti, invece, è una ferita ancora aperta e lontana dall’essere risanata.

I casi precedenti al finale di C’era una volta a Hollywood

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A conferma del rischio descritto in questo secondo aspetto c’è la ricezione delle due opere precedenti a C’era una volta a Hollywood in cui Tarantino pone in essere un sostanziale rimaneggiamento della Storia: Bastardi senza gloria e Django. Ricordiamo, a titolo d’esempio, alcune ostili dichiarazioni da parte di alcuni esponenti della comunità ebraica in occasione della proiezione di Bastardi senza gloria in Israele:

Non andrò a veder­lo . Quando si rovescia la storia, rappresentando ebrei car­nefici e nazisti vittime, si com­mette un falso. Sia pure con la scusa dell’ironia. Ci sono stati ca­si di vendetta, ma pochissimi. Già noti. E ben diversi da come li racconta Tarantino. A lui inte­ressa solo mostrare la violenza di quell’epoca, per fare soldi: una speculazione che non mi piace. (Yehuda Bauer, storico della Shoah)

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Questo è revisionismo storico. Come ebreo, vi dico che nessuno della mia stirpe ha mai ammazzato i tedeschi. È succes­so il contrario. E l’unica vendetta possibile fu la fuga. (cittadino comune al quoti­diano israeliano Haaretz)

Anche se con opinioni prevalentemente opposte, il film ha scosso anche l’opinione pubblica tedesca con il risultato, prevedibile vista la legge, di aver eliminato tutte le svastiche presenti sulle locandine del film. Come potete notare, tali modifiche storiche possono urtare la sensibilità dei diretti interessati e scoperchiare un vaso di pandora pieno di risentimento e rabbia o comunque aprire un dibattito in cui le opinioni contrastanti la fanno da padrone.

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Altro esempio di come Tarantino abbia più di una volta scosso il proprio pubblico attraverso questa tendenza è sicuramente Django. Come ricorderete, il film con protagonista Jamie Foxx, è un revenge movie atto a “vendicare” la terribile pagina storica della schiavitù afroamericana. Anche allora non mancarono feroci polemiche, tra cui spicca sicuramente quella del noto regista e attivista Spike Lee:

La storia della schiavitù non è uno spaghetti western alla Sergio Leone. È stato un Olocausto, i miei antenati erano schiavi, rapiti dall’Africa. Io non andando a vedere il fim renderò loro omaggio.

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Serve altro per dimostrare come una tale operazione scuota sin dalle fodamenta l’opinione pubblica? Crediamo proprio di no.

Pertanto, nonostante l’argomento controverso e l’impossibilità di un’opinione che concili le varie posizioni, ci teniamo a porre l’accento sul “coraggio” di Quentin Tarantino nell’addossarsi un rischio del genere. Mostrare il fianco alle critiche in un mondo in cui tutti possono dire la propria e dove le persone e le comunità sono pronte a difendersi da qualsiasi rimaneggiamento della propria storia e tradizione non è cosa da poco. Ci vuole autostima, fiducia nei propri mezzi e convinzione nella bontà delle proprie intenzioni.

Tale atteggiamento ha raccolto i suoi frutti proprio in occasione di C’era una volta a Hollywood, in cui il totale cambiamento della storia originale è stato accolto positivamente dai diretti interessati ovvero le famiglie delle vittime, su tutte quella di Sharon Tate. I familiari della sfortunata attrice non solo hanno apprezzato il film ma si sono detti profondamente soddisfatti di come la Tate sia stata rappresentata sul grande schermo.

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Non è “storicamente” facile accettare che la brutalità dell’eccidio sia stata ritorta contro i carnefici né restare indifferenti dinanzi a un cambiamento così radicale dei fatti. La violenza brutale perpetrata quella fatidica notte del 9 agosto 1969 ha ormai assunto ruolo di monito e di condanna verso tutte le barbarie perpetrate dall’uomo contro l’uomo. Le sedici insane, malate, malvagie coltellate inferte ad una innocente e incinta Sharon Tate sono ormai simbolo di come la follia e la crudeltà possano distruggere non solo i familiari delle vittime ma anche un’intera comunità, nazione, continente gettando nel buio perpetuo numerose generazioni.

Allora perché accettare un finale del genere? Perché “perdonare” Tarantino? Perché nonostante abbiano dignità anche le opinioni frutto di indignazione e rifiuto del revisonismo storico è anche vero che esiste un’altra faccia della medaglia: la necessità della catarsi. Che questa si raggiunga tramite un complesso processo tangibile e reale o attraverso un volo di fantasia mediante un gioco favolistico della mente non importa, soprattutto se portatrice di tale liberazione è l’arte.

Quando si accendono le luci e il film è terminato la rabbia è confluita in un punching bag su schermo. L’adrenalina accumulata nell’attesa di un finale tristemente noto è sostituita da una liberazione inaspettata, ove ci si congeda (almeno per un momento) da malinconie e ire personali. E perché no, anche storiche.

Tarantino è come un bambino che vuol viaggiare nel tempo, riscoprire quel mondo perduto e cercare di sistemare le tristezze che, inevitabilmente, hanno macchiato un mondo illusoriamente incantato. Sta a voi accettarlo o meno.

A cura di Luca Varriale

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