Pink Floyd – The Final Cut | RECENSIONE

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Per alcuni il peggiore album dei Pink Floyd, per altri il più sottovalutato, per altri ancora addirittura l’ultimo: ecco come rileggiamo dopo quarant’anni The Final Cut

Questa storia comincia nel 1944: un certo Eric Waters è fuciliere in un reggimento inglese in lotta in centro Italia durante la guerra, e perde la vita ad Aprilia. Suo figlio, che all’epoca ha solo cinque mesi, si chiama Roger e un giorno diventerà uno dei più grandi e famosi musicisti del mondo. Non solo: baserà buona parte della sua arte e della sua carriera sul ricordo del padre scomparso.

L’ombra infatti di questa perdita grava sul songwriting di Roger Waters insinuandosi particolarmente in The Wall, nel 1979, quando con i Pink Floyd il bassista e cantante ha ormai raggiunto la notorietà mondiale e viene celebrato come uno dei più grandi autori e geni della scena rock (progressive e non).

Ecco quindi The Wall: il complesso muro immaginario che l’individuo costruisce attorno a sé per difendersi dal mondo che gli vuol male, ciascun mattone costituito da differenti traumi (l’educazione rigida, la genitorialità asfissiante della madre, il divorzio dalla moglie) tra i quali, ovviamente, trova posto la guerra.

La guerra sia intesa come Seconda Guerra Mondiale sia come conflitto in astratto, esplorata non come nel 1973 in Us and Them, con toni fillosofici e trasognanti, ma qui apertamente condannata in Another Brick in the Wall Pt. 1 e in Goodbye Blue Sky, tra le altre. In ogni caso, l’album è un successo e nel 1982 esce il film omonimo (capolavoro) di Alan Parker.

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Per il film Waters inizia a scrivere nuova musica ma nel frattempo la guerra ritorna, inaspettata, nella sua vita in forma non prevista: scoppia il conflitto delle Falkland e la reazione della Gran Bretagna trova la pronta condanna di Waters, che vede l’intervento armato inglese come la conferma del tradimento della nazione nei confronti di suo padre e di tutti i soldati che si sono sacrificati per “un mondo libero”.

Allora, The Final Cut prende forma fondamentalmente come suo primo lavoro solista e gira attorno a temi e visioni fortemente personali, non più concettuali ma fortemente emotivi, risolvendosi in un grande concept contro la guerra (con le medaglie militari al valore in copertina) che partendo dalla storia del padre arriva a parlare del mondo odierno in conflitto.

E Waters, forte delle sue storiche posizioni socialiste e fieramente anti-istituzionali (anche nei concerti più recenti alla domanda “Mother should I trust the government?” faceva sempre comparire la scritta “Col cazzo” nella lingua del paese ospite) si scaglia contro i potenti, i governi, le industrie, gli eserciti e tutti coloro che ritiene responabili degli imperdonabili conflitti. In primis, Margaret Tatcher.

Il risultato: un bailamme di riflessioni filosofiche che liricamente spesso splendono per arguzia, intelligenza e poetica (specie in When the Tigers Broke Free, poi inserita anche nel film The Wall), ma che mancano di sposarsi con i toni caratteristici della band e non trovano l’accompagnamento dei consueti suoni onirici, psichedelici, trasognanti e surreali.

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Questo è perché i Pink Floyd sono già in gran parte mezzi distrutti: Waters ha licenziato il tastierista, Rick Wright, mentre il contributo del batterista Nick Mason all’album è limitato e con David Gilmour i due sono in lotta aperta. Risultato: l’unica canzone che sembri davvero “dei Pink Floyd” è Not Now John, non esattamente un capolavoro immortale.

Il resto, musicalmente, si perde in sonorità rock essenziali e asciutte, semi-acustiche e pallide che rendono l’ascolto davvero ostico, mentre la debole e semi-parodistica voce di Waters non può certo sopperire ai vocals blues e graffianti di Gilmour. Ma il bassista è qui in pieno controllo, vuole che la band faccia quello che dice lui e non gli importa di nessun altro.

Del resto lui stesso si identificava come “cane” nelle categorie in cui Orwellianamente suddivideva il mondo nell’album Animals. Ecco perché, dopo ulteriori incomprensioni e dissapori e dopo le immancabili stroncature critiche dell’album, nel 1985 infine lascia il gruppo e inizia a registrare i suoi album da solista: tutti filosoficamente eccezionali ma musicalmente uno peggio dell’altro.

Dunque, al di là delle posizioni di Waters (che con il passare degli anni si fanno sempre meno condivisibili) su guerra, società e affini, rimane un album che è dei Pink Floyd e non è loro. Ancora oggi una frattura eclatante nella storia della musica: capolavoro sottovalutato o passo falso da dimenticare? Trionfo di retorica vuota o gioiello filosofico di un pensatore indipendente? Domande ancora senza risposta.

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