Radiohead: tutti gli album, dal peggiore al migliore [ASCOLTA]

Radiohead
Condividi l'articolo

Mettiamo in ordine gli album dei Radiohead: secondo voi qual è il migliore? E quale il peggiore? Confrontatevi con la nostra classifica

9. Pablo Honey, 1993

Lo sappiamo: andando dal peggiore al migliore degli album dei Radiohead, bisogna partire da qui. E sì, è stato detto e ridetto che questo disco andrebbe tutto sommato rivalutato, non preoccupatevi. Ma rimane il fatto che, a parte che per la solita Creep e qualche brano un po’ sottovalutato come Prove Yourself, ci troviamo sempre di fronte ad un rock alternativo incerto, sicuramente imberbe (diciamo così) e fin troppo derivativo rispetto alle tendenze del periodo, underground incluso. Poi, lo sappiamo bene, i Radiohead troveranno la loro strada. Ma qui il momento per loro di diventare la band più importante del pianeta è ancora di là da venire.

8. In Rainbows, 2007

Qui c’è da considerare se parliamo dell’album a sé stante o se includiamo anche l’EP Disk 2, pubblicato in seguito. E la cosa cambia, perché se è vero che In Rainbows prosegue il parziale ritorno al rock dell’album precedente e regala piccole perle come 15 Step e House of Cards, è anche vero che il gruppo si perde in divagazioni trasognanti non esattamente carismatiche quali Weird Fishes / Arpeggi. L’EP riequilibra il tutto, con brani più decisi e memorabili come Down Is the New Up e Up on the Ladder. In definitiva e anche considerato come doppio disco, In Rainbows risulta come uno degli album più vaghi e meno coerenti della band.

7. A Moon Shaped Pool, 2016

Ad oggi l’ultimo album del gruppo, protrae l’amore per la concisione già mostrato da Yorke e colleghi nel disco del 2011 e costruisce le canzoni attorno a idee semplici e sonorità precise, con sottili afflati neo-prog e atmosfere come sempre vicine al dark ambient. Vengono costruite ancora una volta musiche che privilegiano silenzi e sussurri, con un allontanamento definitivo dal vigore, dall’energia giovanile (e dal rock chitarristico) dei primi anni della carriera del quintetto. Rimane una tracklist da apprezzare nella sua raffinatezza, a partire dalla splendida Burn the Witch, una delle loro canzoni in assoluto più riuscite.

LEGGI ANCHE:  Thom Yorke candidato agli Oscar

6. The King of Limbs, 2011

Un disco ai tempi deriso anche dai fan della band post-2000 e che eppure, se risentito oggi, corregge chiaramente il tiro dopo la vaghezza di In Rainbows con una tracklist concisa, elettronica, fatta di sample intrecciati, ritmi meccanici e suoni eterei che più che mai spingono la band verso territori musicali astratti; al punto che diventa ormai difficile capire che cosa si sta ascoltando e in vari momenti seguendo l’etica dell’ambient ci si perde semplicemente in atmosfere oscure attentamente costruite. Morning Mr. Magpie, Little by Little e Lotus Flower sono di gran lunga i brani migliori.

5. Hail to the Thief, 2003

All’epoca acclamato come il grande “ritorno al rock” dopo la fase sperimentale dei due album di inizio millennio, questo disco in particolare segna in realtà la fusione dei due stili in una musica che si caratterizza come ancora più profondamente “Radiohead” di quanto fosse prevedibile fino a quel momento. Chitarre ed elettronica vanno a braccetto in un percorso sempre esplorativo che regala perle come Myxomatosis (forse la canzone più sottovalutata di tutta la discografia del gruppo) o 2 + 2 = 5, dando vita nel contempo e a livello lirico all’album dei Radiohead più politico, cinico e amaro.

4. The Bends, 1995

Torniamo indietro alla metà degli anni ’90, all’inizio della carriera della band. Ai tempi i cinque sono ancora famosi principalmente solo per la super-hit Creep (vedi sopra) e per uno stile grunge tutto sommato semplice ed orecchiabile. Ma Yorke e colleghi colgono il rischio: bisogna cambiare per restare rilevanti e non essere dimenticati come uno dei tanti nomi dell’alt rock del decennio. E i Radiohead lo fanno, con un disco che porta il rock alternativo a un nuovo livello e che, già, anticipa quello stile alienante e ultra-terreno al quale si dedicheranno di lì a qualche anno. Nel frattempo canzoni come Just o Fake Plastic Trees rimangono come classici assoluti del periodo.

3. Amnesiac, 2001

Ossia: Kid A parte 2, come è stato osservato più volte nel corso degli anni. I suoni e le sperimentazioni viaggiano sulla stessa linea: qui vediamo i Radiohead in caduta libera, improvvisamente aperti a qualunque cosa NON sia la banalità in musica ma sempre con una forma canzone ben precisa in mente. Se il lamento cosmico di Pyramid Song spicca come cult per eccellenza, Knives Out, I Might Be Wrong e Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box si segnalano tra i brani veramente memorabili del periodo migliore del quintetto, che in un album come questo brilla del resto anche in idee semplici e divertissement come Hunting Bears e Pulk/Pull Revolving Doors.

LEGGI ANCHE:  La prima composizione classica di Thom Yorke

2. OK Computer, 1997

L’album del grande anti-successo, ossia dell’imposizione di uno stile impegnativo e ricercato che tuttavia, imprevedibilmente, nel 1997 apre ai Radiohead le porte non solo del riscontro commerciale ma anche della storia della musica. L’influenza di questo disco infatti, al di là di indiscussi brani capolavori come Paranoid Android o Karma Police, sta nel creare uno spazio pulito che incoraggia tantissime band e artisti a fare una musica che per quell’era e per anni a seguire si potrà ancora considerare “diversa”. Un’occasione ben sfruttata: non è un caso che oggi suoni come quelli di OK Computer si ritrovino ovunque nelle produzioni dei musicisti più impegnati (e non).

1. Kid A, 2000

Non potevamo che toccare l’apice con questo disco leggendario: ai tempi anch’esso criticato (ridicolmente); in realtà un salto nel vuoto di cinque artisti autentici in una delle più clamorose re-invenzioni della storia della musica. Il risultato: una bibbia criptica di poesia esistenzialista, sonorità irreali, elettronica prog mai sentita prima e songwriting oscuro che guarda all’inizio del nuovo millennio con somma diffidenza. Mentre Jonny Greenwood assume felicemente il ruolo di mastro sperimentatore, Thom Yorke si afferma quale voce inconsolabile di una nuova incompletezza che sa di digitale, di tecnologia, di allontanamento. Più che un album, una profezia.

Siete d’accordo con questa classifica? Avreste scelto altri album in altre posizioni? Fateci sapere che cosa pensate su LaScimmiaSente!