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Alex DeLarge (Arancia meccanica)

A proposito di identità; come Lecter, come Kurtz, come Grimsrud e Chigurh, anche DeLarge tocca con mano il Male insito nell’uomo. Vi è però un aspetto che lo differenzia dai personaggi precedenti: sembra tastarlo con leggerezza. Una leggerezza che forse potrebbe avvicinarlo a Grimsrud a primo impatto, ma che in realtà risulta esserne una concezione assolutamente distinta: in Grimsrud non vi è alcuna analisi del Male che compie, è un male stupido e insensato, privo di ragione, come se fosse nulla più che una bestia; in DeLarge invece questo stesso Male, per quanto insensato e dissennato in egual modo e forse anche più, trova fondamento in un’ideologia, in un suo vero e proprio culto. Un male assolutamente consapevole e perseguito con gioia, un assoluto e disincantato archetipo della figura umana, di cui ne esce distrutta ogni forma residua di fiducia nella sua più intima natura, inequivocabilmente tendente al peggio e ai suoi istinti più bassi e deplorevoli. Qualcosa presente già in Kurtz possiamo dire, ma che in DeLarge sembra ancora più disperata perché apparentemente priva di una causa scatenante, come se fosse originata da se stessa e nutrisse sempre progressivamente se stessa: violenza, desiderio sessuale senza freni, rabbia e qualsiasi altro impulso distruttivo sembrano potere più di ogni valore altruistico e di ogni bontà.

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Hal Phillip Walker (Nashville)

Quanto detto per Keyser Söze con lui si decuplica – non per la sua capacità di incutere un maggior senso di inquietudine, ma per la sua assoluta evanescenza all’interno della narrazione. Pur svettando su tutti gli altri ventiquattro personaggi che ne articolano la vicenda, il vero protagonista di Nashville non ha un attore che gli presti un volto: non appare mai nel film. Direttamente almeno, perché la sua presenza è palpabile in ogni istante della vicenda, il suo spettro aleggia in ognuna delle piccole, miserabili vite descritte nella narrazione. Come Keyser Söze e forse ancor più, è il vero deus ex machina del film, il suo vero fulcro, il politico arrivista che cerca in ogni modo di strumentalizzare il festival musicale per la sua campagna elettorale, uscendone infine vincitore; il concerto finale davanti al Partenone di Nashville gioioso ai limiti dell’irrisione, lucidamente aspro e memorabile, simbolo assoluto della sua vittoria e del fallimento di qualsiasi ideale democratico e di cooperazione sociale, di ogni forma di indipendenza e autonomia dell’arte, resterà probabilmente uno dei migliori momenti del cinema hollywoodiano anni 70.

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La padrona di casa (Umberto D.)

Una scelta che probabilmente farà storcere molti nasi, il che è comprensibile. Passiamo da killer psicopatici, da esseri sanguinari e senza scrupoli, da uomini ambiziosi e senza morale, a una comune e insignificante affittuaria. Indubbiamente è la scelta più azzardata in questa lista, ma chi scrive reputa profondamente agghiacciante la frivolezza e la mancanza di umanità di questo personaggio, la sua malignità nascosta dietro un fittizio velo di quotidianità e semplicità; in totale contrapposizione a Umberto e alla domestica, pare del tutto incapace di provare un vero affetto sincero, anche nei confronti degli stessi “amici” del suo altolocato circolo borghese. Rifiuta ogni forma di trattativa con Umberto, non vedendo l’ora di buttarlo in mezzo alla strada – pur con un sodalizio di vent’anni alle spalle col mite pensionato -, del tutto incurante del suo destino. Un male diverso, meno d’impatto, sicuramente, ma forse molto più comune e vicino al quotidiano di qualsiasi altro personaggio presente in questa lista.