Solo: A Star Wars Story – Recensione in Anteprima

Solo: A Star Wars Story è il secondo spin off della saga, in attesa della conclusione della terza trilogia. Tra un montaggio frettoloso ed un cast non pienamente adatto, Ron Howard dirige un buon film di avventura affossato dal pesante nome che porta.

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Solo: A Star Wars Story

Al cinema dal 23 Maggio un nuovo film del mondo Star Wars l’atteso spin-off su Han Solo, uno dei personaggi che – sotto la cura di Harrison Ford – è apparso per la prima volta nel lontano 1977 in Guerre Stellari.

Per la regia di Ron Howard, che non lavorava per il grande schermo da InfernoAlden Ehrenreich (nel ruolo di Han Solo) e Emilia Clarke (nel ruolo di Qi’ra, legata ambiguamente ad Han) sono i protagonisti del secondo spin-off di casa Disney dopo Rogue One.

Accanto ai protagonisti non può mancare Chewbecca, co-pilota di Han Solo, un Wookiee capace di intendere il linguaggio umano e Lando Carlissian (su cui si rumoreggia un possibile spin-off a breve).

Il film segue Han da quando è appena adolescente, introdotto dai cartelli (che iniziano come da tradizione con “tanto tempo fa in una galassia lontana lontana”) come schiavo di una padrona che lo costringe a una vita da ladro pur di proteggerlo dall’Impero. Dopo un tentativo di fuga malriuscito si separerà dalla compagna Qi’ra, che reincontrerà in circostanze del tutto mutate anni dopo, per partire con lei, Lando, Chewbacca e Tobias Beckett (Woody Harrelson) in una nuova avventura.

Solo: A Star Wars Story, la recensione

Nonostante la Disney, proprietaria della Lucasfilm, abbia trasformato la saga di Star Wars in un appuntamento blockbuster annuale, portare l’eredità di una saga prima che di un universo culturale è molto difficile. Per questo i film che portano nel titolo “Star Wars” devono sempre essere qualitativamente perfetti e coerenti.

Solo è nel complesso un buon film che sfrutta bene il suo minutaggio (coerente con gli standard della saga) e che riesce a raccontare una storia che sia convincente.

La grande pecca sta nel voler standardizzare nei canoni generici di “film di avventura” un film del genere. Niente che non sia stato già visto, niente che non sia stato già sentito.

Approcciarsi allo spin-off sulla vita di Solo da “profani” della saga è cosa buona e giusta, ma l’approssimazione con cui è stato girato farà storcere il naso a chi è cresciuto nel mito di Guerre Stellari, dei suoi topos, delle sue mitologie. In primis il personaggio di Han Solo, in transizione troppo brusca dall’interpretazione di Harrison Ford.

Alden Ehrenreich restituisce un solo aspetto del carattere di Han: il suo essere un “bravo ragazzo”, come gli dirà Qi’ra.

Scaltro, furbetto, con movenze da ragazzino, ma solo un bravo ragazzo. Han Solo, infatti, non riesce a stare da solo sulla scena necessitando di una compagnia costante.

Non ben definito, invece, il ruolo di Qi’ra. Prima rappresentata come ragazza tenera ed affezionata e poi, dopo varie peripezie, come una fredda calcolatrice. Un personaggio che si basa su sorrisi enigmatici e una bellezza attraente, ma poco altro.

Lo spin-off su Han Solo è intriso di sentimentalismo

Azione, avventura, scene di guerra e di ingegno ma soprattutto tanto sentimentalismo. Il film ne traborda. Oltre alla trama principale dell’amore adolescenziale tra i protagonisti, ogni personaggio si sente in dovere di accoppiarsi e subire lo scotto della perdita dell’amata.

Solo: A Star Wars Story
Presentazione del film al Festival di Cannes 2018

Persino Chewbecca troverà, in una improbabile sottotrama, la compagnia della sua tribù in passato decimata dall’Impero. In una trama difatti semplice e lineare, elementi del genere non possono far altro che far riflettere lo spettatore sul film che ha davanti.

Ottimo se non pretendesse di usare un soggetto così altisonante e dei personaggi entrati nell’immaginario comune tramite interpretazioni memorabili. Ron Howard, da bravo regista qual è, riesce comunque ad attrarre lo spettatore e renderlo partecipe nei momenti più concitati, merito anche di un’ottima fotografia dai toni cupi ed intimi.

Al massimo si può imputare ad Howard, voci dicono che abbia regnato il caos più totale sul set, di aver dilatato il finale, che al massimo meritava una chiusura più netta e non sbiadita. A meno che non sia rimasta aperta una porta per un eventuale sequel. Altrimenti non si spiegherebbe il senso di calma improvvisa che il film restituisce dopo più di due ore sul filo della tensione.

Solo é la classica dimostrazione del fatto che una storia non può dilatarsi all’infinito senza perdere di unitarietà e coesione. Elementi che hanno reso i (quasi) nove film di Star Wars unici.

Solo: A Star Wars Story | Trailer Ufficiale (VIDEO)

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