Perché Rami Malek non meritava l’Oscar

Perché secondo noi baffi finti e dentiera non sono sufficienti a fare di Rami Malek il miglior attore dell'anno...

Rami Malek

Bohemian Rhapsody è stato sicuramente uno dei casi cinematografici più “eclatanti” di quest’anno, tanto per le critiche che lo hanno riguardato, quanto per lo straordinario successo di pubblico che ha ricevuto. Grazie agli incredibili incassi al botteghino, il film sui primi quindici anni di attività dei Queen, si può considerare il biopic musicale di maggior successo della storia del cinema.

In Italia si è già piazzato al decimo posto tra i maggiori incassi di sempre, facendo esplodere (non solo in Italia) una vera e propria Queen mania. All’adorazione per il frontman dei Queen, Freddie Mercury, si è unita quella per il suo doppio sullo schermo: Rami Malek, miglior attore dell’anno anche secondo l’Academy.

La Queen-Malek mania infatti, non sembra aver lasciato indifferenti neanche i membri dell’Academy…

Malek

Bohemian Rhapsody, con le sue quattro statuette, è stato il film più premiato dell’edizione 2019; un’edizione che ha confermato la linea “politica” seguita dall’Academy negli ultimi anni, distinguendosi per una vocazione ancora più commerciale delle precedenti edizioni. Possibile che la popolarità del film e del soggetto non abbia influenzato la scelta dei giurati? Tutti amano i Queen e tutti amano Freddie Mercury e la versione che ci viene offerta da Malek, sembra ancora più “amabile” dell’originale. A costo di omaggiare la band infatti, gli sceneggiatori si sono presi non poche licenze poetiche, disseminando il racconto di inesattezze e omissioni. e offrendo una versione molto pop e piacevole, ma senza grandi pregi artistici. La cosa non sembra aver turbato l’Academy che, per celebrare il grande Freddie, ha sacrificato – ancora una volta – alcuni capolavori della settima arte.

Quella di Rami Malek è stata davvero un’interpretazione magistrale?

Chi ha osannato Malek lo ha fatto soprattutto celebrando l’interpretazione mimetica del personaggio. I baffi finti e la dentiera sono bastati a conquistare i cuori di milioni di spettatori e non solo… Sono riusciti persino a sbaragliare gli altri concorrenti per il titolo di miglior attore, nonostante tra questi ci fosse il maestro indiscusso delle trasformazioni radicali: il camaleontico Christian Bale. L’ennesima sfida impossibile affrontata dell’attore è stata quella di immedesimarsi nell’inquietante Dick Cheney, vicepresidente repubblicano all’epoca di George W. Bush. Paffuto e grassoccio, capelli tinti, doppio mento, in Vice Bale è ancora una volta irriconoscibile, confermandosi il più grande trasformista del cinema contemporaneo.

Malek

La grandezza di Bale non sta nei sacrifici fatti per prepararsi a interpretare un personaggio. (Pensiamo per esempio ai 30 chili persi nel 2004 per il ruolo dell’Uomo senza sonno o a quelli presi per American Hustle e Vice.) No, a fare la differenza tra un’imitazione e un’interpretazione veramente mimetica è la capacità dell’attore di scomparire per far prendere vita al personaggio che è chiamato a interpretare. Per questa ragione nel 2011, l’Academy aveva deciso di premiarlo per il suo ruolo in The Fighter, assegnandogli l’Oscar per il miglior attore non protagonista. E quest’anno, il suo “uomo nell’ombra” Dick Cheney, sembrava avere tutte le carte in regola per permettere a Bale di fare il grande salto da non protagonista a miglior attore protagonista. Il problema è che quest’anno Bale ha dovuto vedersela, non tanto con Malek, quanto con la Queen mania risvegliata dal suo film.

Un Oscar compromesso tra una scelta politica e commerciale

Abbiamo già parlato di come le recenti edizioni degli Oscar si siano distinte per una vocazione prettamente politica e sociale. A un’epoca di barriere, muri e discriminazioni, l’Academy risponde da anni premiando prima di tutto l’impegno sociale e schierandosi in difesa di qualsiasi tipo di minoranza. Per usare le stesse parole di Spike Lee, quello che gli Oscar vogliono promuovere è un messaggio «di amore e non di odio». Il che è senza dubbio lodevole, ma siamo sicuri che sia questo il primo aspetto da premiare in un film? Come se non bastasse, alle scelte politiche e sociali, si sono unite nel 2019 quelle commerciali. Il premio a Rami Malek infatti, attore di origini egiziane figlio di immigrati, non è un premio alla performance migliore, ma alla performance più facile da apprezzare, poiché fa convergere su di sè tutte le esigenze dell’Academy: commerciali, politiche, sociali ed affettive, oltreché di comodo. Perché, come abbiamo già detto, tutti amano Freddie Mercury!

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