85 anni fa nasceva François Truffaut – Top 10 dei suoi film migliori

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Sono tanti i modi coi quali si potrebbe omaggiare un uomo, ancor prima che critico e regista, eccezionale come quello che mi appresto a introdurre. E vorrei farlo partendo da una domanda che a molti potrà apparire bislacca o quantomeno fuori tema, ovvero: di chi è il merito se, ad esempio, oggi possiamo liberamente incensare un film come Mad Max: Fury road di George Miller, action privo di concetti sofisticati (e soprattutto della pretesa di veicolarli), dalla sceneggiatura elementare (quasi schematica) e dalla riduzione all’osso dello scheletro narrativo (sacrificato sull’altare del puro intrattenimento adrenalinico), giudicandolo un capolavoro assoluto?

La risposta dovrebbe essere certamente complessa e articolata, frutto di un’indagine approfondita sulla questione storica dell’approccio critico ai film, ma non possiamo sbagliarci limitandoci a pronunciare anche solo un nome: François Truffaut.

Colui  che più di chiunque altro contribuì a svecchiare, insieme ai cosiddetti giovani turchi redattori dei Cahiers du cinema (Godard, Chabrol, Rivette e Rohmer sotto l’egida del padre putativo Bazin), un modo di porsi (una certa tendenza, per dirla con parole sue) snob e superficiale della critica cinematografica (francese ma tendenzialmente mondiale), avvertendola della necessità di andare oltre alle semplici constatazioni sulla sceneggiatura “ben scritta” o “ben recitata” per analizzare invece il linguaggio del cinema nella sua essenza: scoprire se dietro alle scelte estetiche di ogni sequenza, scena e inquadratura vi è la personalità di un autore. Senza il suo enorme contributo, costituito dal libro-intervista spartiacque “Il cinema secondo Hitchcock”, oggi la concezione che noi abbiamo della settima arte sarebbe certamente diversa. Ebbene sì, perché all’epoca, mentre i Cahiers – Truffaut in prima linea – difendevano a spada tratta il cinema del maestro del brivido, la critica americana, messa di fronte ai grandi successi al botteghino dello stesso, si impegnava a stroncare categoricamente ogni suo film: egli era considerato, infatti, semplicemente un buon mestierante, non certo un autore con la A maiuscola, in quanto reo di girare solo thriller o film di spionaggio, vittima della gerarchia dei generi che tanto detestava Truffaut:

“Continuo a considerare assurda e a detestare la gerarchia dei generi. Quando Hitchcock girò Psycho (1961) – storia di una ladra occasionale, in fuga, uccisa a colpi di pugnale sotto la doccia dal proprietario di un motel che ha impagliato il cadavere della madre – quasi tutti i critici (allora) furono concordi nel considerarlo un soggetto triviale. Lo stesso anno, sotto l’influenza di Kurosawa, Bergman gira lo stesso soggetto (La fontana della vergine) ma ambientato nella Svezia del XIV secolo. Tutti vanno in estasi e gli viene assegnato l’Oscar per il miglior film straniero; lungi da me voler sminuire questo riconoscimento, insisto solo sul fatto che si tratta dello stesso soggetto (in realtà una trasposizione più o meno cosciente del famoso racconto di Charles Perrault: Cappuccetto rosso). La verità è che attraverso questi due film, Bergman e Hitchcock hanno espresso ammirabilmente e liberato una parte della violenza che è in loro.”

Fu così che nel 1962 al fresco regista di Jules e Jim venne l’idea di porre il suo idolo di fronte ad un insieme sistematico di domande, sicuro del fatto che il libro che si sarebbe potuto ricavare da tale epocale intervista avrebbe modificato radicalmente l’opinione dei critici americani. Oggi ancor più di ieri sappiamo bene quanto ci aveva visto lungo.

Non è un caso se all’ultima edizione del Festival di Cannes, la più importante ed universalmente riconosciuta manifestazione legata al cinema d’essai mondiale, è stato scelto come presidente di giuria proprio quel George Miller che con la sua ultima fatica, per quanto di genere, ha saputo esprimere – meglio di molti pretenziosi intellettualoidi – un’idea del mondo e un’idea del cinema che, ne siamo certi, François avrebbe molto apprezzato.

Oggi avrebbe compiuto 85 anni e vogliamo fargli gli auguri stilando una top ten – opinabile in quanto tale – delle sue opere più belle, ognuna di esse corredata da una sua dichiarazione a riguardo.

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