Grimes – Miss Anthropocene [RECENSIONE]

Il nuovo, straordinario, visionario lavoro di Claire Boucher

Grimes
Grimes nel video di "Violence"

L’escatologia post-digitale di Grimes è un urlo e uno sghignazzo insieme

Miss Anthropocene è un concept album, basato sull’idea di una specie di super-villain, fumettistico ma anche grottesco, che incarna le tendenze autodistruttive dell’umanità. Si parla di global warming, sì, ma in un senso più profondo per la prima volta la causa della fine del mondo viene identificata nella natura incoerente del’essere umano. Non c’è un “cattivo” che preme un bottone. C’è solo la psiche infinitamente ipocrita dell’uomo che, accusando gli altri senza mai guardare sé stesso, alimenta la forza di Miss Anthropocene. Che è la rappresentazione immaginaria, appunto, di tutta quella ipocrisia. Per Grimes non c’è da discutere: ella constata, anche se con toni amari, che il mondo è già finito, l’era post-digitale è già iniziata, ed è necessario adattarsi. Si può ascoltare Miss Anthropocene come un grido di protesta morente, oppure come una grottesca risata sarcastica sulle ceneri di un mondo che non c’è più. O forse, entrambe le cose insieme.

Grimes – We Appreciate Power, 2018

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Anche musicalmente, Grimes è già andata avanti: ha già capito che i confini tra i generi musicali non hanno più senso. Per questo mescola quasi con indifferenza elettronica, pop, rock, synth, dance, minimal techno, electro-house, folk, bass music. Quello che conta, nel suo disco, sono le atmosfere: alcune canzoni sono inquietanti, angosciate, cupe, come Violence; alcune sono più introspettive, arrendevoli, ciniche, come So Heavy I Fell Through the Earth; altre ancora sono direttamente malinconiche e lacrimevoli, come Delete Forever. Il viaggio di Miss Anthropocene, la sua affermazione e la sua inevitabile vittoria (che è inevitabile in quanto già insita nell’essenza stessa dell’uomo), passano per un dark pop elettronico che provoca ma si commuove, avvelena ma anche cura, ride per non piangere. Il risultato è quello che è di certo il miglior album che Grimes ha realizzato in dieci anni di carriera, nonché uno dei migliori del 2020, e un punto fermo per l’evoluzione della musica “post-pop” da qui in avanti.

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