“Scusa, chi?”: 5 bravi registi contemporanei (poco noti) che amerete

Nel Mare Magnum dell'industria cinematografica, spesso, alcuni registi degni di nota vengono fagocitati dai nomi più altisonanti. Eccone 5 da scoprire e amare

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Vince Vaughn in Cell Block 99
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Nel Mare Magnum dell’industria cinematografica, spesso, alcuni pesci splendono nonostante le minute dimensioni. Lo fanno in maniera diversa l’uno dall’altro: c’è chi consacra una carriera al mondo indipendente; c’è chi emigra in paesi stranieri; chi per girare deve combattere fino all’ultimo pur di strappare la visione dalla testa per metterla su schermo; chi, invece, crea bighellonando qua e là per il mondo-cinema senza ossessioni di sorta, girando quando può e quando vuole.

Il regista è un mestiere difficile, è colui a cui fanno domande di ogni sorta — per citare Truffaut in un famoso film sui film — ; è colui che, è vero, prende più soddisfazioni dalla riuscita dell’opera ma è anche il primo lapidato quando tutto va male. Difficile la vita nel grande mare della settima arte e, forse, la fama non è per forza la meta più agognata; è un oceano talmente spietato e competitivo che probabilmente la cosa più importante è semplicemente poter creare la propria arte.

Dall’immenso banco di artisti abbiamo pescato cinque registi che potrebbero tornarvi utili e, ovviamente, vi diciamo anche dove recuperare i loro lavori.

5 registi semisconosciuti da scoprire

Jeff Nichols

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Registi: Jeff Nichols sul set. Credits: Warner Bros.

Partiamo dal più talentuoso del quartetto, Jeff Nichols. Autore eclettico capace di affrontare qualsiasi genere in modo originale e con una poetica ben definita. La sua carriera deve tutto al folgorante esordio: Shotgun Stories, considerato dalla critica uno dei migliori film del 2008 e che segna l’inizio di una lunga collaborazione con il grande Michael Shannon. Una storia familiare intensa che fin da subito fa intuire la profonda empatia che caratterizza il regista americano.

Dopo il primo successo, Nichols diventa progressivamente uno dei volti più interessanti del panorama indipendente americano. La consacrazione arriva nel 2011 con un film che è tutt’ora il suo capolavoro: Take Shelter, dramma soprannaturale che abbraccia più generi e di cui vi abbiamo parlato approfonditamente nella nostra recensione. Nella sua opera più importante, Nichols ha il privilegio di dirigere ancora una volta uno splendido Michael Shannon in una delle sue interpretazioni più riuscite. Una pellicola che travalica il posto d’onore nella filmografia del regista e che si impone come una delle più significative dell’ultimo decennio.

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Nel 2012 arriva un’ ulteriore conferma del talento dell’autore grazie a Mud, dramma selvaggio, pregno di humor nero, con protagonista Matthew McConaughey che narra delle vicende di un adolescente alle prese con un fuggiasco nelle affascinanti paludi dell’Arkansas, sulle sponde del leggendario Mississippi. Un film che ci parla di middle class (tema caro al regista); adolescenza; contraddizioni e del sottile confine tra bene e male. Mud, oltre a confermare la notevole padronanza di Nichols con il mezzo cinematografico, ribadisce anche l’abilità del cineasta nel gestire nomi di alto profilo, ove, qui, l’esempio lampante è da ritrovarsi in una magnifica performance di Reese Witherspoon. Un’opera sicuramente non memorabile ma con uno stile e poetica degni di nota e con qualche momento davvero riuscito. Fiore all’occhiello: gli immensi spazi dell’America umida e incontaminata, di cui Nichols riesce a cogliere cuore e durezza.

Paradossalmente, il primo mezzo passo falso per il regista lo ritroviamo nella primissima collaborazione con una Major. Il 2016 è l’anno di Midnight Special, sci-fi dal sapore spilberghiano che non riesce a convincere né pubblico né critica. La “frenata” è forse da imputare alla pressione che il rapporto con la grande industria porta con sé. Nonostante questo, però, Midnight Special è un film piacevole che si avvale di un cast in perfetta forma. Il solito Michael Shannon, Joel Edgerton, Adam Driver e Kirsten Dunst apportano quella solidità che la sceneggiatura non riesce a dare, riuscendo in questo modo a donare all’opera il merito di collocarsi comunque nel campo dei buoni lavori fatti con professionalità e competenza. Degna di nota, infine, la performance del piccolo Jaeden Martell che insieme ad un finale efficace, e arricchito da una splendida CGI, regalano i momenti più intensi del film. 

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Il “riscatto” per Nichols è dietro l’angolo. Nello stesso anno del suo esordio in Major, infatti, gira Loving, biopic sulla segregazione razziale struggente e fedele. La storia narra di una delle prime coppie miste capaci di rivelarsi dinanzi alla bigotta e gretta società americana degli anni cinquanta. La lotta culminerà con una sentenza della Corte Suprema che cancellerà ogni, ignobile, legge contro i matrimoni interrazziali. Nichols segue la storia con precisione attraverso una regia ordinata priva di eccessivi virtuosismi. L’obiettivo del regista è quello di catturare i personaggi e la camera risulta una semplice macchina del tempo, una finestra su uno spaccato storico. Nichols fa un passo di lato e lascia che la narrazione prenda le redini di una storia che non ha bisogno del “come” ma semplicemente di essere divulgata. Tale approccio non toglie che le ricostruzioni dell’epoca e alcune scelte fotografiche siano un perfetto accompagnamento al discorso. Un’opera che consacra la fervente passione sociale del regista. Fiore all’occhiello: le splendide e pluripremiate interpretazioni di Ruth Negga e Joel Edgerton.

Jeff Nichols, quindi, è titolare di una filmografia che comprende un pugno di opere, che seppur poche sono capaci comunque di esaltare il talento del regista. Ma oltre allo splendido lavoro fatto in meno di un decennio, Nichols ha il merito romantico di essere uno degli ultimi baluardi del cinema classico, quello fatto di pellicola, bobine e obiettivi anamorfici. Un amore sconfinato che si traduce in pura umiltà quando afferma di non essere capace di padroneggiare il comparto digitale. Un cinema, quello di Nichols, che ci ricorda diversi momenti storici della settima arte, ove il “vecchio” è ancora foriero di qualità e fascino. Per approfondire questo aspetto vi rimandiamo alla già citata recensione di Take Shelter, dove il metodo di lavoro del regista è largamente affrontato.

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