Arctic Monkeys – AM: l’indie rock definitivo

Il quinto album degli Arctic Monkeys, AM: un'esplosione improvvisa per la band, e per la musica indie (e non solo).

AM degli Arctic Monkeys ha impattato gli anni ’10 come pochi album rock. Anzi, come nessuno.

Quando tra venti o trent’anni si parlerà della scena rock degli anni ’10, uno sarà il nome che subito salirà alle labbra: quello degli Arctic Monkeys. Lo stile di Alex Turner e soci, partendo da quel rumoroso garage rock revival del primo album (Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, 2006), ed evolutosi attraverso sperimentazioni neo-psichedeliche (senza scordare la parentesi dei Last Shadow Puppets), approda infine ad AM. Questo è infatti l’album della consacrazione definitiva del quartetto di Sheffield. Non più un nome emergente della scena indie rock inglese di metà anni ’00, ma una delle band più importanti del mondo, per numeri, seguito e qualità produttiva.

L’anno è il 2013. L’album arriva in un momento di reinvenzione dell’indie, allorché il genere, seguendo l’impronta di gruppi come gli Arcade Fire, perde la natura chitarristica degli esordi, legata allo stile post-punk revival tipico, per esempio, degli Strokes. Nasce e si diffonde sempre più quello che oggi chiamiamo indie pop, sempre crescenti sono i riferimenti alla musica anni ’80, e il rock degli artisti storici comincia a mostrare evidenti segni di stanchezza. Ecco perché AM, che pone sempre la chitarra di Turner come guida dell’insieme, spicca così tanto nel panorama del periodo. Ed ecco perché poi, cinque anni dopo, in tanti saranno delusi dal ruolo secondario che quella stessa chitarra andrà ad assumere in Tranquility Base Hotel + Casino (2018).

Arctic Monkeys – R U Mine?, 2013

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AM contiene dodici canzoni, metà delle quali ora sono celebri singoli e must nella discografia degli Arctic Monkeys, arcinote a qualunque fan serio del gruppo: R U Mine?, Do I Wanna Know?, Why’d You Only Call Me When You’re High?, Arabella, One for the Road, Snap Out of It. Lo stile è scheletrico, silenzioso, in qualche modo inquietante. Costruito su riff semplici ma iconici al tempo stesso, su una ritmica essenziale che spesso occhieggia alla scena rap, su distorsioni che mirano allo stoner. Dimenticato il clamore e il chiasso del primo album, e dimenticate anche le atmosfere fumose ed incerte dei tre nel mezzo, che andranno tra qualche anno probabilmente riscoperti come gemme minori, fasi di passaggio essenziali per giungere ad AM, ma di per loro stessi neanche lontanamente altrettanto notevoli.

AM è l’album che segnala la chiara volontà di Turner e compagni di non confondersi più con i pari della stessa scena (Franz Ferdinand, Kasabian…) ma di volersi elevare ben al di sopra, inseguendo la chimera di una musica ambiziosa, sperimentale, intrigante, complessa e stratificata. Chimera che, per chi ha orecchie per sentire, verrà raggiunta in Tranquility Base, album del quale peraltro già si colgono i primi “sintomi” in alcune canzoni di AM, come One for the Road. Perché la natura dello stesso AM risulta ben più chiara, e rivelatrice, se anch’esso viene considerato non come un punto di arrivo, ma sempre un punto di passaggio nella costante ricerca di una perfezione che non avrà mai culmine. Questo è ciò che hanno sempre fatto tutte le più grandi band inglesi, dai Beatles ai Pink Floyd, e fino ai Radiohead.

Arctic Monkeys – Do I Wanna Know?, 2013

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Alex Turner, occhiali da sole, pettinatura anni ’50 e chitarra sotto braccio, è il leader e portavoce del gruppo, e lo esprime non solo con i suoi riff o con le sue vocalità languide, a metà tra crooner da nightclub e rap da periferia british. Lo esprime anche, e soprattutto, con le sue liriche taglienti; poetiche in un modo stranamente straniante, metaforiche con pronti riferimenti alla modernità e alla post-modernità (“dancing to electropop like a robot from 1984“, ricordate?). In AM, Turner esprime come non mai, con lucida freddezza e lunatica precisione, la propria visione del mondo: del suo mondo, che è fatto di alcol, sesso, ancora alcol, relazioni disfunzionali, rock and roll. E al centro di tutto ciò sta un certo ragazzino inglese che “voleva solo essere uno degli Strokes”.

Tutti questi aspetti, e altri per i quali servirebbe un saggio dedicato, misurano l’alta statura di AM: il Revolver, Dark Side of the Moon, OK Computer degli Arctic Monkeys. Sbaglia chi sostiene che questo disco sia notevole solo perché è uno dei pochi della scena indie anni ’10 nel quale si sentono soprattutto “le chitarre”. Strumento, anzi, che giunto a quel punto mostra in molteplici contesti di aver esaurito ogni possibilità creativa da offrire a chi lo impugna. E che verrà, infatti, ben presto abbandonato dallo stesso Turner. No, AM non è solo un disco “rock”, e non è solo il miglior disco rock degli anni ’10.

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I riff, le liriche, le ritmiche, le linee di basso; tutto contribuisce a creare un episodio musicale (l’album nella sua interezza) che non trova precedenti nella propria unicità, e che non ha visto finora successori (semmai, come si diceva, un’evoluzione). Se quindi siete decisi a ridurre l’importanza degli Arctic Monkeys (e di AM) a quella di un gruppo notevole solo perché “rock”, state mancando il punto: questo è un album colmo di sfumature, strade buie da esplorare, finezze da cogliere, riferimenti da capire. Va riascoltato una, dieci, venti volte, per riuscire a comprendere perché, senza di esso, gli Arctic Monkeys non sarebbero dove sono ora, e forse, senza esagerare, nemmeno il mondo della musica sarebbe quello che è oggi.

Arctic Monkeys – AM / Anno di pubblicazione: 2013 / Genere: Indie Rock

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Nato a Palmanova il 26 ottobre 1989, vivo ad Aquileia. Sono autore, scrittore, critico musicale e social media manager. Laureato al DAMS di Gorizia e conseguita laurea magistrale in Discipline della musica, dello spettacolo e del cinema/Film and audiovisual studies. Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos.