The Boys 2: quando il Re dei Blockbuster è una serie Tv | Recensione seconda stagione

The Boys si conferma una serie tv di altissimo profilo anche in questa seconda stagione. Una produzione da capogiro con una storia dissacrante e avvincente.

the boys 2

Prima di iniziare ad analizzare la seconda stagione di The Boys bisogna fare una premessa: lo show è una produzione televisiva di fascia alta e quando questo si applica alle serie fantasy, o comunque a prodotti che esigono massicce dosi di effetti speciali, possiamo tranquillamente affermare di trovarci dinanzi a un piccolo miracolo. Lo stesso Eric Kripke, showrunner della serie, ha ammesso, in un’intervista a Business Insider, come siano stati fondamentali “i dolci, dolci soldi di Bezos”. Dopo il rifiuto di un’altra casa di produzione, infatti, l’azienda del magnate statunitense ha letteralmente salvato il culo all’adattamento televisivo della leggendaria saga a fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson. Non siamo certamente dalle parti di Game of Thrones, regina milionaria indiscussa del piccolo schermo, ma possiamo affermare che ci troviamo intorno ai 5/6 milioni di dollari a episodio. Non propriamente “du’spicci”. Se poi i soldi sono messi nelle mani giuste allora avremo uno show che punta decisamente in alto.

Frutto di questi vantaggi è che The Boys guarda indistintamente sia al piccolo che al grande schermo. Immaginate un episodio proiettato in una sala cinematografica top class, sicuramente non sfigurerebbe. L’impostazione voluta dagli autori è chiaramente quella del grande blockbuster macina soldi. Visivamente lo riscontriamo, banalmente, già dall’aspect ratio, un formato panoramico stile anamorfico (siamo nel campo del digitale, non possiamo più propriamente parlare di formato anamorfico) di 2.39:1. Rapporto molto raro nel campo della televisione e che ci chiarisce fin da subito che aspetto intende avere lo show.

Altro fattore che gioca a favore della cornice da grande produzione è sicuramente il modello di cinepresa utilizzato: la leggendaria RED Weapon 8K VV Monstro, una camera non proprio alla portata di ogni produzione televisiva. Il lavoro sugli effetti speciali conferma ulteriormente questa volontà, basti pensare che solo per la realizzazione della primissima scena della serie (l’omicidio della ragazza di Hughie da parte di A-Train) ci sono voluti sei mesi di lavoro; e addirittura per la scena del capodoglio della seconda stagione si è optato per la ricostruzione fedele di un esemplare di 15 metri. Se siete interessati al lavoro in VFX vi rimandiamo a questo link.

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Una delle scene più iconiche di The Boys 2

Il lavoro intenso per rendere The Boys un prodotto ispirato al grande schermo tocca ulteriori comparti.

Il lavoro sui LUT, e in generale sull’intero piano grafico, è sicuramente uno degli aspetti più curati, la preparazione dell’immagine è definita nei minimi particolari molto prima dell’effettiva ripresa. Un lavoro che ha richiesto sforzi ben superiori rispetto alle produzioni standard, come testimoniato (qui l’articolo) dalla stessa Company3, il laboratorio di post-produzione a cui Kripke si è rivolto.

Caratteristico, inoltre, l’uso di obiettivi anamorfici (Cooke anamorfico SF e Scorpio-Lens Anamorphic), sempre più rari dopo l’avvento dell’era digitale, che donano le diffuse (e volute) distorsioni dell’immagine (guardate negli angoli dell’inquadratura) e i marcati bokeh. Anche questa scelta fa lievitare i costi di produzione, infatti, è noto, che le lenti anamorfiche sono molto più care rispetto alle classiche sferiche (va detto però che le Scorpio vantano prezzi più competitivi). Una scelta artistica ben precisa che pur influenzando il budget ha il merito di donare alla serie una peculiarità visiva difficilmente riscontrabile nel mondo seriale.

Infine, l’approccio cinematografico si traduce marcatamente anche nelle scelte prettamente registiche. Il coverage è variegato, ingegnoso e, qualche volta, sperimentale. La regia usa l’intero spettro dei tipi d’inquadrature con ampio spazio ai campi lunghi, lunghissimi, panoramiche, riprese dall’alto, punti di vista originali, quadro nel quadro (approfondiremo questo aspetto in recensione), insomma un’ecletticità che troviamo solo in produzioni di fascia alta che si avvalgono di registi e creatori cinematografici prestati alla televisione o comunque con una visione profondamente artistica del prodotto seriale (Mindhunter, Mad Men, True Detective, Breaking Bad, Twin Peaks 3 etc.).

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The Boys 2: I “ragazzi”

Risulta chiaro, quindi, che prima di giudicare una serie come The Boys bisogna avere ben in mente tutte queste peculiarità che la contraddistinguono. Capendo il contesto riusciremo facilmente a collocare la serie nella “massima divisione” della “lega” televisiva e, di conseguenza, saremo capaci di apprezzarne alcuni aspetti fondamentali a prescindere dal fatto che il prodotto ci sia piaciuto o meno; poiché mentre la nostra premessa si basa su dati di fatto; i sentimenti nascono, invece, dall’istinto, dai gusti e dal carattere.

Unendo questi due approcci possiamo goderci un’opera a trecentosessanta gradi; sta ad ognuno di noi, poi, decidere se propendere per l’uno o per l’altro nel nostro conclusivo giudizio. E The Boys merita assolutamente questa premura, di essere compresa in tutte le sue mirabolanti sfaccettature.

The Boys 2: Recensione della seconda stagione

Fanculo a questo mondo, che confonde ciò che è bello con ciò che è buono…

The Boys – seconda stagione
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Patriota in un poster promozionale di The Boys 2

Stabilita questa propedeutica premessa possiamo finalmente parlare della seconda stagione di The Boys. Un arco narrativo che riprende le fila dal punto in cui si è interrotta la stagione precedente e continua a mostrarci questo nuovo folle mondo attraverso ulteriori rivelazioni e approfondimenti.

Ancora più presente la compenetrazione tra finzione e realtà, come auspicato da Kripke, infatti, The Boys si presta perfettamente all’analisi e rappresentazione di alcuni temi e dinamiche sociali contemporanee. I mass media divengono il fulcro centrale della funzione critica della serie attraverso, ovviamente, il tipico tono dissacrante e politicamente scorretto.

I media e la comunicazione di massa sono talmente importanti per la costruzione dialogica dello show da invadere anche le scelte registiche. Difatti, come anticipatovi sopra, sono numerosissime le inquadrature quadro nel quadro. Spessissimo, veniamo introdotti in una scena attraverso un mezzo di comunicazione differente: tv che si sovrappongono, smartphone, tablet e computer a pieno schermo ci donano l’illusione del punto di vista della camera per poi rivelarsi un’ informazione diegetica grazie a una carrellata indietro che ci rivela la verità su ciò che stiamo guardando. Espediente utilizzato tanto nel corso delle otto puntate e che esaspera un metadiscorso sviscerato anche con scene in risoluzioni più basse (o in diversi rapporto d’aspetto) che ci fanno assumere la soggettiva di colui che sta guardando il proprio telefono, televisore o pc. Una perfetta sovrapposizione tra spettatore e personaggio, tra pubblico a casa e pubblico nella serie. La percezione della verisimilitudine è probabilmente il punto di forza di The Boys; caratteristica appartenente già all’opera cartacea ed espressa con più efficacia nella serie.

L’immedesimazione, più che la trama, quindi, rende The Boys coinvolgente. Parlare di supereroi per parlare del mondo contemporaneo. Terrorismo, questioni di genere, populismo, consumismo, capitalismo, complottismo, politically correct, potere finanziario, militare, politico. il ventunesimo secolo è il vero e proprio protagonista della serie. La massa è il ruolo centrale. Antagonista assoluto: i potenti, i privilegiati, le star, le celebrità, in questo caso rappresentati dai Super. Esseri amati, odiati e soprattutto temuti (tema affrontato molte volte nella lunga storia dei comics). In contrapposizione, un pugno di uomini a conoscenza della verità, uomini che affrontano un potere apparentemente invincibile. Una lotta annacquata dall’enorme mondo che abitiamo e dalla incredibile mole di informazioni che ci investono ogni giorno.

Per questi motivi, The Boys è una serie che offre una trama orizzontale dinamica e divertente ma ritrova la propria forza più nella messa in opera e nel discorso. Non sappiamo quale sarà la fine, ma pare che qui, ciò che conta maggiormente sia il viaggio. La serie è, pertanto, la dimostrazione che un blockbuster è per natura un essere mutevole, che deve il suo nome e la sua fama alla forma più che al contenuto, che può essere mutevole, sottile, acuto.

Sul piano della trama dura e pura, è una stagione che chiude il primo arco narrativo in maniera soddisfacente a netto di qualche passaggio affrettato (soprattutto nella prima parte) e alcune scelte narrative apparentemente ingenue. Nota di merito al colpo di scena finale, giostrato perfettamente vista la natura dello show, che non pretende di essere un giallo deduttivo e che quindi può permettersi di spiazzare lo spettatore liberamente, senza lasciare indizi di sorta.

Patriota

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Patriota nel finale di The Boys 2

Nonostante The Boys possa vantare un cast ben scelto e perfettamente calato nella parte — impreziosito dalla incredibile interpretazione di Aya Cash nei panni di Stormfront — il gioiello della corona è rappresentato senza ombra di dubbio da Patriota. Antony Starr ha dato vita a una delle migliori performance della storia della televisione infondendo tridimensionalità a un personaggio che sin dalla nascita vanta una scrittura di prim’ordine. In questa seconda stagione, l’ampio spettro della personalità del più grande eroe del pianeta si rivela completamente al pubblico attraverso un climax psicologico ben strutturato. Un’evoluzione costruita in modo impeccabile e che trova la propria consacrazione nella potente scena del confronto finale. Non abbiamo dubbi: gli Emmy hanno già un vincitore per la prossima edizione.

Conclusioni

In definitiva, unendo i due approcci citati nella prima parte di questa recensione, vale a dire quello logico-analitico e quello soggettivo-sentimentale, possiamo tranquillamente affermare che The Boys, all’interno del format di riferimento (ovvero il più diffuso, escludendo le miniserie e i prodotti antologici), è una delle migliori serie degli ultimi anni, nonché il miglior prodotto della scuderia Amazon ad oggi. Un trionfo che spingerà la piattaforma di Bezos sempre più in alto. Ci aspettiamo grandi cose dalla terza stagione. Restate sintonizzati.

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