Perché gli Oscar hanno stufato

Abbiamo assistito ad una delle edizioni peggiori degli Oscar, ed è forse arrivato il momento che l'Academy rinnovi un format troppo vecchio.

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Photo credit: Praytino (Flickr) - CC BY 2.0
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È passata quasi una settimana dalla notte che ha incoronato i vincitori degli Oscar 2022. La scia di polemiche, concentrata sullo schiaffo di Will Smith ai danni di Chris Rock continua a tenere banco. Sembra infatti ormai l’unico fatto rilevante di questa notte degli Oscar.

Nell’edizione che doveva sancire un ritorno alla normalità dopo le due annate minate dal Covid-19 l’Academy aveva l’occasione di riformulare un sistema che pare ormai a tutti piuttosto stanco, ma non ha certo brillato in questo senso.

Sono anni, infatti, che gli Oscar sembrano aver perso quello smalto che avevano in tempi neanche troppo remoti, tra una lunghezza (e lentezza) della cerimonia anacronistica, film non certo indimenticabili e molto altro. E se quest’anno non si è praticamente parlato di cinema il motivo è piuttosto chiaro: c’era veramente poco da dire.

Il noto critico Paolo Mereghetti ha definito questa cerimonia senza mezzi termini come la peggiore che si ricordi (e ci sentiamo di dargli ragione). Ecco i motivi per cui gli Oscar ci hanno stufato, cosa vorremmo vedere e cosa non vogliamo più vedere (schiaffi in primis, ma questo è evidente).

Un problema di format

Primo (e decisamente importante) motivo è quello del format della cerimonia. Quest’anno l’Academy ha tentato di renderla più snella assegnando alcuni premi fuori dalla diretta (inserendo poi gli estratti nella trasmissione). Una mossa che ha fatto imbestialire molti professionisti del settore, che si sono visti dare poca rilevanza a scapito di altri colleghi.

Quello del format è un problema che va avanti ormai da anni. In un tempo in cui si accorcia tutto l’accorciabile per renderlo più appetibile, rapido (e indolore in questo caso), la monolitica auto-celebrazione di Hollywood sembra decisamente fuori tempo massimo.

A contribuire a questo senso di pesantezza non giova l’orario decisamente ostico per il pubblico europeo. La stessa cerimonia, poi, ha dei momenti “morti” incredibilmente lunghi, il cui scopo non è sempre ben chiaro.

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Qualcosa, sotto questo aspetto, deve essere fatto. I tentativi di quest’anno sono falliti, ma è evidente che sarà una delle più grandi sfide che gli Oscar dovranno affrontare nei prossimi anni.

L’appiattimento dei film

I segni del cuore
Il cast di I segni del cuore

Quest’anno qualsiasi discorso sui film, attori e professionisti premiati è passato in secondo piano. Ma se i fatti contingenti (per quanto gravi) avvenuti sul palco sono più importanti dei film (e della loro celebrazione) il problema è evidente.

C’è un evidente appiattimento dell’Academy, che in più occasioni negli ultimi 10 anni si è dimostrata poco coraggiosa se non incompetente nell’assegnare i premi. La vittoria di I segni del cuore di quest’anno ne è un esempio lampante.

Raramente un film così banale ha ricevuto la statuetta più ambita. Disastro nei disastri, ha vinto anche quella per la migliore sceneggiatura non originale. In pratica un remake (di un film già non certo indimenticabile), rielaborando leggermente il materiale di partenza avrebbe la migliore sceneggiatura non originale dell’anno secondo l’Academy.

Non è che l’ennesimo episodio, ma forse quello più eclatante. I segni del cuore è un film che non scontenta nessuno, denso di sentimentalismo, che non urta anima viva. Ma è anche un film dalla scrittura banale, pigra, melensa e vista in mille salse della riuscita del sogno americano. Buoni e cattivi, giusto e sbagliato, nessuna sfumatura.

Stupisce la mancata vittoria de Il potere del cane, i cui motivi sono difficilmente decifrabili, almeno razionalmente. Continua un evidente astio nei confronti di Netflix, che sembra ormai una crociata personale dell’Academy. L’unico premio che il film si è aggiudicato è stato quello per la miglior regia, assegnato a Jane Campion, i cui meriti vanno ben oltre quelli della piattaforma di streaming con la grande N.

Sembra, insomma, che il discorso attorno al cinema sia diventato ancor più banale che in passato, preoccupando non poco per il futuro.

Il sistema di votazione

Oscar
Una foto della cerimonia degli Oscar del 2020

Si ricollega al punto precedente un altro problema dell’Academy, ovvero quello del sistema di votazione. È evidente che non ci troviamo ad un festival europeo (tantomeno americano), ma è forse il caso di ripensare un sistema troppo largo e sconclusionato.

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Ad oggi i votanti sono 9.395, ovvero i membri dell’Academy of Motion Pictures Arts and Sciences. Fra questi troviamo attori, associates, direttori di casting, direttori della fotografia, costumisti, registi, documentaristi, dirigenti, montatori, addetti al trucco e parrucco, addetti a marketing e pubbliche relazioni, members-at-large, musicisti, produttori, scenografi, animatori, addetti al sonoro, addetti agli effetti visivi e sceneggiatori.

Per entrare è necessario essere stati nominati ad almeno un Oscar o essere nominati da qualcuno all’interno per meriti in campo cinematografico.

Una delle prime evidenze è quella della chiusura dell’ambiente (per quanto esteso), la formazione di un club che si autoalimenta e che decide chi includere e chi no. La seconda è un problema più tecnico: quanto è intitolato, ad esempio, un addetto al sonoro a valutare la migliore sceneggiatura?. Ovviamente, il discorso vale anche al contrario.

Insomma il voto di un addetto al suono per la migliore sceneggiatura vale uno, esattamente come quello dei colleghi sceneggiatori. Una stortura ben evidente che, seppur esistente da sempre, non fa che minare l’autorevolezza dell’Academy, sempre più incerta e discussa dalla comunità cinefila mondiale.

Quale strada prendere?

È chiaro che la sfida più grande nei prossimi anni, per l’Academy, sarà quella di trovare un format più attuale e tornare ad attrarre un pubblico che sembra sempre più lontano. Gli sforzi fatti fino ad ora sembrano non aver portato alcun frutto, mentre ogni anno che passa è un’occasione sprecata.

L’Academy ha il dovere di tornare ai giorni nostri, di fare pace con le piattaforme di streaming (la vittoria de I segni del cuore, prodotto da Apple, non basta) e il cinema indipendente e ritrovare l’autorevolezza che sembra sempre più un lontano ricordo.

Torinese d'adozione ed aostano di nascita, laureato al DAMS. Quando non è impegnato a sopravvivere si interessa in particolare di cinema orientale, di fumetto e di tappeti.