The Irishman : la Recensione del nuovo film di Martin Scorsese

Era il titolo più atteso dell'edizione 2019 della Festa del Cinema di Roma, e finalmente, The Irishman è arrivato. Ecco la nostra recensione di un dolente, crudo affresco da 210 minuti: il film più complesso e sofferto nell'intera filmografia di Martin Scorsese.

The Irishman recensione
THE IRISHMAN (2019) Ray Ramano (Bill Bufalino ) Al Pacino (Jimmy Hoffa) and Robert De Niro (Frank Sheeran)

Prima di vedere un solo fotogramma, sapevamo già molte cose di The Irishman di Martin Scorsese. Anzitutto, che il film apparteneva a una categoria decisamente sui generis: le opere di natura testamentaria, realizzate quando un maestro settantaseienne sente verosimilmente vicina la fine della sua carriera.

Accade per altro a quasi tutti i comuni mortali: avvertire la pressione del tempo, desiderare qualcosa che sia il perfetto epilogo della propria carriera. E magari, sentire in modo più insistente lo spettro della morte, della malattia e del decadimento fisico.

Al Festival di Cannes 2019 avevamo già visto Dolor Y Gloria di Pedro Almodovar. Solo lo scorso anno, alla Festa del Cinema di Roma, avevamo visto prima The Old Man And The Gun di Robert Redford, poi lo stesso Martin Scorsese, che ha regalato al pubblico romano un’indimenticabile lezione magistrale sull’essenza dell’arte cinematografica.

The Irishman
Potrete vedere The Irishman di Martin Scorse su grande schermo, in una serie di cinema selezionati dal 4 al 6 Novembre, poi dal 27 Novembre in streaming sulla piattaforma Netflix.

Già nel 2018 Scorsese parlava di The Irishman: un film che avrebbe riunito i due titani del cinema americano contemporaneo, Robert De Niro e Al Pacino, affiancati da una figura determinante per la definizione del suo stesso cinema, Joe Pesci.

Ma dopo molti mesi di rumors, annunci e smentite, gli imprevisti e le difficoltà produttive del film iniziavano a farsi praticamente leggendarie. Insieme al Joker di Todd Phillips e C’era una volta a Hollywood di Quentin Tarantino, The Irishman di Martin Scorsese non era solo il film più atteso di Roma Film Fest, ma del 2019 in genere.

Ora, al netto di tutte le aspettative, sappiamo che non si tratta solo dell’apice di una carriera, né di un film manierista, strutturato per chiudere un cerchio. Per quanto quel cerchio rappresenti la più autentica rivoluzione nella cinematografia indipendente americana: il linguaggio unico e irriducibile di un autore che ha saputo attraversare New Hollywood, New American Cinema e ogni nuova stagione della scena newyorkese, ridefinendo regole e linguaggi, racconto corale, Noir e Gangster Movie, senza mai perdere la curiosità e l’ardore di un giovane filmaker italo-americano.

The Irishman

The Irishman poteva essere una sorta di nostalgico sequel di Mean Streets (1976) e Quei bravi ragazzi (1990). Tra l’altro, come ha ricordato lo stesso Scorsese nella conferenza stampa di oggi, sono passati ben 23 anni dall’ultima volta che lui e Robert De Niro hanno lavorato insieme.

Il film era Casinò (1995), roboante ritratto della gloriosa Las Vegas, vista come sempre attraverso il tempo e gli occhi di un uomo: Sam “Asso” Rosenthal.

In Casinò come The Irishman, il personaggio di Robert De Niro rappresenta un guardiano della soglia.

È una figura di mezzo, capace di mediare tra apparenza e crimine organizzato, tra le specifiche necessità della mafia e quelle dell’ordine costituito. Un personaggio fortemente corrotto, eppure, a suo modo, un eroe dalla statuta tragica, destinato a sperimentare ascesa e caduta, descritto dalla conquista del vertice, al durissimo prezzo delle proprie scelte.

Non è un caso che Robert De Niro abbia convinto Martin Scorsese ad adattare per il grande schermo la vera storia di Jimmy Hoffa (Al Pacino), né che il punto di vista scelto per The Irishman sia quello di Frank Sheeran (interpretato proprio da Bob De Niro): sicario legato alla famiglia mafiosa di Russell Bufalino (Joe Pesci), che ha svolto per svariati decenni il ruolo di mediatore tra i boss italo-americani di Detroit e la controversa figura di Hoffa, leader sindacale di grande potere.

Ma se innumerevoli figure sembrano appartenere alla storia cinematografica di Martin Scorsese, The Irishman resta un film senza precedenti.

Tutti i fan e gli estimatori di Scorsese crederanno di entrare in questo film come in una festa di famiglia. Credono forse di conoscere già l’iperrealismo della violenza fisica, la mafia descritta nei suoi riti ferali, il rock’n’roll, l’ironia e la corte delle figure minori, che si muovono brulicanti sullo sfondo, interpreti di un umorismo e una pietà umana che stempera perfino i passaggi più tragici.

E invece, di fronte a The Irishman, anche i più profondi conoscitori di Scorsese scopriranno di non sapere ancora nulla.

Lo stesso regista che ha ridefinito il gangster movie, con una speciale attenzione alla comunità italianamerican, oggi sorprende con un film che è un radicale ritorno alle radici, e stiamo parlando delle radici dell’arte cinematografica, che prescinde dal proprio stesso linguaggio.

In The Irishman c’è l’amore di Scorsese per il Neorealismo, le attese esistenziali e i silenzi alienati di Michelangelo Antonioni. C’è il Noir di Melville e della Nouvelle Vague, la sceneggiatura di un dramma da camera, e su tutto la struttura e il concept del racconto corale americano secondo Robert Altman.

Robert Altman, il regista di Nashville e America Oggi sembra il principale punto di riferimento per un film della durata di oltre 210 minuti, desolante come la vecchiaia, il decadimento e la morte, rappresentati senza alcun artificio cinematografico, e nessuna concessione allo spettacolo.

Se Martin Scorsese è al centro di una polemica internazionale per aver ricordato la differenza tra il luna-park e l’intrattenimento puro, per lui rappresentato dal monopolio di Disney, Marvel e affini, e la natura indomita dell’arte cinematografica, ha chiarito definitivamente la sua posizione con The Irishman.

Film ostinato e contrario, che rifiuta un’idea di cinema schiava di un’epoca fortemente reazionaria, sempre più dipendente del mercato e le sue leggi. Netflix è stata per Scorsese la chiave di libertà artistica assoluta. E concretamente, l’istituzione che gli ha concesso oltre 6 mesi di ritardo e una produzione da oltre 140 milioni di dollari.

La condizione preliminare del regista era semplice e non negoziabile: è ridicolo rappresentare età diverse con diversi attori. I protagonisti dovevano restare Al Pacino, Bob De Niro e Joe Pesci, mentre la Industrial Light And Magic aveva diritto a tutto il tempo necessario per realizzare i processi di invecchiamento e ringiovanimento in cgi.

Se la rivoluzione digitale sembrava promettere di realizzare i sogni delle avanguardie, degli sperimentatori e dei filmaker indipendenti, il maestro ci invita a riflettere su un semplice passaggio storico. E banalmente, a non restare passivamente indietro.

Il suo atto di accusa è un film indigesto, tecnicamente lunghissimo e anti-mimetico.

Nessuna concessione allo spettacolo, ma neanche ai meccanismi soliti dell’immedesimazione e delle emozioni epidermiche. Al loro posto, Scorsese dipinge un’opera monumentale, concepita come il gigante Guernica, o una tela dell’action-painter Jackson Pollock.

Un quadro di grande formato, che si sposta costantemente avanti e indietro nel tempo, colpisce nel suo insieme, ma insieme invita a fermarsi, rileggere e riflettere ogni personaggio, e ogni singola sequenza.

Bisognerà parlare ancora a lungo del nuovo film di Martin Scorsese. Intanto, l’appuntamento è per l‘uscita sul grande schermo dal 4 al 6 Novembre. Dopo la distribuzione limitata in sala, dal 27 Novembre arriverà lo streaming su Netflix. È solo l’opzione dello streaming che ha permesso a questo film di esistere. E questo, secondo Scorsese, è l’unico compromesso degno per chiunque sia davvero devoto al Cinema.

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