Mindhunter 2: l’inquietante storia del figlio di Bill è vera?

Mindhunter è una delle migliori serie Netflix e deve parte del suo successo alla veridicità storica dei fatti che racconta. Ma siamo sicuri sia vera anche la spaventosa storia di Bill e figlio?

mindhunter

In questi giorni, vi abbiamo parlato diffusamente della seconda stagione di Mindhunter, serie tv crime nata da una fruttuosa collaborazione tra Netflix e David Fincher.

L’analisi di questa meravigliosa stagione potete trovarla nella nostra recensione; mentre, se siete interessati alle storie vere a cui Mindhunter si ispira e alle tragiche e crudeli vite dei serial killer, potete soddifare la vostra curiosità nei due articoli dedicati all’argomento: qui e qui.

Mindhunter 2: Attenzione! SPOILER!

Come molti di voi già sapranno, Mindhunter è basato sull’omonimo libro di John E. Douglas, ex agente dell’FBI e pioniere degli studi sui serial killer. La sua figura ha ispirato quella dell’agente Holden Ford, protagonista della serie insieme al suo collega Bill Tench. Parte del merito del successo di Mindhunter va individuato sicuramente nella capacità di portare, nuovamente, all’attenzione del grande pubblico alcuni dei casi più cruenti della storia contemporanea. Il suo fascino risiede proprio in ciò che descrive, vale a dire la pura realtà dei fatti. Nonostante alcune libertà, nonostante passaggi leggermente romanzati, Mindhunter riesce a mantenersi su un livello di veridicità tale da affascinare e convincere chiunque.

Proprio per la sua fedeltà alla “storia vera” risulta difficile distinguere i passaggi inventati da quelli storicamente didascalici. Fino alla metà della seconda stagione non ci sono state molte occasioni per mettere in pratica tali distinzioni, tralasciando qualche vicenda personale dei personaggi, quello che viene rappresentato è fedele ai fatti. Tutto ciò che vediamo ci appare plausibile e ne troviamo conferma in svariati documenti, analisi storiografiche e testimonianze dell’epoca. Per tutti questi motivi, quando ci siamo ritrovati dinanzi all’inquietante storia del figlio di Bill Tench il senso di spaesamento è stato forte e la voglia di saperne di più è montata fino alla curiosità più morbosa.

Come ricorderete, Brian è il figlio adottivo di Bill e Nancy Tench. Sin dalla prima stagione, la trama ci fa intuire le molteplici difficoltà del piccolo: è stato adottato all’età di tre anni, è timido, non parla ed è affascinato dal lavoro del padre, tanto da rubare e nascondere sotto il suo letto alcune foto cruente appartenenti alle prove dell’FBI. Tali dinamiche ci vengono solo accennate nella prima stagione e prendono il sopravvento in quella successiva facendoci comprendere la gravità della situazione di Brian e creando una coincidenza enorme, la cui forzatura ci ha fatto chiedere della veridicità della storyline.

I fatti: mentre gioca con dei ragazzini più grandi di lui, Brian partecipa ad un gioco macabro ai danni di un bambino di appena due anni. La “banda” porta il piccolo in una cantina e  — non sappiamo se per errore o per altro  — lo uccide soffocandolo. Il corpo viene ritrovato in una delle ville in vendita della zona. Responsabile della cura dell’immobile è proprio Nancy Tench. La polizia corre a interrogare la donna poiché pare che l’assassino avesse le chiavi della villa; Bill, vedendo lo shock negli occhi del poliziotto, intuisce la crudeltà del crimine. Si scopre che il bambino dopo esser stato soffocato è stato adagiato su due assi di legno predisposti a croce. L’efferatezza dell’omicidio spinge il quartiere nel caos, portando tutti a credere in un omicida incallito e brutale. Pian piano, però, la verità viene alla luce; la banda di ragazzini viene incastrata proprio da Brian.

Il piccolo Tench racconta tutto alle forze dell’ordine aggiungendo un particolare davvero inquietante: è stato lui a suggerire la croce con la speranza di far resuscitare la vittima. Ulteriore dettaglio agghiacciante lo ritroviamo nel fatto che Brian ha assisitito interamente all’assassinio. Tale situazione sommata alle inclinazioni viste nella prima stagione e ai comportamenti regressivi di Brian subito dopo l’accaduto portano le autorità a prendere seri provvedimenti. Bill e Nancy sono costretti a far monitorare il proprio figlio da assistenti sociali e psichiatri.

L’accaduto pone in essere una coincidenza interessante ma che appare molto forzata. Il fatto che Bill, direttore dell’unità scienze comportamentali, debba ritrovarsi in casa un esempio lampante di “genesi del serial killer”ci ha fatto storcere leggermente il naso e ha portato a chiederci della veridicità della sottotrama.

Nulla di ciò che abbiamo visto è vero, o meglio, nulla di ciò che abbiamo visto è legato all’uomo che ha ispirato l’agente Tench. Quest’ultimo è stato “costruito” sulla vita di Robert Ressler, collega di John E. Douglas e anch’egli padre della nuova branca della criminologia dedicata ai serial killer. Ressler, scomparso nel 2013, aveva tre figli a differenza dell’unico adottato dalla sua controparte filmica e, per quanto ne sappiamo, nessuno dei tre ha mai assistito ad un omicidio né tantomeno ha mai dato segno di essere un potenziale omicida seriale.

Questo, però, non vuol dire che Mindhunter non abbia preso spunto da fatti realmente accaduti. Grazie al sito specializzato Oxygen e al famoso programma televisivo Frontline è tornato a galla un vecchio caso di cronaca nera.

Nel 1971, due bambini, di 7 e 10 anni, mentre giocavano nel parco si imbatterono nel piccolo Noah Alba. Una volta acquisita la sua fiducia, i due baby killer lo attirarono in un seminterrato e una volta sicuri di essere celati agli occhi del mondo lo attaccarono brutalmente fino ad ucciderlo. Cinque giorni dopo, la polizia trovò il cadavere e riferì dell’inquietante disposizione del corpo: il piccolo Noah era disteso su una croce. Gli assassini si giustificarono allo stesso modo di Brian: speravano in una resurrezione, proprio come avevano letto nella Bibbia.

Se volete approfondire questo scioccante caso di cronaca nera vi rimandiamo a questo esauriente link.

In conclusione, per quanto Mindhunter si ispiri a fatti realmente accaduti, il mezzo di comunicazione che usa esige un rimaneggiamento, una mescolatura, una rifinitura degli accadimenti storici per risultare più avvincente e scorrevole. Diremo di più, risiede proprio qui la grandezza di Mindhunter, ovvero raccontare la verità dei fatti in modo fedele e confezionandolo in un prodotto fruibile, che guarda a tutti i tipi di spettatore.

Unica critica che teniamo a fare, e che abbiamo riportato sopra, è forse l’estrema forzatura della coincidenza. Appare davvero poco credibile che un pioniere della criminologia dedicata ai serial killer abbia in casa un piccolo prototipo di questi. Però si sa, le coincidenze esistono e dovevamo assolutamente indagare sulla questione. Voi che ne pensate?

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