L’uomo che non c’era: il film dimenticato dei Coen – Musica e film

Una perla dimenticata dei fratelli Coen.

L’uomo che non c’era andrebbe sicuramente annoverato insieme ai grandi capolavori dei due registi, quali Fargo, Non è un paese per vecchi o Crocevia della morte. Eppure negli anni questa pellicola è andata un po’ persa nella vasta produzione dei due fratelli. Bisognerebbe ad esempio ricordare che nel 2001 vinse il premio per la miglior regia a Cannes, ex-aequo con Mulholland Drive, che tutti invece conosciamo e amiamo.

Con L’uomo che non c’era i Coen hanno approcciato il genere noir, con il loro personalissimo stile. Muovendosi con agilità nelle caratteristiche del genere, ne hanno mantenuto le strutture fondamentali. C’è il voice-over del protagonista, narratore autodiegetico di tutta la vicenda. La trama è quella tipica di un noir, fatta di delitti e risvolti polizieschi. Anche il gusto per le immagini, portato al massimo livello dai Coen, ha una virata classicheggiante. In questo film hanno avuto occasione di far fruttare tutto il loro talento registico. L’ossessiva ricerca della geometria giusta ha creato delle inquadrature di raro equilibrio ed eleganza.

Il genere noir è però piegato ad alcuni elementi ricorrenti della loro cinematografia.

L’uomo che non c’era è essenzialmente il racconto di un barbiere, Ed Crane, a cui dà vita la performance magnetica di Billy Bob Thornton, e delle sanguinolente vicissitudini che lo portano alla sedia elettrica. Nella rete perversa di delitti sono incagliati anche la moglie Doris, una splendida Frances McDormand, e il suo amante e datore di lavoro “Big Dave”, interpretato da James Gandolfini. La miccia che dà il via a tutta la spirale di perdizione non è tuttavia il tradimento della moglie con il suo capo, ma la brama di denaro che muove questi tre personaggi. Ed ricatta Dave per avere i soldi necessari ad avviare una società con Craighton Tolliver. La moglie punta a scalare la gerarchia dell’azienda per cui lavora, anche a costo di andare a letto con il boss, che a sua volta incarna a pieno gli ideali capitalistici.

Con altri film dei due autori condivide l’idea dell’uomo che ha smarrito la sua direzione (Fargo, Crocevia della morte, A proposito di Davis, A serious man…). Quindi la storia è un pretesto per dipingere, a tinte bianche e nere, la caduta dei valori nell’uomo moderno. Un capitalismo subdolo si muove nel profondo dell’essenza umana e ne mina le fondamenta emotive ed etiche. La pellicola, girata a colori e poi desaturata, crea una scala di black and white di una ricchezza cromatica incredibile, simbolo stesso dei cupi e corrotti principi che si sono sostituiti a quelli affettivi tradizionali.

E come nel bianco e nel nero vi è il massimo grado di contrasto, così Ed Crave tenta la fuga dalla modernità.

Il bagliore di luce in questo racconto così buio è la giovane Birdy, messa in scena da un altrettanto candida e acerba Scarlett Johansson. Le sue delicate mani sfiorano il pianoforte e il cuore di Ed attraverso le note del secondo movimento della Sonata “Patetica” di Beethoven. Un evento sonoro diegetico, che si innalza a leitmotiv di tutta la pellicola.

Insieme alle musiche di Carter Burwell, compositore prediletto dai Coen, Beethoven compone il mosaico sonoro di questo film. È alla sua musica che il film affida alcuni suoi risvolti simbolici.

La parabola discendente di Ed trova sollievo nella musica di Beethoven.

Attraverso queste pagine il film respira quel topos romantico-neoclassico della fuga verso il passato, verso le forme dell’arte che consolano il dramma umano dell’uomo moderno. Lo stesso mito che probabilmente ha spinto i Coen ad approcciare, con grandissima modernità, un genere così tradizionale. Così, in un film fatto di contrasti tra luci e ombre, anche la musica diventa una metafora.

La musica però non salva Ed. La disillusione avviene quando la giovane pianista cerca di ringraziare il suo affascinante mecenate con un favore sessuale. Ciò simboleggia come la bellezza classica sia solo una distrazione momentanea, in quanto anch’essa inglobata nei meccanismi immorali e turbati della contemporaneità. Da questo punto in poi, distrutto anche l’ultimo conforto, il dramma è in caduta libera. Ed non può fare altro che accettare con rassegnazione la conclusione di una vita senza logica e remissione.

 

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