The Falcon and the Winter Soldier: Recensione della serie Marvel

La nostra recensione di The Falcon and The Winter Soldier, serie di Malcolm Spellman, che non riesce purtroppo a convincerci al 100%.

The Falcon and the Winter Soldier
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Dopo il successo esplosivo di WandaVision (qui la nostra analisi e la spiegazione della prima stagione) Marvel Studios rilancia con la serie che, prima della Pandemia, avrebbe dovuto effettivamente fare da apripista, inaugurando ufficialmente la quarta fase dell’MCU: The Falcon and the Winter Soldier.

A Marzo 2020 il creatore e showrunner Malcolm Spellman, il cast e la troupe si erano appena spostati da Atlanta, in Georgia, verso la Repubblica Ceca, quando la produzione è stata bruscamente interrotta dal Covid-19 e dal primo lockdown su scala mondiale.

The Falcon and the Winter Soldier, una mini serie concepita come un vero e proprio film da 6 ore complessive, era in effetti il progetto sviluppato in immediata continuità con la fine di Avengers : Endgame. In particolare, seguendo le vicissitudini di Sam Wilson e Bucky Barnes dopo il Blip.

Saranno le complesse vicissitudini produttive, o forse il confronto impietoso con la struttura e il linguaggio decisamente più innovativo di WandaVision, ma dopo che la piattaforma Disney Plus ha reso disponibile anche l’episodio finale, possiamo solo confermare le nostre perplessità.

Malcolm Spellman si è infatti imbarcato in un difficile doppio cambio di passo. Da un lato, il viaggio di formazione di Falcon rappresenta una sofferta riflessione sulla questione razziale, e la possibilità che il nuovo Captain America possa essere un afro-americano.

Al contempo, la serie muta progressivamente linguaggio in termini sia di forma che contenuto. Sposta il focus su un’idea di super-eroe decisamente umano, mentre la CGI e gli epici scontri di massa, che avevano definito l’estetica del Marvel Cinematic Universe, cedono il passo a una dimensione più intima.

Il corpo a corpo, lo scontro frontale tra due, tre o comunque pochissimi personaggi, caratterizzato dall’uso intensivo della steady-cam e della camera a mano. È questa la nuova dimensione della battaglia proposta da The Falcon and the Winter Soldier; ed è anche il tratto in assoluto più interessante della serie.

Lascia più perplessi, invece, la lunga serie di dialoghi e monologhi affidati a Sam Wilson, alias Anthony Mackie. Sicuramente un attore molto convincente sul piano dello scontro fisico, meno intenso in quei monologhi decisivi, che avrebbero dovuto descrivere la profondità dei suoi conflitti interiori.

O è forse “colpa” di una sceneggiatura troppo basic, troppo elementare per arrivare davvero al cuore di una problema tanto complesso, quale è la questione razziale in America? Prima di addentrarci nell’analisi della serie, i suoi punti deboli e i suoi punti di forza, ecco un breve riassunto spoiler free della trama.

The Falcon and the Winter Soldier: Trama (No Spoiler)

The Falcon and The Winter Soldier
Sebastian Stan ed Anthony Mackie sono i protagonisti della mini serie The Falcon and The Winter Soldier, ora disponibile su Disney+

La seconda serie che introduce la quarta fase del Marvel Cinematic Universe ci mostra anzitutto Falcon / Sam Wilson (Anthony Mackie) e il Soldato d’Inverno / Bucky Barnes (Sebastian Stan) di ritorno alla “vita reale” dopo il Blip, e dopo essere “scomparsi” per ben 5 anni.

Un ritorno decisamente complesso, che vede Sam alle prese con le difficoltà economiche di sua sorella e i suoi nipoti. Se Falcon deve elaborare la perdita dei suoi genitori, sia Sam che Bucky devono soprattutto imparare a reagire al vuoto lasciato dalla scomparsa di Captain America.

Cap era il migliore amico di Bucky, che ora avverte tutto il peso della sua estraneità dal mondo. Il senso di smarrimento e il senso di colpa di quello che era un ragazzo degli anni ”40, un soldato della Seconda Guerra Mondiale, ora alle prese con la complessità del mondo contemporaneo.

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Se Falcon aveva ricevuto lo scudo dalle stesse mani di Steve Rogers, aveva anche scelto di non accettare questa solenne investitura. Consapevole dell’altissimo valore simbolico di quell’oggetto, aveva scelto piuttosto di affidarlo ad un museo, dove potesse essere per sempre ricordata la storia degli Avengers.

Un nuovo giovane candidato, John Walker (Wyatt Russell), non si farà tanti scrupoli e coglierà piuttosto la palla al balzo, diventando il nuovo Captain America. Nel suo animo si agitano però una rabbia, una fame di rivalsa che non potrebbe essere più lontana dagli ideali, lo spirito e l’altruismo del Cap.

Rabbia, e un inarrestabile desiderio di rivalsa caratterizza anche il personaggio di Karli Morgenthau (Erin Kellyman) giovanissima leader della formazione anti-americana denominata Flag-Smashers.

Mossi da nobili ideali, riassunti nello slogan “One World. One people” (“Un mondo, un popolo”) i Flag-Smashers arriveranno a fronteggiare Falcon, il nuovo Cap e il Soldato d’Inverno in uno scontro che diventa sempre più radicale, e sempre più simile a una vera e propria guerra.

The Falcon and the Winter Soldier: Recensione della serie

Prima di essere momentaneamente liberato da Bucky, un altro personaggio essenziale della serie The Falcon e The Winter Soldier, il Barone Helmut Zemo (Daniel Brühl), sta leggendo nella sua cella un classico leggendario: Il Principe di Niccolò Machiavelli.

Edito nel lontano 1513, il più celebre testo del M per la prima volta, attraverso una semplice frase un’idea politica destinata a grande fortuna: “Il fine giustifica i mezzi”.

Questa formula, trasformata in auto-assoluzione, oppure coraggiosamente rifiutata, sarà anche il fulcro da cui si irradiano i diversi percorsi esistenziali dei super-eroi e gli antagonisti destinati a scontrarsi nella seconda mini serie targata Marvel Studios.

Certo, il principio enunciato può vantare ormai svariati secoli, e se l’idea vi sembra un po’ tradizionalista, per non dire scarsamente originale, è proprio la spia dei fondamentali limiti della serie a livello di sceneggiatura.

Per altro, come accennavamo nell’introduzione, la parola, il dialogo e il monologo diventano in The Falcon and the Winter Soldier un elemento fondamentale nella ricerca di un nuovo linguaggio, visivamente e concettualmente più realista, che dopo il primo episodio archivia le grandiose scene di guerra.

Non a caso, nel team di sceneggiatura Malcolm Spellman ha voluto Derek Kolstad, una di quelle geniali menti creative capaci di ridefinire l’idea stessa di Action attraverso la saga di John Wick. Lo spirito del franchise emerge chiaramente proprio in quelle scene di scontro fisico.

L’intensa sensazione di realismo data dalla steady-cam, dalla camera a mano, che porta fisicamente la macchina da presa sulla scena, letteralmente al centro della mischia, resta il principale elemento di interesse della serie, in aperta rottura con quegli apocalittici scontri di massa cui eravamo abituati.

Di contro, purtroppo, se le scene di battaglia denotano un’estetica fortemente contemporanea, la struttura dello script risulterà invece oltremodo tradizionalista, fondato sul più tipico climax moraleggiante, carico di high-concept, programmati per esplodere nei lunghi monologhi di Falcon.

Se questi monologhi devono rappresentare l’interrogativo centrale della serie, ossia come possa un afro-americano possa dimenticare il suo retaggio, le discriminazioni subite dalla sua comunità, indossando quel costume a stelle e strisce, restano comunque sceneggiati come la più classica scena madre.

Un’idea di scrittura vecchia, ma anche decisamente collaudata, altamente leggibile, che suggerisce come Marvel sia tornata a puntare su un target ampio, trasversale, o forse composto da spettatori cinematograficamente analfabeti, che possiedono una bassissima soglia di attenzione.

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Se da un lato la serie scopre una dimensione intimista, che lascia ampio margine al conflitto interiore, il senso di colpa, le contraddizioni e perfino la confusione di nuovi super-eroi dal volto umano, l’obiettivo di The Falcon and the Winter Soldier risulta subito lampante.

La quarta fase del Marvel Cinematic Universe. Verso il superamento della classica opposizione Eroe versus Villain.

Tutti i personaggi della seconda mini-serie targata Marvel Studios sono il prodotto di luci e ombre. Il chiaroscuro prodotto da costanti conflitti interiore, crisi di coscienza, rivelazioni e drastici cambi di rotta sono il più autentico leit-motiv di una serie scritta per superare le classiche aspettative su buoni e cattivi.

Una costante che permea il linguaggio della serie a livello strutturale, ma che è anche indissolubilmente legata alla questione razziale. Non dimentichiamo che dal 2018, anno del successo di Black Panther, abbiamo assistito alla tragica, prematura scomparsa di Chadwick Boseman, che aveva solo 44 anni.

Più oltre, mentre il mondo occidentale era praticamente paralizzato dal lockdown, le televisioni di tutto il mondo hanno trasmesso le immagini dell’ingiustificabile, brutale omicidio di George Floyd. Non si tratta certo del primo afro-americano assassinato senza ragione durante un controllo di polizia.

La differenza, come sottolineato ad esempio dal regista afro-britannico Steve McQueen, è che eravamo tutti chiusi in casa, costantemente di fronte allo schermo, costretti a fermarci, riflettere molto più attentamente sulle immagini che stavamo guardando.

La questione razziale e la condizione degli afro-americani negli Stati Uniti d’America è un tema decisamente ingombrante per una mini serie di genere cinecomic, per quanto cerchi l’approccio di un moderno racconto corale, e il superamento della tradizionale opposizione tra eroi e villain.

Gli autori hanno evidentemente giudicato il tema troppo controverso per prendere posizioni nette, o per esprimere concetti complessi aldilà di dialoghi, monologhi e frasi storiche, tutte vagamente convenzionali.

Molto più interessante, ancora una volta, sono le scelte a livello di regia. Su tutte, la presenza costante dello scudo, inquadrato in primo piano, capace di diventare una reliquia, un simbolo, e poi anche un corpo contundente, uno strumento di morte, perfino un frisbee, prima di tornare metafora di libertà e giustizia.

Il confronto con l’approccio post-moderno, eclettico di una serie come Wandavision, capace di mutare estetica e linguaggio ad ogni episodio, mentre ogni singola puntata è costruita come il modello in scala di un intero decennio di storia televisiva, resta comunque impietoso.

The Falcon and the Winter Soldier è una serie sicuramente contemporanea nel nuovo approccio all’epica, l’eroismo e l’interiorità dei personaggi, ma soprattutto nella rappresentazione degli scontri fisici. Decisamente più prevedibile in scrittura e nelle dinamiche da spy-story e da buddy movie.

Il rischio, data soprattutto la lunghezza degli episodi, è in assoluto il più temibile per un cinecomic: la noia. Aspettiamo allora l’avvento del prossimo capitolo del Marvel Cinematic Universe, che si preannuncia ben più bizzarro e imprevedibile, Doctor Strange 2 : Nel Multiverso della pazzia.

The Falcon and the Winter Soldier: Il cast

  • Sebastian Stan: Bucky Barnes
  • Anthony Mackie: Sam Wilson
  • Wyatt Russell: John Walker
  • Erin Kellyman: Karli Morgenthau
  • Danny Ramirez: Joaquin Torres
  • Georges St-Pierre: Georges Batroc
  • Emily VanCamp: Sharon Carter
  • Adepero Oduye: Sarah Wilson
  • Don Cheadle: James Rhodes
  • Daniel Brühl: Helmut Zemo
  • Florence Kasumba: Ayo
  • Julia Louis-Dreyfus: Valentina Allegra de Fontaine

The Falcon and the Winter Soldier: Trailer ufficiale italiano

RECENSIONE
The Falcon and The Winter Soldier
Avatar di Marta Zoe Poretti
"this is a mirror you are a written sentence" Giornalista-pubblicista e #Cinemalover, specializzata in Filmologia e Storia del Cinema.
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