IDLES: Ultra Mono è la voce degli oppressi

La nostra recensione del nuovo disco della band punk britannica

idles ultra mono recensione 2020
Credits: Simoncromptonreid (Wikipedia)
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Gli IDLES sono tornati con Ultra Mono e non sono più “quelli della Brexit”

Dopo la doppietta di “Brutalism” (2017) e “Joy as an Act of Resistance” (2018) che, in soli due anni, li ha consacrati come uno dei gruppi più importanti del nuovo punk (nonostante loro stessi rifiutino questa attribuzione), gli IDLES sono tornati con un disco (uscito, tra l’altro, a poca distanza dall’ultimo dei colleghi d’oltreoceano Protomartyr) energico, dalle premesse chiare, testimone di un’alquanto evidente evoluzione stilistica che potrebbe, forse, anticipare il ritorno di un certo tipo di sound nel panorama mainstream.

Per quanto Joe Talbot ed i suoi si battano per non essere etichettati, è inevitabile riscontrare nella musica degli IDLES quelle caratteristiche particolarmente legate alla scena alternativa britannica e non: “Ultra Mono” è un disco politico, che nasce per trasmettere un messaggio al potere e dare un volto, una voce, ai pensieri di tutto un insieme di minoranze sociali.

“You scrawling your aggro shit on the walls of the cubicle / Saying my race and class ain’t suitable / So I raise my pink fist and say black is beatiful”

Credits: Alexander Kellner (W puikipedia)

I “versi” anti-bellici di “War” aprono questo nuovo album, accompagnati da un groove di basso e una batteria minimal (un po’ come in “Colossus“, dall’LP precedente). Le chitarre – acutissime – ingrossano il mix, gestito eccellentemente in tutto l’album, dinamico e scandito.

La successiva “Grounds” porta suoni nuovi molto synth-y – che risentiremo nell’intro di “A Hymn” – ma realizzati probabilmente su strumenti a corda con l’ausilio di pedali pitch-shifter e/o octaver e prende le parti della sinistra britannica anti-brexit. Dopo l’incoraggiante “Mr. Motivator” ed un primo quarto d’ora di vero noise (che ricorda quasi gli ultimi Daughters), i temi e le atmosfere si appiattiscono un po’ e si torna ai ritornelli catchy tipici della band (“How d’you like them clichés?“) con “Anxiety” e “Kill Them With Kindness“, quest’ultima anticipata da un’inaspettata introduzione di pianoforte.

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Model Village” è il quarto dei cinque singoli rilasciati prima dell’uscita di Ultra Mono, accompagnato da un surreale videoclip fantastico-distopico realizzato da Michel Gondry (Björk, White Stripes, Massive Attack) – figura celebre dell’ambiente – insieme al fratello Olivier. Il testo sembra una rielaborazione dei temi dello storico Ok Computer (Radiohead) in chiave IDLES (coincidenza vuole che Gondry abbia girato anche per loro) mentre i toni ed i tempi somigliano a quelli del coetaneo Slowthai, anche lui poco distante da Talbot e soci, sia per temi che per suoni.

“You only die once / You’ll never come back / You’re gone when you’re gone / So, love what you can”

Credits: Alexander Kellner (Wikipedia)

Ne Touche Pas Moi“, come intuibile dal titolo, affronta il tema della violenza sessuale, con la partecipazione della cantante ed attrice francese Jehnny Beth in un incisivo ritornello intonato proprio nella lingua dell’amore. Dopo la furente “Carcinogenic” e l’interessante “Reigns“, costruita attorno ad un martellante riff di basso con qualche sfumatura dance, “The Lover” dà spazio alla traccia più lunga di quest’ultimo disco, la quale ne rappresenta, forse, anche il punto più alto:

A Hymn” è un vero e proprio inno punk, personalissimo eppure estremamente empatico e condivisibile (lo conferma la chicca del video, in cui ogni verso del brano è sottotitolato in una lingua diversa). Il melanconico crescendo di un qualcuno stanco di lottare per emergere, che “vuole soltanto essere amato”.

L’ultima fatica degli IDLES si conclude con una citazione a Daniel Johnston (“True love will find you in the end / You will find out just who was your friend“), in una quanto mai speranzosa “Danke“, che “ringrazia” gli ascoltatori e ricambia il favore incitandoli a non smettere mai di cercare, di combattere e, soprattutto, di amare, insieme a loro.

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“There’s a tabloid frenzy in the village / He’s ‘not a racist but’ in the village”

Screenshot del video di “Model Village”, diretto da Michel Gondry e Olivier Gondry

Ultra Mono dà l’impressione – almeno all’inizio – di essere un disco di cambiamento per la band inglese, che sembra porre delle solide basi per un futuro più “noise“. Tuttavia, nella seconda parte, questa voglia di rinnovarsi musicalmente viene a scemare, lasciando spazio, comunque, ai cari vecchi IDLES.

L’ottima produzione riesce a incastrare bene ogni pista, ovviando a degli arrangiamenti un po’ ridondanti. Bowen e Kiernan (i due chitarristi) hanno sicuramente ampliato le pedaliere, creando nuovi interessanti suoni con effettistica per il volume e la modulazione, ma non si può dire lo stesso della loro ritmica, che li distingue fin da Brutalism. I pochi suoni di sintetizzatore potrebbero, magari, presagire una svolta elettronica, ma sembrano limitarsi unicamente a fare da collante tra un pezzo e l’altro. Talbot è, forse, quello che è cresciuto di più: i suoi testi sono più vari e l’invettiva, nei confronti dei potenti, della critica e degli indifferenti, è più sagace e velata.

Nonostante le premesse e le intenzioni del gruppo e contrariamente a quanto ci si aspettava, Ultra Mono non risulta così incisivo (chissà se potremo dire lo stesso tra qualche anno…). I cinque di Bristol hanno, comunque, acquistato una certa sicurezza e hanno compreso di essere, ormai, diventati una bandiera per tutti coloro che – nel Regno Unito e nel mondo – si sentono oppressi e giudicati, e ciò traspare nei testi in toni decisamente più elevati dei precedenti. Motivo per cui, a parer nostro, l’ascolto è dovuto da tutti coloro che li hanno supportati sin dall’inizio, i quali difficilmente rimarranno delusi.

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IDLES – Ultra Mono / Anno di pubblicazione: 2020 / Genere: Post-Punk, Noise Rock

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