Maneskin, l’ultima polemica: ha senso spaccare gli strumenti nel 2022? [VIDEO]

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Credits: Maneskin / Instagram
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In un video condiviso sui social Thomas e Victoria dei Maneskin spaccano i loro strumenti a fine esibizione. E gli utenti insorgono: “Ho comprato una chitarra a mio figlio per Natale. Questa cosa è penosa”. Che ne pensate voi?

Qualche giorno fa i Maneskin hanno pubblicato sui social (qui sotto) un video e una serie di foto che li ritraggono nell’atto di demolire i loro strumenti a fine concerto a Las Vegas. Hanno scritto: “Dunque, non è andato tutto come pianificato e forse ci siamo spinti un po’ troppo in là… ma l’abbiamo amato!”, in riferimento alla chiusura del loro tour nordamericano, a questo punto perlomeno memorabile.

E mentre la stampa italiana ed estera seguita a fare il confronto con gli Who, sotto il post su IG si possono leggere i commenti indignati di una miriade di utenti che lamentano come il gesto di Thomas e Victoria, che frantumano chitarra e basso rispettivamente spaccandoli sul palco, sia “patetico”, “vecchio” e “penoso”.

In un certo senso è vero che questo tipo di ritualità nel rock and roll non è recente e risale agli anni ’60. Ma c’è più dietro di quel che si potrebbe pensare: per esempio pochi sanno che Pete Towshend degli Who ruppe la sua prima chitarra semplicemente perché lo spazio per esibirsi era troppo stretto, sbatté contro un amplificatore, s’infuriò e diede fuori di matto. Nulla di rock e ribelle, a parte il gesto stesso.

Presto però questi gesti hanno preso piede e specialmente nell’intemperante rock inglese: lo si vede nel film Blow Up di Michelangelo Antonioni (1966), che cattura un’esibizione degli Yardbirds nella quale a rompere la sua chitarra è Jeff Beck, un chitarrista certo non noto quanto Townshend per gesti del genere: in questo caso, chiaramente, è la teatralità del momento a richiederlo.

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E ci sono molti altri esempi, come quello delle famose “convulsioni” di Angus Fangus degli AC/DC, che negli anni ’70 prese a buttarsi a terra e a suonare la chitarra così solo perché in una occasione era inciampato in un cavo e non voleva fare brutta figura, dando a vedere di averlo fatto apposta. Insomma, spesso gesti così “rock” sono nati per caso e per ragioni pratiche, per diventare poi però leggendari.

E, passando per i Nirvana e arrivando fino ad oggi, non sono stati abbandonati. E non parliamo necessariamente di rock rabbioso e ribelle. Non troppo tempo fa anche Phoebe Bridgers aveva spaccato la sua chitarra in un’esibizione in televisione: in quella occasione un’eminenza del rock come David Crosby l’aveva criticata, venendo immediatamente ridicolizzato come “white old man” piagnucolone.

Ed ora, eccoci di fronte alla medesima polemica. Gli strumenti costano e siamo in periodo di crisi: perché spaccarli? Serve davvero essere così teatrali? Oppure il politically correct è giunto a una tale ipocrisia? Vanno bene mutande in copertina e capezzoli scoperti, ma le cose costose non si toccano perché il portafogli delle famiglie medie è più sensibile dei loro occhi?

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A parte che qui si pone la solita questione riguardante i social e, più in generale, i fenomeni del nostro tempo: non vi piace una cosa? Non seguitela? Non vi va questa musica? Non ascoltatela. Il bisogno spasmodico di lamentarsi e di attaccare qualcuno come al solito la fa da padrone in un clima social sempre più tossico e stringente: tutti devono dire la loro e guai a chi pensa il contrario.

Al di là di queste ipocrisie e incoerenze, sulle quali si potrebbe dibattere filosoficamente per giorni, chiediamoci: ma i Maneskin devono essere rock fino a che punto? Dov’è che nel loro caso andrebbe tracciata la “linea”? Vanno bene i baci gay ma non la lingerie femminile su Damiano? Va bene sfidare la censura su MTV ma non che Thomas si esibisca in un sacrosanto e umile assolo di chitarra (perché subito qualcuno accorre a dire che non è bravo)?

E cosa c’è dietro queste critiche? Necessità di difendere la purezza del rock, bisogno di fare retorica benealtrista o pura e semplice invidia? Prospettive che insistono a non soffermarsi su come questi ragazzi stiano esportando un fenomeno musicale italiano nel mondo con successo, gimmick o meno. In quanti ci sono riusciti? Quindi, per una volta: vogliamo guardare il beneamato bicchiere mezzo pieno, e lasciarli fare la loro musica?

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