Slipknot: The End, So Far [Recensione]

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Slipknot: The End, So Far è finalmente uscito. Ha visto la luce il 30 settembre il settimo lavoro della band mascherata originaria dell’Iowa. A soli 3 anni di distanza dal precedente disco We are not your kind, Corey Taylor e compagni propongono un album che già da subito ha fatto molto discutere.

Slipknot: The End, So Far. Un titolo che ha inizialmente spaventato i fan che allarmati si aspettavano dichiarazioni circa lo scioglimento della band.

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Corey Taylor, il cantante degli Slipknot con la nuova maschera

Le tragedie che hanno costellato la carriera di questa band sono ben note: la morte di Paul Gray, l’allontanamento e poi la morte di Joey Jordison avvenuta l’anno scorso (tra l’altro nel booklet di The End, So Far c’è un piccolo omaggio a Joey) fino ad arrivare al licenziamento del percussionista Chris Fehn per divergenze con Corey Taylor e Shawn Crahan. Ma dopo numerose illazioni sui social dovute anche all’inquietante titolo della canzone che chiude questo nuovo album, Finale, i nove hanno fatto sapere che questa nuova fatica sancirà la chiusura di un capitolo della loro carriera e l’inizio di uno nuovo. La band infatti ha annunciato la rottura del rapporto con la Roadrunner Records, etichetta che li lanciò nel lontano 1999.

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Sid Wilson il dj degli Slipknot con la nuova maschera

The End, So Far è uscito il 30 settembre dopo esser stato supportato da tre singoli: The Chapletown Rag, The Dying Song (Time to Sing) e Yen. Se con il primo pezzo i fan assaporavano in trasparenza alcune sonorità che rimandavano addirittura alle atmosfere del loro album di debutto, con The Dying Song e Yen sono arrivate le prime rotture. Si sente la loro impronta, ma se da un lato si ritrovano alcuni spunti iniziati con We are not your kind e sviluppati qui a distanza di tre anni, da un lato si sentono le sperimentazioni e le innovazioni a cui vogliono prepararci i nove psicopatici di Des Moines.

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I due percussionisti degli Slipknot: a sinistra Shawn Crahan, uno dei membri fondatori della band e a destra Michael Pfaff, ultimo arrivato nella family

Il disco si apre con Adderall, un pezzo che ha scaturito non poche polemiche. Un ballad dolce e spiazzante e che si discosta molto dalla cifra stilistica dura al quale la band ci ha abituato. In realtà se si pensa a pezzi come Vermillion e Snuff, già era nota la vena soft che la band era capace di tirare fuori, ma questo brano di apertura, con i suoi cori e quel piano dolce cerca di comunicare da subito le intenzioni e il messaggio di una band che non ha nessuna intenzione di crogiolarsi nel passato. Canzoni come Hivemind, Warranty e H377 ci riportano bruscamente alle sonorità heavy sprigionando tutta la follia che ha fatto conoscere i nove in tutto il mondo.

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The End, So Far è sicuramente un album che fungerà da crocevia per il futuro degli Slipknot. Una band che, piaccia o no, è composta da cinquantenni.

Si ritrovano sonorità che rimandano un po’ all’hard rock, al blues, passando per il gothic, tutto condito con le chitarre suonate magistralmente dai soliti Root e Thomson. Venturella e Weinberg, ormai integrati alla perfezione nel meccanismo ritmico. E scopriamo anche una rivalutazione di Wilson e Jones, che con i loro synth, turntable, campionamenti e elettronica, non sono più comprimari, ma in certi frangenti veri protagonisti della scena.

Gli Slipknot sono sul pezzo da ormai più di venti anni, accompagnando generazioni dal loro debutto, fino a oggi. Se sono ancora qui è anche dovuto alla loro capacità di battere nuove strade e sperimentare sentieri che si discostano da quanto già detto o già fatto in precedenza. Con la maturità dalla loro non ci si poteva assolutamente aspettare un nuovo Iowa. Solo un folle lo pretenderebbe. Chi è la stessa persona che era 20 anni fa?

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