Fargo – Analisi della serie degna dei Coen (1a stagione)

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Fargo – La serie

Era il 20 maggio 1996 quando Fargo fece il suo debutto nelle sale italiane, il film che forse più di ogni altro loro lavoro fece conoscere al grande pubblico i fratelli Coen – probabilmente, tra i più grandi autori contemporanei del cinema americano.

Fargo fece subito capire con cosa si avesse a che fare guardando un film dei Coen: un umorismo macabro, nero, spietato, uno storytelling grottesco, spiazzante e ambiguo, un cinema fatto di ellissi e sottrazioni, con movimenti di camera ben visibili, schiaffati in faccia allo spettatore – in una parola, un cinema Autoriale. Non ci si lasci ingannare dall’umorismo sottile e dalle grottesche situazioni mostrate; non si cincischia in un film dei Coen.

Fargo

Non si cincischia mai se si vuole godere appieno dell’opera, perché come tutti i grandi autori il tema trattato nei loro film, salvo qualche caso sporadico, è l’unica e sola storia esistente, per dirla alla Rustin Cohle, la più antica: la Luce contro l’Oscurità.

Quale possa essere il confine tra le due, quali dinamiche segnino il passaggio dall’una all’altra, quanto il destino – o, addirittura, il Fato – influenzi questo confronto e quanto la sua influenza sia presente anche in personaggi apparentemente insignificanti; in situazioni assolutamente banali e quotidiane che improvvisamente, senza che se ne abbia pienamente contezza, prendono una deriva tragicomicamente insensata, fuori controllo.

Fargo

Come tutti i grandi autori, di qualsiasi campo, i Coen si occupano sottilmente di questioni che hanno a che fare con la vita e la morte.

Di questioni profonde e decisive. Si badi bene, non c’è mai un compiacimento del male e della violenza in loro; paradossalmente, da questo punto di vista, siamo più vicini al territorio di Dostoevskij, non di Quentin Tarantino. Le loro storie, pur grottesche, pur assurde, pur impregnate di un umorismo sempre presente, scavano il reale perché affrontano questioni di vita o di morte. Con distacco, con lucidità, smorzando il tono attraverso l’umorismo, addensano la profondità del reale e la sondano. Anche mostrando, come si diceva, personaggi insignificanti, in situazioni assolutamente ordinarie, dove si pensa che nulla potrebbe mai turbare quella quiete.

In Fargo tutto questo c’era, e non a caso è spesso stato definito uno dei loro film più riusciti. Quando il 15 aprile 2014 andò in onda la prima puntata di Fargo – la serie, è facile intuire quanto le aspettative degli estimatori dei Coen fossero enormi. Lo sapevano Martin Freeman e Billy Bob Thorton, i due straordinari protagonisti, come lo sapevano i cinque registi che si erano alternati nella realizzazione di quelle dieci puntate, e lo sapevano i Coen stessi, nelle vesti di produttori esecutivi. E, forse più di tutti, lo sapeva Noah Hawley. Sarebbe ingiusto non attribuire a lui un grande merito nella realizzazione di questa serie. Se Noah Hawley avesse rilasciato prima questa intervista al New York Daily News, del 14 dicembre dello stesso anno, in cui dichiarava:

“Fargo non è un luogo, è uno stato mentale. È una vera storia criminale dove la realtà è più strana della finzione e i buoni devono affrontare qualcosa di orribile”,

forse non ci sarebbe stato alcun dubbio sulla bontà di quella scelta. Fa capire quanto abbia inteso cosa sia Fargo, cosa sia l’universo dei Coen, cosa lo animi e che cosa voglia andare a scovare. In fondo, era facile supporre che i Coen non avrebbero mai affidato quel loro piccolo gioiello a delle mani poco fidate e adeguate a lucidarlo. Col film e il loro stile i Coen hanno aperto la via, certo, hanno donato uno scorcio su un mondo, ma è stato Noah Hawley a far tesoro di quello scorcio per ampliarlo a dismisura, facendolo lievitare di orrore e carica allegorica ad altezze epiche, quasi bibliche.

Perché Fargo è una storia di piccoli personaggi che lottano contro gli Dei; chi e quali siano questi Dei, non ci è dato saperlo, sempre in funzione di quel gioco coeniano di scarti e sottrazioni.

Quest’introduzione è già durata troppo, ma per quanto possa essere superflua – visto che i Coen sono uno di quei rarissimi casi di un cinema autoriale divenuto mainstreamrisultava doverosa, per allacciarsi a dove si vuole andare a parare.

Analizziamo le stagioni una per una, o almeno proviamoci, tentando di scorgerne i fili conduttori e le analogie. Scoviamo la sottile omogeneità e il profondo sentire comune delle tre storie, di come queste delineino una sola realtà comune che, nelle profondità delle sue viscere, pare vibrare di mistero.

PRIMA STAGIONE

Tra le tre stagioni è forse quella più vicina allo spirito del film: un personaggio pavido e bistrattato che viene a contatto, quasi per pura casualità, con qualcosa di più grande di lui, e cerca per tutta la durata della storia di evitare le conseguenze dei suoi gesti. E quasi la fa franca.

C’è però, come si diceva – e spero di non essere blasfemo nel dirlo – una maggior tendenza verso l’orrore e una certa vertigine epica e allegorica nella storia mostrata nella prima stagione.

Perché se Jerry Lundegaard era l’archetipo del debole e rancoroso, del pavido e meschino senza scampo, del “codardo” per antonomasia, il suo corrispettivo Lester Nygaard (un Martin Freeman straordinario, dalla recitazione multiforme e capace di innumerevoli sfumature nel corso dell’opera) non è nulla di tutto questo. O meglio, lo sembra in un primo momento, ma già lì è possibile intuire che qualcosa in lui è completamente diverso dall’infido inetto del film.

Col tempo Lester passa a tutti gli effetti da semplice succube, da vittima degli eventi, a vero predatore alfa, capace di farsi strada con incredibile lucidità anche nelle situazioni più disperate. Infrangendo quel patto sociale che fin dall’inizio sentiva come una costrizione esterna (and if you’re right, and they’re wrong?), Lester – per dirla come il giudice Holden di Meridiano di Sangue – scorge il filo dell’arazzo che tutto ordisce e diviene padrone del proprio destino.

Ma perché, pur essendo così simili, Jerry non compie questo stesso passaggio?

E’ ovvio che qui si entri nella mera speculazione, parlando un po’ all’ingrosso, ma si può osare dire che forse questo mancato cambiamento sia determinato dall’unica differenza tra i due: il mancato incontro, da parte di Jerry, col Male.

Fargo

Il Male nel suo senso manicheo, come l’oscuro, la violenza, il buio della natura e dell’uomo. In una parola: con Lorne Malvo (Billy Bob Thorton, assolutamente memorabile).

L’unico obiettivo di Malvo pare quello di seminare caos e distruzione nel mondo, per poi vedere come gli uomini rispondano alle sue azioni

Malvo è, probabilmente senza particolari ambiguità, una pura incarnazione del Male. Le analogie frequenti del personaggio al Lupo, al predatore – quasi un topos, come vedremo, di Fargo – sono restrittive per capire pienamente con cosa si abbia a che fare. Perché un predatore fa determinate azioni per un motivo, per perseguire uno scopo, in funzione di un obiettivo da raggiungere. In Malvo tutto questo sembra non esserci: fin dalle prime scene – la memorabile scena del motel, ad esempio – capiamo subito che siamo di fronte a un vero agente del Caos.

Fargo

Sembra che il suo obiettivo da predatore sia unicamente quello di seminare zizzania e caos nel mondo, spingendo le altre persone verso il Male di cui sembra un emissario. Vedere come queste reagiscano alle situazioni in cui riesce a invischiarle. Non si riesce a spiegare altrimenti, è un Male fine a se stesso, privo di senso, che lo ricollega molto al Gaear Grimsrud del film.

Fargo

Da questo punto di vista molte scelte di stile, pienamente “in stile Coen“, fanno sorridere e coinvolgono, ma lasciano sempre dentro un sordo, inesprimibile sentimento di disagio e di malessere.

Lo spirito finale di Fargo – il film sembra essere rievocato dal dialogo tra i poliziotti Budge e Pepper, poco prima di essere selvaggiamente assassinati da Malvo:

Budge: “E se tutta la mia vita fosse stata un sogno?”

Pepper: “Sì, ma il sogno di chi?”

Di fronte all’assurdità della violenza che i personaggi affrontano, che gli spettatori osservano, sembra di essere di fronte a una realtà che vira verso il nulla, di una follia che sembra annullare la realtà. Come a renderla un’atmosfera onirica, da sogno, privo di qualsiasi relazione causa-effetto tra gli eventi, che appaiono completamente alla deriva – forse un incubo, più che un sogno.

Fargo

L’unica cosa che può fare l’uomo comune per salvarsi da questa tempesta, è rintanarsi tra i suoi affetti più cari – altro evidente parallelismo col film: Marge con Norm, Molly Solverson e Gus con i loro due figli. L’unica ancora di salvezza in un mondo che pare virare verso il nulla, accompagnato da una perdita di senso, come se fosse il frutto del sogno di una qualche divinità maligna o folle; ma non indifferente, perché pare impossibile che delle trame così assurde e incontrollabili siano il frutto di un qualcuno di indifferente.

Ma è davvero così? Continueremo la nostra analisi nel prossimo articolo con la seconda stagione!

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