Amy Winehouse, la portavoce della sofferenza femminile

Amy Winehouse

L’amore è un gioco a perdere?

La musica pop spesso tende a distorcere la figura femminile, mettendo in atto una sorta di sublimazione della donna che sempre più spesso assume le sembianze di un’inverosimile creatura dai connotati melensi e dolci. Mai e poi mai in preda ai più bassi istinti.

Fatte le dovute eccezioni, di esempi di questo tipo ne abbiamo diversi: Ed Sheeran in Thinking Out Loud parla di un’amorevole donna che lo stringe tra le sue braccia e lo bacia sotto un cielo coperto da mille stelle; John Legend in All of Me canta della sua donna e musa, dalla bocca intelligente, bella quando piange e dalle perfette imperfezioni.

Tutto estremamente romantico, per carità. La stragrande maggioranza delle donne di certo non disdegnerebbe una tale ammirazione da parte del proprio partner. Ma quanto di autentico c’è in queste parole? L’impressione è che l’amore, il sentimento per eccellenza, venga confinato ad un mero romanticismo spicciolo.

Alda Merini diceva che “L’amore è sofferenza, pianto, gioia, sorriso. L’amore è felicità, tristezza e tormento“. E i testi di Amy Winehouse rivelano l’amore autentico, vero, credibile, quello di una donna che ha deciso di vivere in modo più selvaggio, talvolta  assecondando i propri istinti.

La sua musica avrà in qualche modo trasportato tutti in un’altra epoca.

Ai tempi della Motown, del soul e dei suoni degli anni ’60 e ’70. Beve, imbroglia, si innamora dei ragazzi sbagliati, piange. Rifiuta la riabilitazione con un ritornello magnificamente semplice “Ho detto no, no, no“. Tutto lì, racchiuso tra il fumo e la sua magnifica voce brunita.

Questa è la magia della musica di Amy: questa capacità trasudava dai suoi testi, dalle sue parole, che strizzavano l’occhio non ai suoi contemporanei, ma al lavoro delle prime cantanti blues femminili come Big Mama Thornton o Bessi Smith. Racconti di bad romance vissuti dal punto di vista femminile, in cui gli uomini sono indecisi e gli amori sono abbandonati, perduti e poi ripresi indietro. Le sue lyrics hanno sottolineato l’aspetto più rozzo e più vero dell’esser donna. Qui troviamo una donna che quasi rifiuta di essere tale, o meglio, una donna che ha scelto di vivere lontana dagli stereotipi e che canta quanto a volte sia difficile essere tale.

L’elemento primario delle sue canzoni era il desiderio femminile: non si parla di una sessualità spinta, acuta, sporca, ma qualcosa di più veritiero, di più fisico. Parlava del calore di un corpo, del bisogno di emozioni, della fascino racchiuso nella camicia e nella biancheria intima del suo uomo.

In tutte le sue canzoni non siamo proiettati in ambienti fantastici e surreali, ma ci catapulta nel quotidiano, in un ambiente domestico: “I’m in the tub, you on the seat“, io sono nella vasca, tu sulla sedia.

“Lick your lips as I soak my feet/ Then you notice likkle carpet burn/ My stomach drops and my guts churn”.

Un verso che colpisce quanto un quadro di Renoir: nudo, intimo, erotico e che rapidamente assume le sembianze di qualcosa di caotico e scombinato. Lei si lava i piedi, lui è seduto e si accorge di una bruciatura, segno del suo tradimento. Lo stomaco cede, e lui scrolla le spalle, perchè in fondo lo sa che lei “is no good“.

Questa è la chiave di ogni testo di Amy Winehouse: disegna un’immagine che fa rapidamente scomparire. Una scena di amore mielata si dissolve in miseria. Le costanti di ogni sua canzone erano la dipendenza e la passione, l’incendio alto cinque piani di cui cantava in Love is A Losing Game, il grande intreccio di amore e dipendenza di Back to Black.

L’altra presenza irrinunciabile nella musica della Winehouse erano la recriminazione e il rimorso. Nelle sue parole, il bisogno di mostrare la capacità di rovinare sempre tutto: in Tears Dry on Their Own si dedica un severo ammonimento “I cannot play myself again, i should be my own best friend” continuando dicendo “Not fuck myself in the head with stupid men“.

Aveva un talento speciale nei suoi testi, un’attitudine che le permetteva di rendere le sue canzoni sorprendentemente veritiere. Nelle sue frasi sembrava rivelare ogni volta qualcosa sulla femminilità: ossessioni, sessualità, bisogni e desideri.

A volte le sue performance vacillavano, ma la voce era lì, e lì la sua spavalderia, con i suoi testi.

Al di là delle dipendenze, al di là degli ombrellini da cocktail, degli eccessi e degli incidenti in pubblico, c’era una donna che cantava una sofferenza che sembrava profondamente femminile, dolorosa. Più in là sarebbe arrivata Adele, che avrebbe conquistato il pubblico con un simile mix di blues e romantica dannazione, ma che non ha vissuto una vita estrema come quella di Amy Winehouse. E che non avrebbe mai ammesso ogni livido, ogni imperfezione, tutt’altro che lusinghiere.

Solo Amy Winehouse avrebbe potuto scrivere una canzone lacerante e vulnerabile come Back To Black. Sì, aveva il cuore spezzato, era ubriaca, aveva un amante, si drogava, aveva avuto problemi durante l’infanzia, ed è tutto in Back to Black. Ma pur non avendo sperimentato nemmeno la più minima parte delle cose appena elencate, quell’album parla a così tante persone perché tutti ne condividono il monologo interiore.

Ognuno di noi sospetta di essere un individuo incasinato, a proprio modo, il più delle volte incapace di fare del bene. E se è vero che l’amore è un Losing Game, ciò di cui abbiamo bisogno è il consiglio di qualcuno che è andato in rovina, ha scommesso tutto ciò che aveva e, sfortunatamente, ha perso.

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