Emmy 2022 | Perché la sconfitta di Better Call Saul è una vergogna

Better Call Saul
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È andata in scena questo lunedì la notte degli Emmy, concludendo un’edizione che partiva già con qualche malcontento di troppo. Sin dall’annuncio delle nomination, infatti, lo sgomento per la mancata candidatura di Mandy Moore ha monopolizzato l’annuale dibattito attorno alle ambite statuine. Ma all’indomani della premiazione la regina dell’ultima stagione di This Is Us cede il trono dello scandalo a Better Call Saul.

Un record che resta come un epitaffio, per una serie conclusasi con una sesta e ultima stagione praticamente perfetta. 46 nomination, 0 statuette. Uno scam talmente diabolico da sembrare quasi uno strambo raggiro all’attore che porta in scena l’avvocato dell’inganno. Questo però non è solo un insulto a Bob Odenkirk, ovviamente. Tutt’altro, e i vari piani su cui si è realizzata questa sconfitta sono tutti sintomi di un meccanismo che forse, per questa volta, si è perso in qualche perversione di troppo.

Fun and Squid Games

E partiamo proprio dal premio all’attore protagonista, conquistato da Lee Jung-jae per Squid Game. La serie targata Netflix è stata senza dubbio un fenomeno più che di culto, ma quanto di questo successo è realmente ascrivibile ai meriti dell’attore che interpreta il giocatore n.456? Probabilmente non molto, e si badi: non perché la sua performance non sia stata all’altezza. Piuttosto, per quanto centrale, è difficile negare che il ruolo portato in scena da Lee Jung-jae sia essenzialmente inquadrato in un impianto decisamente corale.

Una tragedia in cui per altro il solo del protagonista passa in secondo piano di fronte alla brillantezza di un’opera a prova di orologeria. La sceneggiatura da puzzle movie e la scintillante estetica pop pronta ad edulcorare la violenza della sopravvivenza: questi gli ingredienti perfetti per inserirsi nel fortunato filone inaugurato da Battle Royale e consacrato al grande pubblico dalla saga degli Hunger Games. Questo premio sembra restare, insomma, come un omaggio alla serie più che al lavoro dell’attore: più d’uno ci vedrà, forse a ragione, l’ennesimo abuso di inclusività perpetrato da Hollywood.

Saul gone

Dall’altra parte troviamo Bob Odenkirk, attore che forse già da almeno un paio di stagioni meritava il riconoscimento che gli è dovuto. Nella traiettoria che Vince Gilligan ha tracciato per sondare i recessi della genesi di Saul Goodman, Odenkirk ha portato a compimento la trasformazione proprio in quest’ultima stagione.

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L’ultimo inganno fatale, e poi quell’amore che si perde nella colpa e nell’impossibile espiazione. Non bastava a Jimmy McGill annunciarsi al suono del motto It’s all good, man. La metamorfosi si è compiuta realmente solo quando il dolore e la mancanza si sono impressi sul volto di Bob Odenkirk, facendo cadere definitivamente la maschera al mefistofelico avocado.

Saul Goodman Walter White

Pare che comunque la seconda parte dell’ultima stagione di Better Call Saul sia eleggibile per la prossima edizione degli Emmy: se così fosse, l’omaggio in questo caso sarebbe quanto mai necessario. Il discorso però cambia di poco. Abbiamo sì visto il malvagio doppio prendere definitivamente il posto di Jimmy solo nelle ultime puntate. Allo stesso modo l’ultima, grande saga di BCS si è consumata nella prima parte della serie, e Odenkirk ha brillato per intensità sotto gli occhi di tutti: resta inspiegabile che ad ignorarlo siano stati proprio i giurati del premio più prestigioso della televisione.

Plan…

La delusione si fa ancora più cocente quando anche nei premi più smaccatamente cinematografici Better Call Saul non è riuscito a mettere la freccia e compiere l’ambito sorpasso. L’episodio “Plan and execution” è stato l’unico ad aver meritato la candidatura per la migliore sceneggiatura. Certo, era decisamente il minimo sindacale per questo mid season finale che ha compiuto il climax della saga di Lalo, lasciandoci con un cliffhanger da manuale.

Non è però nel ritmo della narrazione che Better Call Saul esaurisce la sua potenza, e i fan della serie lo sanno bene. Il grado di caratterizzazione e introspezione raggiunto da questa serie ha probabilmente pochi altri analoghi nella storia della serialità. Grandi affreschi chiaroscurali in cui si perdono continuamente i confini, vengono ribaltate le convinzioni, in un perpetuo gioco di prestigio che spiraleggia verso l’abisso. Già solo per questo ogni puntata della sesta stagione meritava di essere candidata, e certamente di vincere, ma non si può desiderare l’impossibile.

…and execution: idea e realizzazione non meritano un Emmy

Ciò che resta davvero inspiegato è la totale assenza dalla categoria registica di una qualsiasi delle puntate di questa stagione. Basterebbe tornare alle tinte scorsesiane dell’opening della prima puntata, o la maestria con cui viene costruita la sequenza in cui Lalo si infiltra nella casa della vedova di Werner Zegler in “Black and Blue”.

Il contrasto degli stranianti campi totali e i movimenti di macchina cesellati con lo scalpello. O forse basta citare il dettaglio di una candela che si spegne sotto il soffio del maligno che incombe.

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Better Call Saul non è in effetti assolutamente un’opera di sola scrittura come qualcuno potrebbe distrattamente affermare. Al contrario, è stata l’occasione per Gilligan di perfezionare il linguaggio a cui ci ha abituato. Un’audiovisione spesso fortemente sperimentale, che ha ridefinito con Breaking Bad i confini tra cinema e televisione e che con Better Call Saul ha potuto concentrarsi ancora di più sui nessi drammaturgici, sulla carica espressiva che sgorga da questi legami.

Better Call Saul: Rhea Seehorn è una rivelazione da consacrare

Sappiamo tutti però qual è il più grande smacco fatto dagli Emmy alla serie di Vince Gilligan. Parliamo di uno tra i personaggi femminili più belli mai concepiti. Un personaggio a cui è stata affidata una progressione estremamente complessa, esplosa in quest’ultima stagione in alcune scene davvero memorabili.

Parliamo ovviamente di Rhea Seehorn, che ha mancato il tiro a fronte del terzo Emmy a Julia Garner per Ozark. Non vogliamo discutere del premio, ne tantomeno viceversa tessere le lodi di un’attrice il cui talento si è rivelato cristallino specie in quest’ultima, ardente, prova.

Vogliamo piuttosto sperare che la prossima edizione degli Emmy tenga conto di cosa significhi girare un lungo primo piano senza stacchi, incarnando tutto lo strazio delle conseguenze dell’amore. E allo stesso tempo che se l’ultima rievocazione di quel primo incontro ci riporta alla stessa magia mentre tutto intorno è cenere e deserto, probabilmente il merito è di chi è riuscito a rievocare quello stesso primo sguardo. Le ultime puntate di Better Call Saul sono la consacrazione di questa attrice straordinaria, che merita assolutamente un riconoscimento che per questa volta è solo rimandato.

Rimandato sì, perdonato non lo sappiamo. Better Call Saul non è la migliore serie drammatica: la cosa evidentemente ci sconvolge. Ma per ora It’s all gone, man. Appuntamento al prossimo anno.

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Avatar di Leonardo Di Nino
Non dico mai "squisitamente", ma forse troppo spesso "smaccatamente". Amo il cinema di due Ander(s)son: Paul Thomas e Roy. Considero i romanzi di Guillermo Arriaga imprescindibili, e vorrei che tutti capissero perché i tempi lenti di Celibidache non sono lenti, ma giusti.