C’era una volta a… Hollywood, la recensione dell’attesissimo nono film di Quentin Tarantino

C'era una volta a... Hollywood
C'era una volta a... Hollywood, la recensione

Si potrebbe iniziare, e anche concludere, semplicemente citando uno dei (tanti) personaggi più iconici della filmografia di Quentin Tarantino: Aldo Raine. Nello specifico, la battuta con cui Bastardi Senza Gloria viene chiuso, in cui il tenente ammazzanazisti riflette su quello che potrebbe essere il suo capolavoro. Di fatto, C’era una volta a…Hollywood potrebbe essere il capolavoro di Quentin Tarantino. Abbiamo sentito ripetere molte volte questo aggettivo assolutista associato al regista di Pulp Fiction. Ebbene, qui Tarantino riscrive quasi interamente la sua intera filmografia con un film che ci trascina nella Hollywood del 1969. Prima febbraio, poi agosto. E lo fa attraverso gli occhi di Rick Dalton (Leonardo DiCaprio) e Cliff Booth (Brad Pitt). Attore il primo e stunt-man il secondo, amici inseparabili. Due facce diverse della stessa medaglia, una star che sta per essere definitivamente accantonata dalle logiche dello star system e una figura che sta affondando insieme a lui.

Il primo che reagisce male, gettandosi nel pianto e nell’alcool, dopo che il suo agente gli propone di andare in Italia da Sergio Corbucci. Il secondo che la prende con filosofia e dignità, scarrozzando a destra e manca il suo amico che in cambio lo fa sopravvivere facendolo lavorare di tanto in tanto sui set dove è malvisto da chiunque. Sullo sfondo, le vicissitudini della Hollywood che stava per entrare negli anni ’70. Le feste a casa Refner, l’erba, gli hippy, la Famiglia di Charles Manson. Non rovineremo il film raccontando la trama nel dettaglio perché, si sa, Tarantino mette il suo anche nei film dove (si suppone) si racconta la realtà. Che permane per gran parte del tempo, al netto delle polemiche legate alla sequenza dove compare Bruce Lee.

C'era Una Volta a... Hollywood
C’era Una Volta a… Hollywood, la recensione: Margot Robbie nei panni di Sharon Tate.

C’era una volta a…Hollywood è un film che presta il suo fianco ad una serie di analisi quasi infinite. E che arriveranno col tempo, senza ombra di dubbio alcuno. Se visto con un piglio superficiale, potrebbe anche non piacere. Soprattutto se ci si aspetta il classico film tarantiniano, carico di sangue, botte, linee temporali sfasate e tutto quello che da sempre ha caratterizzato l’estetica e lo stile di Quentin Tarantino. Di fatto, ci troviamo di fronte ad un film che ben poco ha a che vedere con quanto visto da Le Iene a The Hateful Eight, se non negli ultimi, sanguinolenti minuti. In C’era una volta a…Hollywood, viene messa quindi in completa discussione tutta la filmografia di Tarantino e si entra in un mondo del tutto nuovo. E metacinematografico.

La realtà si mischia con il set in uno schiocco di dita. È un racconto, un documentario, è finzione. Il vero si mischia con la fantasia così come i generi si mescolano tra loro, senza soluzioni di continuità, e si approcciano ad una realtà varia e variopinta. Sublimi le prove attoriali di questo supercast, tanto nei protagonisti quanto nei comprimari. Nomi di tutto rispetto, in fin dei conti, come Kurt Russel, Emile Hirsch e Al Pacino. Attori di prim’ordine funzionali a costruire il discorso metacinematografico di un Tarantino che ci regala la sua idea di cinema attraverso una divisione di microuniversi che confluiscono in un unico universo. Si guarda al microcosmo in totale disfacimento di Dalton, si guarda alla totale distruzione della società stereotipata pre ’68, pre rivoluzione.

Cambia il mondo, cambiano le persone. E si riparte dunque da zero, in un gioco dialettico dove la sublimazione trova terreno fertile proprio in quella finzione da lui raccontata. Il cinema di serie B italiano per Dalton, gli spaghetti western, l’anno zero della società tutta, creato dagli hippy a piedi scalzi. Un mondo che quindi si sfalda e poco a poco rinasce. Ed è qui che la potenza del metacinema di Tarantino trova pieno compimento fino ad una violentissima chiosa finale. Perché non esistono rivoluzioni senza sangue versato. Anche se assistiamo a molti meno spargimenti, rispetto al passato.

C'era Una Volta a... Hollywood
C’era Una Volta a… Hollywood, la recensione: Brad Pitt e Leonardo DiCaprio.

La sofferenza fisica dei proiettili o delle katane, viene meno. Si entra in una sfera emotiva, riflessiva, come nella sequenza in cui DiCaprio racconta la storia del libro che sta leggendo ad una “collega” di set molto giovane. E scoppia nel primo pianto del film. Distruzione e ricostruzione, passaggi obbligati per ogni rinascita e per ogni (ri)partenza da zero. Assumendo de facto una valenza mitologico-fiabesca che possiamo intuire già dal titolo C’era una volta a…Hollywood, oltre che al classico omaggio a Sergio Leone.

Una finta realtà dove è il particolare a rendere tutto interamente speciale. Immancabili le citazioni, esplicite come quando Sharon Tate va a vedere al cinema il “suo” film con Dean Martin, The Wrecking Crew. Sullo sfondo, come l’iniziale locandina di The Giant con James Dean. Immancabile la perfetta colonna sonora originale di quei tempi, salvo verso la cover finale di California Dreamin’. Scelta non casuale che va a simboleggiare proprio il discorso dialettico del film.

Proprio quando C’era una volta a…Hollywood trova il suo perfetto finale in cui altro non si può fare che battere le mani. Perché gli oltre centosessanta minuti di C’era una volta a…Hollywood sono la risposta alla domanda “Cos’è il cinema per Quentin Tarantino?”. Un film che è un’aperta dichiarazione di amore a chi il cinema l’ha assaporato in ogni sua forma, da spettatore, da venditore, da creatore. E quindi, ritornando da dove si era partiti, ecco perché questo potrebbe essere il suo capolavoro.

Nota a margine: si consiglia vivamente di guardare il film, laddove sia possibile, nella versione in pellicola 35mm. Senza fare i figli incestuosi della nostalgia, certi colori li sa restituire solamente la cara e vecchia pellicola.