Hiroshima mon amour – La recensione

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Girare un’opera prima come Hiroshima mon amour è tanto una benedizione quanto una condanna. Pur avendo partorito grandissime pellicole (L’anno scorso a Marienbad fra tutte), Alain Resnais ha sempre dovuto confrontarsi col suo inarrivabile esordio (prima aveva diretto vari cortometraggi e piccoli documentari, tra cui lo splendido Notte e nebbia).

Scritto da Marguerite Duras, in stretta collaborazione con il regista, il film è stato presentato in concorso alla dodicesima edizione del Festival di Cannes (la stessa che vide trionfare la regia de I quattrocento colpi) consacrando, insieme al capolavoro di Truffaut, la Nouvelle Vague. I primi cinque minuti dell’opera sono semplicemente indimenticabili: si alternano riprese fredde e documentaristiche di un Hiroshima distrutta, a dettagli sui corpi dei due amanti che si strofinano, si toccano con gesti esasperati, cullando lo spettatore per poi metterlo di nuovo a contatto col dolore e la sofferenza dei giapponesi. Il tutto accompagnato da una colonna sonora degna di nota (Delerue e Fusco, due tra i più grandi innovatori della musica da film) e un dialogo/monologo di una poeticità unica; motivo per cui è un errore guardare il film doppiato, si perderebbe del tutto la musicalità del linguaggio. 

Lo sviluppo è piuttosto semplice: una storia d’amore impossibile tra un architetto giapponese e un’attrice francese che si trova ad Hiroshima per girare un film sulla pace; un dettaglio fondamentale. Ciò che tiene viva l’attenzione dello spettatore è la quasi ossessiva focalizzazione sui contrari: amore/guerra, passato/presente, collettività/individualità, contatto/distanza, realtà/finzione, monologo/dialogo, Giappone/Francia. Questi arrivano a fondersi e compenetrarsi grazie ad un audace ed originale uso del flashback, espediente che conferisce al film un’atmosfera leggermente onirica ma permanente. D’altronde sono queste le caratteristiche che permettono di annoverare Hiroshima mon amour tra le prime pellicole sperimentali della storia, “Un film che non potevamo prevedere sulla base di quello che già sapevamo sul cinema” (Godard).

Hiroshima mon amour
Hiroshima mon amour

Chi conosce il cinema di Resnais sa bene che il tempo rappresenta un elemento fondamentale nella sua poetica; basti pensare al divertentissimo “Smoking – No smoking”. Ebbene, in questo film il tempo assume il ruolo del protagonista. Diventa oggetto di discussione, lo si teme, lo si venera e si cerca di annientarlo attraverso la memoria (altra protagonista dell’opera). Vi è un’angoscia legata ad esso, in ogni sua fase (passato, presente, futuro) marcata dalla discontinuità temporale con cui la storia è narrata. Difatti senza Hiroshima mon amour, probabilmente, non sarebbero mai state partorite pellicole come Rapina a mano armata di Kubrick o il più recente Memento di Nolan. Pellicole la cui caratteristica peculiare è proprio l’intreccio temporale e la continua proposta di flashback. Vi è, però, una sorta di ambiguità nel modo in cui il tempo viene trattato.

Fondamentalmente, il film sembra avere un obiettivo ben preciso dalla seconda metà: disorientare lo spettatore, suscitargli domande e impedirgli di distinguere il vero dal falso. Questa idea si concretizza nella lunga scena del ristorante, nella quale Lei racconta il proprio passato all’amante. Ed è proprio qui che emergono la maggior parte degli elementi che caratterizzano questa pellicola, sia dal punto di vista tecnico che filosofico. I flashback ci confondono, ci raccontano una storia che presenta elementi reali ed elementi inventati, senza dirci quali sono gli uni e quali sono gli altri. Un insieme disorientante, perché il tempo arriva a contestualizzare fatti ed episodi mai avvenuti diventando fittizio a sua volta.

Il racconto è intervallato da riflessioni sull’importanza della memoria, motore che tiene in vita il passato ma che è destinato a perdersi, sull’oblio al quale siamo tutti destinati e sul dolore e la sua condivisione. D’altronde è ovvio come l’attrice cerchi, inconsciamente, di attenuare il proprio dolore condividendolo con quello di una città intera e girando un film sulla pace. Ma alla fine delle riprese, e del suo viaggio, si rende conto che tutto quello da lei vissuto non è stato altro che una parentesi; un sollievo momentaneo da quel dolore che si porta dietro ogni giorno. In una scena lui le dice: “Sei come mille donne messe insieme”, rendendo simbolicamente collettivo anche il dolore dell’attrice e annullando qualsiasi differenza con quello dei giapponesi.

Hiroshima mon amour
Hiroshima mon amour

Si tratta, senza dubbio, di una poetica pessimistica. Il fatto che la memoria venga considerata come qualcosa di positivo, nonostante permetta di ricordare eventi così drammatici, risulta strano e affascinante. Hiroshima mon amour si chiude in maniera magistrale, con un finale pregno di significato che conferisce un’identità ben precisa ai due personaggi. 

La fotografia è affidata a Takahashi Michio in Giappone e Sacha Vierny in Francia. Quest’ambivalenza conferisce al film un’eterogeneità che sottolinea in maniera ancora più evidente l’importanza del tempo e della memoria; difatti la Francia rappresenta il passato, mentre il Giappone il presente. 

Hiroshima non amour si colloca senza dubbio tra le più importanti pellicole del cinema post-bellico, nonché tra i migliori film della storia del cinema. Un film capace ancora oggi di disorientare e colpire lo spettatore. Definire un’opera del genere un “capolavoro“, risulta quasi riduttivo.

 

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