Mindhunter 2: e se Tex Watson fosse il “vero” Charles Manson?

Nella seconda stagione di Mindhunter è presente l'atteso incontro con Charles Manson. Però, la teoria che la serie suggerisce non è affatto quella classica. Il vero leader della Famiglia potrebbe non essere lui

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Nella seconda stagione di Mindhunter abbiamo assistito al tanto atteso incontro tra i nostri eroi e il famigerato Charles Manson. Un caso particolare, un unicum che esula completamente da alcune impostazioni metodologiche poste dagli studiosi dell’unità di scienze comportamentali.

Perché? Semplice, Charles Manson non ha mai ucciso nessuno, o meglio, sicuramente non ha partecipato alle stragi Tate-LaBianca. Pertanto, gli agenti Ford e Tench in accordo con il proprio team di esperti, decidono di cambiare approccio durante l’intervista, proprio con lo scopo di “ingabbiare” in un profilo criminologico un uomo che apparentemente sfugge a qualsiasi classificazione fatta in merito ai serial killer fino a quel momento.

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Proprio le evidenti differenze tra Manson e i criminali studiati in precedenza contribuiscono a cambiare la modalità d’intervista e soprattutto le domande che gli studiosi devono porsi. Non interessa più sapere i motivi che spingono a uccidere bensì come sia possibile che un omino disturbato e ignorante sia riuscito a convincere alcuni suoi adepti —buona parte rappresentati da ragazzi ricchi e di buona famiglia— a compiere delle terrificanti stragi, contraddistinte da spaventosa ferocia.

Il novello approccio apre ad una via esplorata già in passato da numerosi studiosi (tanti libri sono stati scritti a difesa del leader della Famiglia) ma che non in molti contemplano quando si parla di Manson. Mindhunter va oltre il folklore legato alla figura del piccolo uomo e con spietata lucidità rafforza una teoria che speriamo venga approfondita nella terza stagione, poiché la molteplicità dei livelli narrativi presenti nella seconda stagione non ha permesso di concentrarsi esclusivamente sulla Famiglia Manson, relegandola ad appena una puntata (2×05).

Mindhunter, le vere storie dei serial killer (Prima Stagione)

Lungi da noi ripercorrere la lunga e caotica vita di Charles Manson (ecco un link per orientarsi), lo scopo di questo articolo è analizzare ciò che Mindhunter ci dice sulla personalità del famoso criminale e sulla teoria che avanza a chiusura d’episodio.

Ci sono troppe incongruenze e lacune nella ricostruzione delle azioni della Manson Family, troppe voci, troppe verità “sporcate” che hanno inficiato non solo il processo ma anche la sua percezione nell’immaginario collettivo. Ben consapevoli di ciò sono proprio gli agenti di Mindhunter che instillano il dubbio sulla reale forza di Manson sul gruppo e sul suo ruolo negli omicidi dell’estate 1969. La serie ce lo fa capire subito attraverso le parole del noto serial killer Ed Kemper, che invita Ford e Tench a non puntare molto sulle dichiarazioni di Manson poichè, a suo parere, non è affatto quello che si dice di lui, né tantomeno il killer che tutti immaginano; per Kemper, Charles è solo un gran chiacchierone malato di egocentrismo. Ma lo spietato criminale dice di più, consiglia agli agenti di farsi raccontare i fatti da un altro individuo, Tex Watson.

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Watson è il braccio destro di Manson ai tempi delle stragi Tate-LaBianca ed è esattamente l’opposto del presunto leader della famiglia. Prototipo del bravo ragazzo texano, Watson cresce in una buona famiglia, benestante e molto devota alla chiesa metodista. Nessun passato di abusi, nessuna vita criminale ma solo un semplice ragazzo che cambia vita dopo l’eplosione del movimento hippie. Con l’avvento della Summer of Love e del cambiamento culturale, anche Tex cambia abbandonando gli studi e tirando avanti con piccoli espedienti delinquenziali. Un apparente bravo ragazzo che si trasforma in un spietato omicida, vero “mattatore” delle stragi, guida indiscussa di quelle terribili notti. Sono sue le agghiaccianti parole che riecheggiano nella villa di Sharon Tate: “io sono il diavolo e son qui per fare il lavoro del diavolo”.

Mindhunter, le vere storie dei serial killer (Seconda Stagione)

La brutalità di Watson e il suo evidente ruolo in quelle calde e terribili notti, oltre all’intervista fatta in precedenza a Manson, portano Ford a pensare ad un altro movente: Watson, insieme a Susan Atkins voleva liberare l’amico Bobby Beausoliel, precedentemente arrestato per l’omicidio di Gary Hinman. Inoltre, Ford non sembra convinto delle giustificazioni di Tex. Quest’ultimo asserisce che tutti loro furono vittime del lavaggio del cervello che Manson perpetrava sui suoi giovani adepti sostenendo l’incapacità di quest’ultimi a sfuggire al controllo del leader. Watson accusa Manson di avergli annullato la coscienza. Tutto ciò però non convince né Ford né i suoi collaboratori. Come ci si può annullare a tal punto da infliggere inconsapevolmente sedici coltellate ad un donna incinta? Come può l’opinione pubblica aver trasformato Manson come il più grande serial killer della storia quando a perpetrare crudeltà e follia furono altri? Possiamo credere alla storia di Watson e al folklore legato alla figura del leader oppure alla mistificazione portata avanti da più direzioni nel corso degli anni. Oppure possiamo accontentarci e addossare la maggior parte delle colpe all’uso massiccio di droghe e alla follia latente.

Non possiamo sapere la verità, possiamo solo accontentarci di qualche sprazzo di essa. Troppi punti oscuri, troppe versioni e un processo ambiguo hanno chiuso definitivamente la porta ad una chiarezza dei fatti completa ed esauriente. Basti pensare alla struttura delle indagini e delle testimonianze. Tutto ciò che sappiamo delle stragi si basa sulle dichiarazioni degli stessi assassini e quest’ultimi spesso si contraddicono. Inizialmente Manson viene difeso da molte ragazze della Famiglia per poi essere accusato da tutti gli imputati. All’improvviso tutti scaricano le proprie colpe sulla figura di Charles che diviene per l’opinione pubblica quello che tutti oggi conosciamo. Ad alimentare tale versione ci pensa anche una copertina del Los Angeles Times in cui si legge che il presidente Nixon non ha dubbi: il colpevole è Manson. Ormai, il processo si è perso nei meandri dei media, nell’esigenza di avere un colpevole il più presto possibile.

Il fattore, però, che convince meno i nostri eroi è un altro, vale a dire la cosiddetta guerra razziale denominata Helter Skelter. Tale ricostruzione dei fatti la ritroviamo nel libro omonimo scritto da Vincent Bugliosi, il pubblico ministero che diresse il processo a carico della Famiglia. Sin da subito, la teoria di Bugliosi non convinse molte persone e anche i giudici, secondo alcune trascrizioni, non ebbero mai ben chiaro il filo intrecciato dall’avvocato di origini italiane. Addirittura, Mindhunter sdogana la teoria come semplice fantasia contestandone anche l’originalità e attribuendone la creazione a persone vissute prima di Charles Manson.

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Charles Manson nella seconda stagione di mindhunter

Durante l’intervista con Ford e Tench è lo stesso Manson a etichettare le teorie di Bugliosi come pura fantasia. Manson ha sempre dichiarato di essere un criminale ma ha mal sopportato le teorie createsi dopo l’arresto, su tutte quella dell’Helter Skelter. Manson si considerava una guida per i “bambini” abbandonati dalla società e che non era suo scopo quello di influenzarli o pilotarli. Attribuisce l’idea degli omicidi ai ragazzi della Famiglia e si difende asserendo che non era suo compito fermare i “bambini”, che imparano solo sbagliando. Come potete notare, il caos regna sovrano in questa storia e il nostro obiettivo è solo riflettere sulle conclusioni tratte da Mindhunter. Se siete curiosi e volete approfondire l’argomento, tuffatevi nel mare di documenti, libri e articoli scritti in mezzo secolo. Decidete voi le fonti, fatevi le vostre idee ma sappiate che verità non c’è, o meglio, noi non l’abbiamo trovata nel materiale letto, anzi, in noi regna una grande confusione e ci atteniamo semplicemente a ciò che ci ha suggerito la serie di David Fincher. Nessuna fonte sembra affidabile al cento per cento.

In conclusione, cosa ci dice infine Mindhunter? Il team crede, o almeno ipotizza, che Manson non abbia nulla a che fare con gli omicidi e che la sua natura violenta non risieda nei classici profili dei serial killer. Manson fa quello che fa non per un presunto appagamento sessuale né sembra aver la necessità di uccidere. L’unità di scienze comportamentali ritrova in Manson una mania del controllo e dell’autocompiacimento escludendo un natura da omicida seriale. Inoltre, ipotizzano che gli omicidi siano stati ideati da Tex Watson e gli altri per dare la dimostrazione di poter mettere in pratica ciò che il leader diceva solo a parole e portando a galla il suo bluff. A questo punto, concludono che Manson accetta gli omicidi solo per paura di perdere il controllo sulla Famiglia spiegando, così, la sua fugace presenza nella notte degli omicidi LaBianca. Un manipolatore a sua volta manipolato. Pur non escludendo a priori il ruolo del leader, Mindhunter ci suggerisce di pensare che Manson e i suoi adepti hanno le medesime responsabilità nelle stragi e che il lavaggio del cervello sia una eventualità da valutare con attenzione. Per i nostri eroi: “Manson li ha solo aiutati ad essere ciò che già erano”.

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