2001: Odissea nello spazio, spiegazione

Anno domini 2018. Cinquant’anni fa l’esordio di una delle pellicole più importanti di sempre, destinata a cambiare irrimediabilmente il mondo del Cinema. 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick fu un evento epocale che, ancora oggi, attira l’attenzione dei cinefili e degli studiosi. Noi della Scimmia rendiamo omaggio a questo capolavoro attraverso un’analisi culturale, filosofica e fantascientifica. Chiediamo umilmente scusa a chi storcerà il naso, ma non potevamo esentarci dall’esprimere il nostro amore. E poi, come disse il bardo:

«Signori, il tempo della vita è breve… se viviamo, viviamo per calpestare i re»

(Shakespeare, Enrico IV)

1968, parola d’ordine: Rivoluzione

È l’anno delle rivolte giovanili e dei disordini che sconvolsero i campus universitari d’America e le piazze dell’intera Europa, del maggio francese e del tramonto del generale de Gaulle, dei cortei studenteschi e dell’esplosione degli scioperi della classe operaia italiana.

È l’anno della vittoria di Richard Nixon e della morte di Carl Theodor Dreyer, della missione Apollo 7 e della scomparsa del primo uomo che volò nello spazio, Jurij Gagarin.

È il 1968. L’anno di 2001: Odissea nello spazio.

È impossibile ignorare la forza ispiratrice che 2001: Odissea nello spazio ebbe sulla cultura di massa e sulla società stessa, di cui il film diventa vera e propria proiezione: non bisogna dimenticare, infatti, che gli anni in cui viene realizzata la visionaria pellicola sono quelli della corsa allo spazio e della preparazione all’allunaggio, un sogno tanto anelato dall’umanità che verrà realizzato nel successivo 1969.

Il suo eco rimbomba incessantemente ancora oggi, nella routine di un Occidente perennemente affiancato da Siri, che, paurosamente somigliante a HAL9000, si ispira apertamente all’immaginario kubrickiano.

La tecnologia fu uno dei primi campi ad essere influenzati dal capolavoro del regista: la stessa Apple, per esempio, ha ammesso numerose volte di essere stata ispirata, durante la realizzazione dell’iPad, –come vi abbiamo raccontato in questo articolo– dalla pellicola di Stanley Kubrick, dove veniva dipinta una Discovery costellata di strumenti all’epoca inusuali, di moderni dispositivi che avrebbero dominato la quotidianità occidentale a distanza di qualche decennio dall’uscita di 2001.

Come notò Howard E. McCurdy, un esperto dello spazio, fu proprio grazie alla creazione del regista statunitense che si affermò la classica rappresentazione della stazione spaziale. All’interno dell’immaginario collettivo, i veicoli in grado di fluttuare nella termosfera diventano ruote mobili, dischi ruotanti. Creare gravità artificiale attraverso l’uso della forza centrifuga è un obiettivo a cui gli scienziati lavorano da anni attraverso numerose sperimentazioni (qui per approfondire).

 

Alla sua fondamentale importanza nella pop culture si affianca, inoltre, il potente impatto sulla Settima Arte.

Portando la tecnica degli effetti speciali ad un livello mai raggiunto prima, 2001: Odissea nello spazio viene definito da Steven Spielberg il big bang della sua generazione, diventando, agli occhi di William Friedkin, l’antenato di ogni film successivo.

L’esperienza visiva kubrickiana, mistica ed illuminante, sconvolse l’intero paesaggio filmico: sarebbe impensabile trascurare l’influenza che ebbe non solo sul genere fantascientifico, ma sull’evoluzione che il Cinema ha subito a partire dal 1968, anno della sua uscita.

La volontà di indagare le oscure profondità dell’animo umano – soffermandosi su tematiche fortemente attuali e su problematiche esistenziali che accompagnano l’uomo sin dalla notte dei tempi, sin dall’origine della filosofia –,  la narrativa anti-convenzionale e d’avanguardia e l’immaginario cosmico del capolavoro suggestionarono Terrence Malick a tal punto da diventare parte integrante della sua concezione cinematografica. In questo senso, per esempio, The Tree of Life assume i connotati dell’Odissea kubrickiana, riprendendone le sequenze universali, la cui creazione si basa – stando alle parole di Douglas Trumbull, creatore degli effetti speciali dei due film in questione – sulla stessa “modalità che abbiamo utilizzato in 2001“.

Abbandonata l’estetica del microcosmo di Kubrick, fatto di superfici bianche, brillanti e scintillanti, gli universi scuri di Star Wars e di Blade Runner riprendono il suo cupo pessimismo.

Il Superuomo è una stella danzante

Pochi cineasti sono riusciti a riprodurre fedelmente la complessità della filosofia di Nietzsche. E, tra questi, Kubrick.

La potenza evocativa delle immagini del regista newyorkese riesce quasi a raggiungere quella delle parole, cariche del fascino esercitato dalla loro oscura incomprensibilità, del filosofo tedesco, il cui pensiero è stato adoperato innumerevoli volte come chiave interpretativa di opere cinematografiche.

Evidenziata dallo stesso Nietzsche attraverso il sottotitolo del capolavoro Così parlò Zarathustra – definito “un libro per tutti e per nessuno” –, l’inaccessibilità della sua filosofia viene rigenerata dal cineasta con la creazione di una grave aura di mistero, con la composizione di un’atmosfera regnata dall’indefinito, dal non-detto, dall’incomunicabilità dell’ineffabile.

Per stessa ammissione del regista, il film si delinea come un viaggio incentrato sul progresso evolutivo del genere umano. Come un percorso in cui, rifiutato il dogma illuministico della supremazia della ragione, si ricerca la perduta purezza caratterizzante l’umanità degli albori. Come un poema la cui narrazione si dispiega attraverso una struttura tricotomica, costituita, quindi, da tre sezioni: la prima, intitolata L’alba dell’uomo, espone la condizione dell’uomo primitivo, raffigurando il mondo all’epoca del Pleistocene; l’intermedia, Missione Giove, descrive la quotidianità degli astronauti della missione Discovery; infine, Giove e oltre l’infinito, costituente la terza ed ultima unità, dopo una lunga sequenza allucinatoria, si conclude con l’avvento del cosiddetto star-child, il Bambino delle stelle.

Narrando quella che potrebbe essere definita – ricorrendo ad un’estrema sintesi – l’epopea di un’umanità alla ricerca della propria essenza, la pellicola di Kubrick evoca, come si può facilmente dedurre dal titolo, la celebre Odissea omerica.

Registrando il succedersi delle azioni umane, descrivendo il fluire dei sentimenti provati dai protagonisti, Kubrick, come un moderno Omero, riesce a cristallizzare le incertezze e gli interrogativi di un’intera generazione, dipingendo, attraverso i suoi fotogrammi, l’affresco di un universo complesso e affascinante, oscuro e seducente, dando origine ad un’opera d’arte destinata ad essere ricordata nel susseguirsi dei lustri.

Una schermata nera. Nella più assoluta oscurità, la Genesi. Il cinema si priva del movimento, della sua essenza. Tre minuti in cui viene mostrato il nulla. A György Ligeti segue la maestosità di Also Sprach Zarathustra. E poi le luci dell’alba illuminano la Terra. Il sole è sorto.

Mediante il suo titolo, l’evocativa sinfonia di Richard Strauss richiama esplicitamente quella che è – senza ombra di dubbio – l’opera più conosciuta di Nietzsche, diventando così il primo riferimento manifesto alla filosofia del tedesco e assumendo un’elevata importanza linguistico-strutturale.

La composizione musicale costituisce l’ouverture della sezione L’alba dell’uomo, la prima parte della pellicola e raffigurazione della primitività che caratterizzava gli albori dell’uomo.

Un paesaggio alienante e spietato, smisurato e inospitale, silenzioso e letale si mostra allo spettatore. L’ominide è solo un ospite inatteso, un imprevisto venuto alla luce per chissà quale capriccio del caso: non un Donatello tra le belve, ma pura bestialità. E poi il primo passo verso la gloria dell’evoluzione.

Stretto nella morsa della mano di una scimmia, un osso diventa arma. La scelta di catturare tale particolare mediante la tecnica dello slow-motion contribuisce a creare un’atmosfera di sacralità, a rendere il momento ancora più simbolico e universale. Ciò che era puro accidente, attraverso la volontà di potenza, diventa padrone della terra che l’ha generato. Quello che era, secondo natura, innocuo si trasforma in essere pericoloso, violento, mortale. La scimmia è ormai uomo.

Così allegoricamente rappresentata, la transizione da primitività a modernità si compie solamente in seguito all’apparizione di un’indecifrabile entità sovrumana, trascendentale.

Abbandonata la razionalità e la verità della ragione, rifiutati i presupposti del darwinismo, l’evoluzione dell’umanità è guidata e voluta da una potenza razionalmente indefinibile, totalmente aliena al microcosmo umano, concretizzata nella solenne imponenza del monolito nero.

In un gesto trionfale, il capoclan lancia in aria l’osso. La clava, seguita nel suo fluttuare, viene sostituita da un veicolo spaziale dalla forma allungata. L’uomo ha raggiunto le stelle. Il progresso, indissolubilmente legato alla bestialità della lotta per la vita, non si è mai arrestato.

Nata con l’avvento del monolito, la violenza diventa, secondo la prospettiva kubrickiana, dominatrice della modernità: in tal senso, Clavius, il nome della base lunare, sarebbe manifestazione del carattere brutale della ragione, dell’umanità stessa.

Un pensiero in cui riecheggiano concetti di nietzschiana memoria. La pars destruens della dottrina di Nietzsche, infatti, si sofferma ampiamente sull’analisi critica dell’etica, prodotto artificiale, puramente umano. Il filosofo di Lipsia, nella sua Genealogia della morale, delinea due tipologie di morali: quella vera, originaria e naturale, legata ai concetti di superiorità e di forza; e la morale del gregge, figlia dell’ottica degradante del Cristianesimo.

La prima delle due, che raggiunse il proprio apice con l’antica Roma, si incarna nell’immagine del dominatore, del guerriero. Una morale che si basava sulla forza e, in quanto tale, pienamente terrena; vitale e istintiva, governata dalla violenta naturalità dello spirito dionisiaco; quella rappresentata nella prima sezione di 2001: Odissea nello spazio.

Con la venuta delle religioni monoteiste e, in particolar modo, con il Cristianesimo, la morale si trasforma in un’esaltazione dei “falliti della vita“, in un’attesa di “speranze ultraterrene“, in una negazione della vitalità. Una morale in cui “gli ultimi saranno i primi“. Nascono il buono e il cattivo.

Il mondo diventa teatro di uno scontro tra l’elogiata razionalità dello spirito apollineo e la naturale irrazionalità del dionisiaco, fortemente osteggiata.

Governato dalle paure angosciose derivanti dall’esasperata ricerca di un fil rouge secondo il quale organizzare razionalmente una natura illogica, caotica e insensata, l’asettico microcosmo di 2001 è soggiogato dalla lotta manichea tra istinto e intelletto, da cui emerge vincitore il primo. Una vittoria simboleggiata dalla distruzione di HAL9000.

La macchina per eccellenza viene disattivata. La tecnologia, fallace strumento tramite il quale un’umanità pallida e patetica cerca illusoriamente di mascherare l’illogicità dominante la realtà, fallisce. Il caos trionfa sulla ratio. Il disordine ha vinto sull’equilibrio. Icaro sta precipitando, di nuovo. E, nella sua caduta, si libera dello spirito di gravità.

Aleggia nuovamente il fantasma di Nietzsche e il suo rifiuto all’idea deterministica della natura, la quale, agli occhi del filosofo, era distante dalla rigidità del principio di causa-effetto e dalla logica euristica propria dell’uomo. Ogni tentativo umano di comprendere la realtà, impadronendosi della sua verità, non può che concludersi con la sconfitta del terreno di fronte al trascendente.

 

La missione Discovery fallisce, suicida: la finalità ultima prevede la rovinosa disfatta di un futile progetto umano. L’umanità è colta nel suo viaggio verso l’infinito, in cui la regolarità simmetrica lascia il posto a figure irregolari e indefinibili; in cui si perde ogni determinazione spazio-temporale; ove passato, presente e futuro convergono in un unico punto, intrecciandosi infinitamente; in cui non esiste fine, né origine.

Siamo di fronte alla porta dell’attimo, all’Eterno ritorno dell’uguale, dove tutto è già trascorso, dove tutto sta accadendo, dove tutto sarà destinato a ripetersi.

Nel momento esatto in cui i raggi solari esplodono sulla sua superficie nera, il monolito emette un rumore assordante. Helios ha conquistato lo Zenit. Giunge il Mezzogiorno, “il punto supremo di una crisi, il momento di una fatale decisione“; il meriggio, “quando l’uomo si troverà a metà strada tra la belva e l’Oltreuomo, quando celebrerà il suo tramonto come la sua più grande speranza: giacché questa via conduce a un’aurora novella“.

Supino sul materasso, circondato dai neon accecanti di uno spazio ultramoderno, l’Uomo-Bowman, in punto di morte, è obbligato a scegliere tra la retroversione e la trasformazione, tra la bestia e il Superuomo. Bowman, simbolo di un’umanità imprigionata nel Zwischenreich, in un limbo instabile; bisognosa di una trasfigurazione in una forma più pura, più elevata, più perfetta.

La Luna, poi la Terra. Infine una luce, da sinistra. L’uomo è finalmente rinato. Si reincarna in Bambino delle Stelle, in innocenza e oblio.

Soltanto attraverso l’abbandono del limitato e limitante sistema tradizionale a quattro dimensioni, soltanto con l’introduzione di un nuovo universo, estraneo a ogni determinazione spaziale e temporale, la degradazione terrestre e la purezza fetale hanno la possibilità di entrare in contatto, rintracciando un punto di tangenza, dando origine ad un rapporto sconosciuto e inconsueto, capace di tramutare la morte in nuova vita, in eternità.

L’umanità, trasformandosi in un immenso feto cosmico, completa la sua metamorfosi, e scruta la Terra dallo spazio, “pronta per il prossimo passo in avanti nel destino evolutivo dell’uomo”.

 

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