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Venezia 76: La recensione di J’accuse di Roman Polanski

Dopo le polemiche roventi, la terza giornata di #Venezia76 è dominata dalla bellezza di J’accuse: l’ultimo film del maestro Roman Polanski.

Solo due giorni fa la Presidentessa di giuria Lucrecia Martel ha gettato benzina sul fuoco della polemica, dichiarando che non avrebbe partecipato al gala di presentazione di J’accuse – An officer and a spy: l’ultimo film di Roman Polanski, che a 86 anni firma un nuovo grande film con la sua rilettura del famigerato affaire Dreyfuss.

A differenza del Presidente Barbera, che ha invitato a separare l’uomo dall’opera, Lucrecia Martel ha sottolineato come per lei fosse impossibile dimenticare una vita di lotta femminista al fianco delle donne argentine. Le accuse nei confronti di Roman Polanski risalgono al 1977, quando una strana notte nella villa di Jack Nicholson si trasforma per Polanski in una nuova pagina nera della sua già travagliata esistenza. Il regista sarà infatti accusato di stupro, reato poi derubricato ad atti sessuali illeciti con la modella (quasi) quattordicenne Samantha Grenier. Scontati 42 giorni in un ospedale psichiatrico della California, Roman Polanski viene rilasciato e fugge a Londra. Ad oggi, dopo oltre quarant’anni, gli Stati Uniti d’America continuano a richiedere l’estradizione del regista: tra le probabili ragioni della sua assenza alla 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Eppure, la stessa vittima ha dichiarato più volte che quest’uomo ha già ampiamente pagato per i suoi sbagli. 

J’accuse

Una vita, quella di Roman Polanski, dove successo, sofferenza e creazione artistica sembrano indissolubilmente legati. Il regista di Repulsion, Rosemary’s baby, ChinatownIl pianista, con J’accuse sembra firmare allora un’opera testamentaria, che torna ad attraversare i temi cardine del suo cinema: il senso di colpa, l’innocenza e la condanna, e su tutto l’ombra sordida della persecuzione antisemita. L’antisemitismo per Roman Polanski sembra restare come una ferita originaria, che ancora necessita elaborazione storica, racconto e denuncia. I fatti legati all’affaire Dreyfuss, infatti, risalgono alla Francia della fine dell’800, dove la discriminazione e la persecuzione delle persone di religione ebraica erano più diffuse di quanto potremmo pensare. Per altro, è necessario ricordare anche come Roman Polanski sia stato bambino nel ghetto di Varsavia, nascosto previo pagamento da una famiglia cattolica, sfuggito alla deportazione che ha invece condotto suo padre al campo Mauthausen, e ucciso sua madre ad Auschwitz.

J’accuse si rivela così un film dal sostrato smaccatamente autobiografico. Nell’ufficiale ebreo Alfred Dreyfuss, ingiustamente condannato per alto tradimento, perseguitato per anni da un’accusa totalmente pretestuosa, non è difficile trovare tra le righe l’esperienza personale del regista. Eppure, J’accuse non è certo un film che si limita ad alludere a una serie di vicissitudini private. Piuttosto è un affresco costruito con eleganza e rigore storico assoluto, che pure conserva quegli inaspettati, geniali lampi d’ironia beffarda, che appartengono alla storia del cinema di Polanski.

Con J’accuse, Polanski torna a rappresentare il dramma del singolo essere umano, travolto e schiacciato dal peso della Storia. Ma per raccontare la storia di Alfred Dreyfuss (interpretato da un superbo Louis Garrel), J’accuse sceglie il punto di vista di Georges Piquard (Jean Dujardin). Una volta eletto come nuovo capo dei servizi segreti dello Stato Maggiore dell’Esercito francese, Piquard scopre quanto il processo contro Dreyfuss fosse sommario, e la sua condanna illegittima, priva di fondamento giuridico. Esistono prove schiaccianti contro un diverso ufficiale, ma ormai l’ebreo Dreyfuss è diventato il perfetto capro espiatorio. La sua vita sarebbe finita nel carcere dell’Isola del Diavolo, se il Maggiore Picquard non avesse scelto di disobbedire agli ordini, contrastare la decisione irrevocabile dei più alti vertici dell’Arma, mettendo a rischio vita e carriera per ingaggiare una strenua battaglia di verità e giustizia.

Il rigore della ricostruzione storica di J’accuse è intessuto di rimandi a Barry Lindon di Stanley Kubrick. La scena del duello tra Jean Dujardin e Gregory Gadebois è un’aperta citazione del film. Ma il microcosmo di J’accuse racchiude anche la storia personale del cinema di Polanski. Gli interni grigi, fotografati con colori esangui che appartengono ai suoi esordi, alla Trilogia dell’appartamento. Un pianista solitario, questa volta è Piquard, intento a suonare le note de Il Cigno da Il carnevale degli animali di Camille Saint-Saens. Quei militari che si muovono come pupazzi, rigidi nelle loro magniloquenti uniformi, tratteggiati con tocco lieve, e quella gloriosa passione per il grottesco che contraddistingue il ragazzo terribile, Roman Polanski.

La magnifica colonna sonora del premio Oscar Alexandre Desplat, le interpretazioni impeccabili di Jean Dujardin, Louis Garrell e Emanuelle Seigner, completano il quadro di J’accuse. Un film che si attesta tra i grandi favoriti per il Leone d’Oro di Venezia 76. La giuria saprà valutare il film di Roman Polanski con assoluta, autentica imparzialità? Lo scopriremo la prossima settimana.

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