The Cure: le 10 canzoni più belle [VIDEO]

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Credits: The Cure / YouTube
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Sempre un buon momento per ripassare i Cure

The Cure sono inattivi da un po’. Non è un segreto e i fan stanno ancora aspettando questo misterioso doppio album inedito, o quel che sarà, che Robert Smith seguita a promettere da anni. Sembra che i tempi si stiano dilatando in stile Kevin Shields.

L’ultimo album della mitica band inglese, 4:13 Dream, risale al 2008 e non era neanche malaccio. Ma nonostante gli anni trascorsi Smith non sembra intenzionato a pubblicare presto nuovo materiale, e nel frattempo Simon Gallup, lo storico basssta della formazione, è uscito dal gruppo per la seconda volta.

A noi cosa resta da fare, quindi, se non farci un bel ripasso delle migliori canzoni della storia della band? Dal periodo più goth alle hit new wave anni ‘80, passando per le indiscrezioni pop e riff di chitarra memorabili, ecco la nostra selezione delle dieci canzoni dei Cure da ascoltare e conoscere per ogni fan affezionato.

10. Friday I’m In Love, 1992

Uno dei brani forse più strenuamente positivi (il che è tutto dire) di tutta la discografia della band, questa canzone dedicata ad amore e speranza è forse l’ultimo vero classico del loro periodo d’oro. Arriva a inizio anni ‘90, con un video accattivante che fa superare al gruppo lo scoglio del cambio di decennio, regalando nel contempo al pubblico un alt rock scanzonato ma sempre “allegramente tetro”.

9. A Forest, 1980

I Cure nel loro periodo in assoluto più cupo. In pieno post-punk, con toni funerei, accenti disperati e un arrangiamento fumoso per un brano senza via d’uscita, da non ascoltare assolutamente se siete depressi. La canzone rimane ancora oggi uno dei simboli dei Cure al loro estremo più nero, ed è oggi come ieri una fan-favorite.

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8. Why Can’t I Be You, 1987

Ecco i Cure in un inaspettato e insospettabile sfogo funk soul dal ritmo concitato e dagli arrangiamenti di fiati invadenti. Il brano parla di una passione irrefrenabile e lo fa per vie traverse e metaforiche. Qui Smith si scatena completamente, cantando tutto quello che vuole in una canzone che intende rompere ogni regola e, semplicemente, divertire.

7. Just Like Heaven, 1987

Uno dei brani più chitarristici e anche più leggeri del periodo “pop” della band, memorabile per la sua melodia e per il ritmo trascinante. Anch’esso tratto dal lungo e impegnativo album Kiss Me, Kiss Me, Kiss Me, tradisce le capacità autoriali e la sensibilità melodica di Smith in tre minuti e mezzo di canzone pressoché perfetti.

6. The Lovecats, 1983

Uno stranissimo pezzo jazz, totalmente fuori dalle corde dei Cure, segna il passaggio fuori dal loro primo periodo goth verso un approccio totalmente diverso. Quasi un’auto-negazione di sé stessi, intrapresa anche con il coevo singolo synthpop Let’s Go to Bed, che vede la band uscire da ogni schema ed esplorare territori inimmaginabili. E poi, la melodia è indimenticabile.

5. In Between Days, 1985

Sempre i Cure più pop, quelli di certo più invisi alla sotto-cultura goth che loro stessi avevano contribuito a creare. Smith si diverte con un brano fatto per le charts, una parte di synth che resta subito in testa e strumenti piegati a contornare le sue infallibili intuizioni melodiche. Forse uno spreco per la fazione della musica dark, ma sarebbe un peccato se brani come questi non fossero mai stati scritti.

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4. Close to Me, 1985

Il super-successo di metà anni ‘80, un divertente pezzo new wave con percussioni fantasiose, una strana melodia giocosa e, nel video, Robert Smith che, chiuso in un armadio, precipita da una scogliera. Tutto normalissimo. Questi sono i Cure più positivi, scanzonati e a loro agio in cima alle classifiche. Tutto sommato, un’altra parte di loro.

3. Lovesong, 1989

La canzone d’amore goth definitiva, lamentosa quanto basta, malinconica dove serve ma comunque sempre pronta ad aprire a un barlume di speranza. Gli arrangiamenti classicheggianti veleggiano sulle celebri note di organo che guidano il brano, come un inno religioso trasformato, in una cattedrale abbandonata, in canto per innamorati. Più gotico di così.

2. Boys Don’t Cry, 1979

Per molti la pietra angolare dell’intera carriera del gruppo. Il brano, risalente al 1979, riporta tutte le caratteristiche del post-punk dell’epoca ma con un’atmosfera malinconica più che deprimente. Il ritmo è incalzante, il riff di chitarra celebre e il ritornello epocale. Qui, più o meno, è da dove è iniziato tutto quanto.

1. Lullaby, 1989

Una macabra ninna-nanna degna di Tim Burton, con video annesso, nella quale il sempre inquetante Robert Smith augura un dolce sonno nel quale un “uomo ragno” (non quello che pensate voi) si mangerà il dormiente per cena. Un trionfo di arrangiamenti barocchi e tetri, un cantato sussurrato atipico e geniale, un giro di basso memorabile e ragnatele un po’ ovunque. Più Cure di così, non si può.

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Avatar di Andrea Campana
Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos, Rock and Metal in My Blood.