Un giorno di pioggia a New York: la Recensione del film di Woody Allen

A 40 anni esatti da Manhattan, Woody Allen torna alle radici e firma un nuovo personale masterpiece, dedicato alla New York del nuovo millennio. La recensione di Un giorno di pioggia a New York: al cinema dal 28 Novembre.

Un giorno di pioggia a New York

“Capitolo primo. Adorava New York, la idolatrava smisuratamente… No fammi cominciare da capo…

Capitolo primo. Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera acquattata ma pronta al balzo la potenza sessuale di una tigre… No aspetta ci sono: New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata.” Woody Allen, Manhattan – 1979

Dal 28 Novembre al cinema c’è un film stupefacente, dal titolo Un giorno di pioggia a New York. E che siate fan della prima ora, detrattori o semplici curiosi, la notizia serpeggia già da settimane: Woody Allen è tornato.

Sì, è proprio quel ragazzo che sembravamo ricordare, nato a Brooklyn nel 1935 come Allan Stewart Königsberg, che a 17 anni sceglie il nome di Woody Allen e parte alla conquista della tv e del Tonight Show. Poi passa alla stand-up comedy, per arrivare finalmente al grande schermo, le più internazionali luci della ribalta.

Nel 1966 scrive dirige e interpreta il suo primo lungometraggio: What’s up, Tiger Lily (Che fai rubi?), ma ormai è fatta. In pochi anni è l’alba di una nuova era: con Woody Allen l’umorismo ebraico diventa anche black humor, mentre il nuovo linguaggio comico del piccolo ometto di scarsa avvenenza travalica ogni confine.

Non c’erano cliché né tabù. Al contrario, secondo il più democratico dei comici newyorkesi l’ironia si riassume in fondo in un’unica, semplice regola: non si guarda in faccia nessuno.

Il cinema del vecchio Allen era una continua dichiarazione d’amore, ma sul turbine di fidanzate, amanti e mogli trionfavano: la città di New York, e pure la psicoanalisi. Woody era protagonista, regista e artefice dei suoi successi, anche se oggi, mentre arriva finalmente Un giorno di pioggia a New York, sembra trascorso un secolo.

Un giorno di pioggia a New York rappresenta la magnifica chiusura di un cerchio, un radicale ritorno alle origini, e insieme un multilevel-drama moderno.

Non a caso, il 2019 è anche il quarantesimo anniversario di Manhattan. Perché nella schiera dei grandi classici di Allen (oltre a Manhattan citeremo almeno Io e Annie, Zelig, Hannah e le sue sorelle) circolavano figure di intellettuali, erotomani e artisti contemporanei.

C’erano i radical chic e l’alta società, insieme a famiglie di esuli e reduci dell’Olocausto. Il risultato era un incanto di cinema, inspiegabilmente tenero e nichilista. Tecnicamente: un nuovo concept di commedia, fondata per altro sul narcisismo dello stesso Woody, la malinconia e le nevrosi di un ipocondriaco, che in compenso amava le donne.

Ma tra i giornalisti che hanno aperto la stagione del #MeToo, c’è Ronan Farrow: uno dei figli adottivi di Allen e Mia, tornato tra i principali accusatori del padre. E se il divorzio è stato siglato nel 1992, quel matrimonio in USA resta sempre nel fuoco incrociato dei Media.

Un giorno di pioggia a New York. Uno script folgorante per la “Fresh Youth”: Timothée Chalamet, ElleFanning, Selena Gomez.

L’arrivo di Un giorno di pioggia a New York farà la gioia dei vecchi innamorati di Allen, ma anche delle nuove generazioni, che aspettano un nuovo controverso “capolavoro” dopo Match Point (2005) e Blue Jasmine (2013). Perfino chi non si ha esattamente perso la testa per Magic in Moonlight (2014), si troverà davanti a uno dei più grandi autori del cinema contemporaneo.

Troverete una sceneggiatura destinata a fare scuola. Un cast di giovani, seducenti nuove icone. Ma soprattutto: un cineasta ultraottantenne che ha trovato la formula per un nuovo incanto. Tornare alle origini, senza ripetere sé stesso.

Il caso vuole che Un giorno di pioggia a New York esca in Italia a pochi giorni dall’ultimo film di Roman Polanski, L’ufficiale e la spia. Non serve neanche rievocare le polemiche di Venezia 76.

In America, in fondo Allen era quel cineasta che piace solo in Europa. Oppure, quell’uomo che ha sposato in terze nozze Soon-Yi, conosciuta inizialmente come sua figlia adottiva. Ma chiunque sia interessato più all’opera che all’uomo, ha solo l’imbarazzo della scelta. Dopo Dolor Y Gloria di Pedro Almonovar, C’era Una Volta a Hollywood di Tarantino e The Irishman di Martin Scorsese, film diversissimi fra loro, anche il nuovo film di Woody pare uno di quelli destinati a segnare la nostra epoca.

La nuova commedia di Woody Allen è illuminata dalla fotografia del premio Oscar Vittorio Storaro: divisa equamente tra il giallo del sole e la pioggia scrosciante. Tra la luce calda sul volto di The Neon Demon – o meglio del giovane talento di nome Elle Fanning – e gli Interiors dove si consuma la tristezza di Timothee Chalamet e Selena Gomez.

Chiunque abbia visto una sola volta la città di New York, i suoi 5 Boroughs, o solo il centro di Manhattan, conosce il contrasto straniante tra la notte e il giorno: la città delle mille luci che è anche la grande mela. E per il suo film definitivo, Woody Allen rompe anche il cliché che lo voleva un cineasta essenzialmente teatrale, abile a scrivere drammi da camera.

Perché Un giorno di pioggia a New York forse è perfino la prima dramedy degli anni ’20, ovviamente del 2000.

Il triangolo dei 3 ragazzi si moltiplica attraverso i mille incontri di una notte, diverte come la classica slapstick, o la commedia degli equivoci. Ma a un certo punto il realismo si fa mordente, perfino tragico. Con la fotografia di Storaro, la naturale struttura di New York moltiplica e confonde i confini fra interni ed esterni, oltre naturalmente ai contorni del dramma. E qualche cinefilo impenitente, magari incline al pianto, in fondo troverà solo una grande, magistrale lezione di Cinema.

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