Musica e film – Kubrick e le sfere celesti

Kubrick

Un percorso immersivo all’interno del simbolismo musicale.

Su 2001-Odissea nello spazio si è scritto l’impossibile. Fiumi di parole hanno cercato di dare forma alle complesse reazioni e riflessioni scaturite dalla visione di quello che, a ragione, può essere considerato uno dei più grandi capolavori della storia. Un’opera talmente ampia ed eterna da prestarsi, ancora oggi, all’attualità della speculazione.

Per ammissione dello stesso Kubrick, 2001 voleva essere un po’ la “Rivoluzione copernicana” della settima arte, configurandosi come un’esperienza sensoriale profonda:

La natura stessa dell’esperienza visiva di 2001 è quella di dare allo spettatore un’istantanea reazione viscerale che non – e non deve – richiedere ulteriore amplificazione”
                                                                   (da un’intervista a Kubrick del 1968)

Il ruolo che assume la musica in questo film è allora centrale.

Tant’è che a sala buia Kubrick decide di attivare proprio il senso dell’udito per primo, con Atmospheres di Giorgy Ligeti. Giuseppe Lippi, autore di un Dizionario ragionato del film, a tal proposito scrive:

“La musica diventa parte attiva del dramma, svolge un ruolo da coro per assonanze e giustapposizioni, aiutando la coscienza dello spettatore ad abbracciare il contenuto subliminale del film. Essa rappresenta, sul piano sonoro, quello che le immagini sono visualmente: la forma”

Riguardo le varie interpretazioni di quest’opera d’arte totale la più accreditata è quella nietzschiana-superomistica, che vede in questo affresco di Kubrick la storia dell’uomo e della sua evoluzione guidata dalla tecnica e dalla ragione, simboleggiata dal Monolito. In questo percorso dell’uomo dal primate al “Bambino delle stelle” ci accompagnano diversi simboli musicali. Il main theme di quest’opera è il celeberrimo incipit di Così parlo Zarathustra, e compare 3 volte nel film, in 3 momenti cruciali: l’alba nello spazio, l’impartizione dell’intelletto agli antenati e la nascita del Superuomo nel Bambino delle stelle. La musica di Strauss diventa allora la metafora dell’illuminazione, segnando le tappe di una traiettoria essenzialmente ottimistica, che ci conduce all’alba di una nuova era.

L’incipit del poema sinfonico di Richard Strauss è denominato in partitura Einleitung, oder Sonnenaufgang, cioè Introduzione, o Alba. Il secondo termine è coerente con la prima sequenza del film e con il significato che questo motivo musicale assume nel corso del film. Einleitung significa invece “avvio, inizio” e, secondo la musicologia, in questo caso ha la sfumatura di creazione. Non assistiamo quindi ad un’alba qualsiasi, ma alla prima alba nello spazio.

Ci spostiamo quindi in un’area semantica, quella della creazione, che apre le strade ad un’interpretazione in chiave religiosa dell’opera. Non cattolica o cristiana, ma religiosa in senso lato. D’altronde la reazione delle scimmie innanzi al Monolito è quasi rituale, così come non meno reverenziale è il rispetto con cui gli astronauti si rapportano con lo strano oggetto sulla Luna. Nel film allora traspare quest’atmosfera sacra che potrebbe essere una possibile chiave di lettura dell’opera.

“In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.”
                                                                                                  (Genesi, I, 1-5)

La citazione biblica potrebbe essere la prima parte della sceneggiatura di 2001. La terra, separata dai cieli, si rende visibile solo quando la stella ne illumina uno spicchio. L’illuminazione è un gesto creativo di Dio posteriore alla creazione del pianeta brullo e tenebroso. La stella che svetta alla fine della sequenza di apertura del film è il compimento del primo giorno della creazione, del primo atto che si compie.

Il Dio che crea non è però quello cristiano.

Nel cristianesimo la storia è un vettore che converge fatalmente verso il giorno del giudizio, che lega l’orizzontalità del tempo alla speranza della seconda venuta di Cristo, senso ultimo di tutti gli eventi. Kubrick abbraccia invece una concezione ciclica di storia, tipica delle filosofie pre-cristiane e di Nietzsche. Allora a spiegarci la natura di questo gesto creativo intervengono Aristotele e, in vesti laiche, Dante.

“Il primo motore muove come ciò che è amato, mentre tutte le altre cose muovono essendo mosse.”
                                                                         (Metafisica, libro VII, 1072b 3-4)

Aristotele nella Metafisica, anticipando i temi trattati nella Fisica e nel De Caelo, apre la strada a una concezione di cosmo estremamente poetica. Il movimento discenderebbe da quello perpetuo e circolare dei cieli, immaginati come delle sfere concentriche. Questo moto che si trasmette in successione tra le sfere celesti avrebbe la sua origine nel primo motore immobile.

La sua esistenza è dimostrata in maniera esemplare da Aristotele. Se la causa motrice del primo cielo fosse mobile allora ci sarebbe un’altra causa del suo movimento precedente ad essa, poiché il movimento è sempre causato. Diventa necessario quindi che il primo motore sia causa motrice immobile, che abbia in sé la causa del movimento senza muoversi. Altrimenti, si andrebbe indietro all’infinito senza trovare la spinta fondamentale al moto. Il primo motore muove come ciò che è amato, o con altre parole ben più famose:

“L’amor che move il sole e le altre stelle”
                                                                            (Dante, Paradiso, XXXIII, 147)

I cieli della Divina commedia sono gli stessi cieli di Aristotele, che giunse nella cultura medioevale tramite i commentari e le analisi cristiane di Tommaso D’Aquino.

Dante aggiunge però un elemento alla cosmologia aristotelica, la musica:

“Quando la rota che tu sempiterni
desiderato, a sé mi fece atteso
con l’armonia che temperi e discerni,
parvemi tanto allor del cielo acceso
de la fiamma del sol, che pioggia o fiume
lago non fece alcun tanto disteso.
La novità del suono e ‘l grande lume
di lor cagion m’accesero un disio
mai non sentito di cotanto acume.”
                                                                                 (Dante, Paradiso, I, 76-84)

La novità che travolge Dante nel Paradiso è questo suono armonioso che discende direttamente dal movimento di rotazione dei cieli:

“Diverse voci fanno dolci note;
così diversi scanni in nostra vita
rendon dolce armonia tra queste rote”
                                                                            (Dante, Paradiso, VI, 124-126)

Una musica talmente celestiale e perfetta da diventare ad un certo punto inudibile alle orecchie di Dante, mortale a cui sono state concesse le visioni celesti:

“e di perchè si tace in questa rota
la dolce sinfonia di paradiso, 
che giù per l’altre si divota.
Tu hai l’udir mortal sì come il viso”
                                                                            (Dante, Paradiso, XXI, 58-61)

L’intelligenza divina quindi si sublima nella più perfetta frequenza sonora udibile, manifestazione sensibile e sovrasensibile del movimento che per amore trasmette a tutto l’universo:

“Da tale Principio […] dipendono il cielo e la natura”
                                                     (Aristotele, Metafisica, libro VII, 1072b 13-14)
“[…]Da quel punto,
depende il cielo e tutta la natura”
                                                                         (Dante, Paradiso, XXVIII, 41-42)

Così, tornando a 2001 e alla sua sequenza d’apertura, la musica non è semplicemente una colonna sonora: è essa stessa elemento creatore. Rappresenta quella frequenza divina che Dante ode fino a che le sue orecchie mortali glielo concedono. Richiamando Lippi, è la forma sensibile della creazione che avviene attraverso le immagini. La macchina ferma ci mostra l’avvio dei movimenti celesti nelle loro traiettorie sferiche. Così le consonanze perfette e circolari (do-sol-do) che aprono l’opera di Strauss traducono il gesto creatore del verbo, del principio, che all’abisso del nulla e dell’immateriale (tradotto nella musica complessa, dissonante e rumorosa di Ligeti che sentiamo a luci spente prima del film) dona un’ordine perfetto ed armonioso.

Il primo atto d’amore di un’intelligenza divina che, manifestandosi all’uomo nel Monolito, lo accompagna per mano nella sua lunga odissea evolutiva. Dall’osso che trasmigra nella navicella spaziale, al superamento della tecnologia stessa nell’uccisione di Hal e al viaggio interdimensionale, siamo accompagnati nelle tappe di questo percorso così poetico e profondo che termina nella fusione con l’intelletto divino e nell’avvento del Messia delle stelle.

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