Joy Division: i 40 anni di solitudine di Unknown Pleasures

All'enorme domanda posta dalla band inglese al mondo, nessuno ha saputo ancora rispondere.

Unknown Pleasures

Nonostante gli anni passati e la gloria conquistata, il primo disco dei Joy Division rimane ciò che è sempre stato: solo.

I Joy Division e il mondo non avevano nulla da festeggiare, in quel 1979; mancava ancora qualche anno al crollo del Muro di Berlino, la Guerra Fredda imperversava subdola e tutti quanti avevano la strana sensazione che qualcosa stesse cambiando giorno dopo giorno, ma nessuno aveva capito cosa. Gli inglesi, forse, avevano assaggiato già il cambiamento: due anni prima era esploso il punk ’77 e i Sex Pistols avevano sbeffeggiato la Regina con il singolo God Save The Queen. Eppure nemmeno i giovani punk riuscivano a capire quale fosse, davvero, il problema. Da cosa avessero origine quelle che sembravano rabbia e violenza gratuite.

Ian Curtis, 22 anni, una cosa l’aveva capita: quella che i punk riversavano nelle grida e nelle chitarre violente non era rabbia, era inquietudine. La sua generazione di figli del dopoguerra non sapeva proprio da dove cominciare, né cosa facesse di preciso su quell’angolo di mondo. Una generazione di nati e lasciati in pasto all’esistenza, senza uno straccio di sicurezza a cui appendersi. Sotto le bombe dei russi, o degli americani, o magari di entrambi, tutto si sarebbe dissolto in pochi centesimi di secondo. A cosa serviva fare finta di essere felici?

E infatti Ian Curtis non è felice. Soffre di epilessia fotosensibile, che va peggiorando con il passare del tempo, e questo gli provoca una profonda depressione. Ama sua moglie, Deborah Woodruff, ma ama anche la giornalista Annik Honorée, e il suo cuore è lacerato in due dalla difficoltà della scelta. Ha anche una band, Ian Curtis; una band che si chiama Joy Division e con la quale Ian rilascia il capolavoro che sarà Unknown Pleasures, il 15 giugno 1979 per la Factory Records.

Cos’è Unknown Pleasures? Sconosciuto, di sicuro. Piacevole, non in maniera convenzionale.

I Joy Division, per loro stessa ammissione, hanno sempre voluto assomigliare ai Sex Pistols: brutti, sporchi, cattivi, punk. Ma sulle spalle dei quattro ragazzi di Salford grava un peso denso e scuro, che non riusciva a trapelare dal punk scarno e minimale dell’epoca; i Joy Division hanno bisogno di dare una svolta netta al linguaggio del punk, senza fargli perdere la sua immediatezza.

Unknown Pleasures
I Joy Division durante un live

Risultare diretti e indiretti allo stesso tempo, una sfida nella quale i Joy Division si tuffano, involontariamente, e arrivano a toccare il fondo. Ian Curtis, in quel mare nero di angoscia ingiustificata, ci è annegato da parecchi anni. I suoi testi ne sono la prova, e costituiscono la colonna portante dell’intero disco: dalle parole di Curtis cola l’inquietudine fluida di cui sono impregnate chitarre, batterie, bassi e microfoni. Non c’è via di scampo in quelle parole, non c’è speranza.

“I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand” dichiara disilluso Curtis in Disorder, prima traccia del disco, iniziando la lunga storia di un intreccio di vite che non hanno mai avuto qualcuno che le guidasse; come una sua amica, morta a causa di una crisi epilettica, a cui è dedicata She’s Lost Control. Non ci si può divertire, ascoltando la voce baritonale di Curtis, ma ci si sente meno soli nel vuoto della vita; si avverte la compagnia dei Joy Division, seduti accanto a noi nel freddo della sera, con gli sguardi fissi nel vuoto.

I Joy Division eseguono She’s Lost Control live per la BBC, nel settembre 1979; fu la prima e unica esibizione del gruppo per la TV nazionale britannica.

Tra il basso penetrante e profondo si fanno strada riff circolari e ritmi frenetici.

La voce profonda e vibrante di Ian Curtis è doppiata e sostenuta dal basso di Peter Hook, sul quale si appoggiano tutti quanti i brani: preciso, diretto, pieno e sicuramente punk, ma già si avverte come qualcosa stia cambiando; il basso non serve solo a dare spessore ai dieci pezzi che compongono questo disco, ma tira un colpo ben assestato alla bocca dello stomaco dell’ascoltatore, incalza in Shadowplay e sfonda i timpani in I Remember Nothing.

La batteria di Stephen Morris è veloce e sfrenata, riecheggia piena di riverbero, come se l’album fosse rinchiuso in una enorme stanza vuota. I Joy Division non si sentono al sicuro neanche all’interno delle loro quattro mura, fra le quali risuonano le figure frenetiche della sezione ritmica. Non basta quella stanza ad isolarli dal mondo che non vuole dare spiegazioni e dal quale conviene staccarsi completamente, immersi nel rimbombare dei riff di Bernard Sumner che si dilatano e si restringono ad intervalli regolari, oscillano fra il buio e uno spiraglio di luce. I suoni sono aspri, niente a che vedere con la leggerezza della rabbia punk.

Fa paura, Unknown Pleasures. Fa paura perchè non sa spiegare bene ciò di cui sta parlando, ma proprio per questo si configura come uno dei più importanti dischi della storia della musica contemporanea: è l’estrema ricerca di qualcosa che il punk ha solo accennato. Lo chiamano post-punk, e finalmente sembra essere un linguaggio in grado di dare voce a quelli che il rumoroso e provocatore 1977 aveva lasciato indietro, ai disillusi. Da Unknown Pleasures si svilupperà anche la new wave, aprendo la strada alla sperimentazione elettronica. Una voce fuori dal coro, chiusa in una stanza vuota, che finirà tragicamente appesa ad una corda, in bilico come l’intera esistenza. Una grande, cruda e perfetta metafora della vita e di quel qualcosa che ancora non abbiamo trovato.

Joy Division – Unknown Pleasures / Anno di pubblicazione: 1979 / Genere: Post-punk, gothic rock

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