Dietro il concept: The Dark Side of the Moon

L’apice assoluto della produzione dei Pink Floyd: un concept album sulla pazzia.

L’anno è il 1973. I Pink Floyd (David Gilmour, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason) sono in cima ad una lunga salita. Una salita di crescita musicale che dal rock psichedelico dei primi tempi, con Syd Barrett, li ha portati nei meandri oscuri del prog, con album come Ummagumma (1969) e Atom Heart Mother (1970). Nel ricercare la propria strada i quattro sperimentano, provano a fare di tutto, dal musicare in diretta lo sbarco sulla luna al suonare tra le rovine di Pompei.

Ma è solo nel 1973 che il progetto Pink Floyd, ora sotto la guida definitiva del bassista Roger Waters, incontra la propria natura migliore: quella del concept. The Dark Side of the Moon è il primo di quattro classici album pubblicati sotto l’egida di Waters, ognuno di essi un insieme di spezzoni musicali che girano intorno ad un unico tema. In questo caso la pazzia umana, e ciò che la provoca. Non sarebbe troppo sbagliato affermare che l’ispirazione per questo tema viene dalla figura di quel Syd Barrett, primo leader della band, portato alla follia dalle droghe e dagli acidi.

Risultati immagini per pink floyd 1970s

Il viaggio verso la follia come metafora della vita.

“Run, rabbit run, dig that hole, forget the sun

And when at last the work is done

Don’t sit down, it’s time to dig another one”

– Breathe

L’album divide quindi l’origine della follia per aree tematiche, spesso semplificate a livello del titolo stesso. Se quindi Breathe introduce una concezione della vita in toto, con le sue difficoltà, contraddizioni e sofferenze, canzoni come Time e Money parlano da sé. The Great Gig in the Sky affronta il tema della morte, ed in quanto tale non ha testo, ma si affida ai celebri vocalizzi celestiali della cantante Clare Torry. Us and Them riprende il tema del conflitto, inteso sia in senso stretto (la guerra, argomento scottante e caro a Waters) sia in senso lato (la conflittualità tra gli uomini).

Di canzone in canzone il protagonista, che può essere l’ascoltatore stesso o un innominato “Pink” ante-litteram (figura centrale di The Wall), perde sempre più la ragione. Tale discesa nella follia viene sottolineata non solo a livello lirico ma anche e soprattutto a livello sonoro. Un contributo in questo senso viene dato già dall’intro Speak to Me, con il battito cardiaco che introduce l’intero album, qualcuno che corre freneticamente su e giù, l’aereo che precipita; un altro è in On the Run, concitata parentesi elettronica con risate sguaiate e maniacali.

Immagine correlata

Strati di significati che uniscono musica, parole, voci, rumori.

“And you run and you run to catch up with the sun, but it’s sinking

And racing around to come up behind you again”

– Time

Ancora: in Time abbiamo il celeberrimo intro affidato ad un coro assordante di orologi, la sveglia più traumatica che si possa immaginare, e che introduce il tema stesso della canzone (il tempo come costrizione); in Money il ritmo stesso è dato dal suono di registratori di cassa, a significare che la società si muove letteralmente “a tempo dei soldi”. C’è poi tutta una serie di interventi vocali non cantati, registrati dagli stessi Pink Floyd con un registratore portatile intervistando diverse persone. Da qui alcuni famosi passaggi dell’album, come “I’ve been mad for fucking years – absolutely years”, e “I am not afraid of dying. Any time will do, I don’t mind”.

La pazzia si esprime in musica coloratissima arrivando ad Any Colour You Like, la traccia più avanzata a livello di produzione, e quella che più reca l’impronta del tecnico del suono Alan Parsons. Da lì la spirale si stringe, e l’ascoltatore viene sempre più invitato a lasciarsi andare assieme ai Pink Floyd e alla loro musica. Si giunge così alla parodia sixties (con chiari riferimenti ai Beatles, ma anche reminiscente dello stesso Barrett) di Brain Damage, canzone dal titolo ben esplicativo.

Immagine correlata

Una continua e definitiva discesa nella follia.

“And if the band you’re in starts playing in different tune

I’ll see you on the dark side of the moon”

– Brain Damage

Il passaggio finale, e quello definitivo, è Eclipse. La ragione e la follia si fondono, sovrapponendosi, e l’individuo non ha scampo, rimanendo intrappolato nella sua stessa mente. “Everything under the sun is in tune, but the sun is eclipsed by the moon”. Per chiudere il cerchio, riecco il battito cardiaco che lo aveva aperto, e una voce lapidaria che ci dice: “There is no dark side of the moon, really. As a matter of fact it’s all dark”.

The Dark Side of the Moon non è una semplice raccolta di canzoni, e certo non è neppure un concept album qualunque. In piena accezione Watersiana, questo disco cerca di costruire un’unica argomentazione filosofica, che si rivela su più livelli: sonoro, compositivo, produttivo, lirico, tematico, e persino grafico (da non scordare la celebre copertina). Così Waters e compagni cercano, a partire da un unico tema, di trovare risposta o perlomeno interpretazione a tutte le domande fondamentali della vita.

Quel che rende un uomo pazzo è anche ciò che lo fa vivere, ciò che lo fa morire, ciò che lo fa entrare in conflitto, ciò che lo costringe ad andare di fretta, ciò che lo costringe a guadagnare e spendere. In Dark Side of the Moon, senza esagerare, c’è tutto: una concezione della società, una visione della vita, un’interpretazione dell’arte, una rivoluzione della musica. I Pink Floyd hanno saputo condensare tutto questo in quarantadue minuti, creando uno degli album musicali più significativi di sempre, ed una delle opere fondamentali del ventesimo secolo.

Leggi anche:

Pink Floyd – The Dark Side of the Moon / Anno di pubblicazione: 1973 / Genere: Progressive Rock