Damien Chazelle, report dell’Incontro Ravvicinato | RFF15

Direttamente dalla Festa del Cinema di Roma, eccovi un sunto dell'incontro ravvicinato con il regista di La La Land, Damien Chazelle

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Era atteso in presenza, ma alla fine rimandando alla prossima edizione la sua partecipazione in carne ed ossa, Damien Chazelle, enfant prodige della Hollywood contemporanea.

Un incontro ha un significato speciale in quest’epoca di allarme. Che sia in presenza o solamente virtuale, l’idea della vicinanza è estremamente consolatoria. Di più, se attraverso la tecnologia realizziamo legami altrimenti inesistenti.

Il suo Incontro Ravvicinato ha impreziosito questa Festa del Cinema di Roma di una inspiring masterclass, prestando dall’inglese un termine che non ha davvero equivalenti in italiano.

Perché sentire parlare di come il musical abbia inciso irreversibilmente la vita dell’autore di Whiplash e La La Land inspira, emoziona, commuove. Abbiamo rivissuto alcuni dei momenti chiave della storia di una tradizione davvero unica, scoprendo quanto la scia di polvere di stelle di Fred Astaire abbia fatto sognare il giovane Chazelle.

L’Incontro Ravvicinato con Damien Chazelle

West Side Story è il principe dei musical

L’annuncio dell’Incontro con Chazelle in conferenza stampa aveva scatenato, negli appassionati, un’onda di ingiustificato entusiasmo. Secondo le voci che serpeggiavano insistenti mesi fa, in questa edizione della Festa del Cinema avremo visto finalmente in anteprima il remake di West Side Story di Spielberg.

Gli illusi vedevano in questa masterclass l’occasione di approfondire un tema che sarebbe stato centrale in questa kermesse. Purtroppo però l’attesissimo film, come moltissimi altri, è stato rimandato all’anno prossimo.

Tuttavia, l’Incontro non poteva che aprirsi con l’originale West Side Story, principe tra i musical. Sulla furiosa Rumble, resa dei conti tra Tony e Bernardo, inizia il confronto tra Antonio Monda e Damien Chazelle.

Chazelle su Wise e Spielberg

Chazelle riconosce il valore inestimabile di West Side Story, nel quale il lavoro svolto da Robert Wise, da grande montatore, è riuscito a fondere intimamente i corpi e la splendida musica di Leonard Bernstein.

Sulla questione del remake di Spielberg, Monda e il giovane regista si sono trovati d’accordo. In fondo, nell’originale di Robert Wise si avvertono alcune carenze registiche, che sono evidenti in alcune sequenze un po’ kitsch e stereotipate. Mantenendone l’impianto artistico, un nuovo approccio è assolutamente possibile, secondo Chazelle:

Lavorando sulle location e sul cast, avvicinandolo al gusto contemporaneo, si può riportare un punto fermo della storia del genere come West Side Story anche ai giorni nostri. E poi, nessuno sa muovere la macchina da presa seguendo il movimento dei corpi meglio di Spielberg.

Spielberg, produttore dell’ultima opera di Chazelle, First Man, parlò del progetto al cineasta. Si confidò con lui di quanto lo preoccupassero le reazioni negative della stampa, ma non gli fece vedere più di un piccolo estratto di alcune prove di ballo. Evidentemente, anche noi dovremo ancora aspettare per avere un assaggio dell’idea di musical targata Steven Spielberg.

Il musical preferito di Chazelle: Les Parapluies de Cherbourg

Ma conclusa la debita ouverture, si passa dal più grande musical a quello più amato da Chazelle. Una clip da Les Parapluies de Cherbourg ci introduce nel mondo di un giovane, innamorato del cinema e della musica, ma che odiava i musical.

L’ho visto per la prima volta intorno ai 18 anni, certamente è il film più importante nella mia vita di cinefilo. Mi ha appassionato al musical, e da adolescente mi ha iniziato alla nouvelle vague e al cinema francese in genere. Non sopportavo i musical, pensavo di non riuscire a superare i primi 15 minuti, poi piano piano mi è successo qualcosa. Cambiava la distanza con il film, e da un ingresso sul retro sono entrate inattese e sorprendenti le emozioni che mi hanno coinvolto. Alla fine del film ero completamente innamorato. Davvero commovente il finale, ma mi aveva completamente confuso. Come avevo potuto attraversare questo viaggio interiore attraverso un solo film?

Non ci sono parole migliori che le sue per raccontare l’incanto di un ragazzino che attraverso il capolavoro di Jaque Demy rinasce ad un’idea completamente nuova del cinema. E a quell’interrogativo risponde lui stesso, con un’aperta dichiarazione d’amore al musical:

La distanza che crea il film all’inizio con l’artificio è quello che alla fine te lo fa sentire più vero, è una destrutturazione dell’inganno filmico. Vieni trasporato in un livello emotivo trascendente, attraverso un’arte astratta e più pura dello stato elementare del cinema, che dovrebbe prenderne ispirazione.

Chazelle era cresciuto a pane ed Hitchcock, e odiava l’irrealtà di un film che si ferma per far cantare delle persone. L’incontro con Demy però, la sua storia così pura e semplice, lontana dai racconti dell’industria dell’intrattenimento del musical hollywoodiano, lo portò a rivalutare completamente le sue idee.

La stagione d’oro del musical americano: Vincente Minnelli

Da Demy, Chazelle rivalutò completamente il musical classico, del quale individua due principi indiscussi, Gene Kelly e Vincente Minnelli. Il suo Meet me in St. Louis è stato per lui il raccordo tra il musical come l’avrebbero poi interpretato i francesi e quello americano: parla della semplicità della vita comune, e nel contesto della Hollywood classica risulta essere un approccio estremamente radicale.

Ma Monda e Chazelle concordano, è Spettacolo di varietà il capolavoro di Minnelli, che contiene una delle scene più belle dell’intera storia del Cinema. Splendida la sua analisi della sequenza del parco:

All’inizio vedi la fluidità del passaggio in cui lui aiuta lei ad entrare nel numero. Camminano, entrano nel parco, e la presenza della musica è giustificata. C’è una piccola banda che suona all’aperto, e attraversano un gruppo di coppie che balla, quindi c’è una sorta di progressione fino alla parte più intima del parco, con la musica che lentamente accompagna questa progressione. Pagine e pagine di dialogo condensate in questo incontro di anime che prima del ballo non erano riuscite a comunicare, e ora parlano attraverso il ballo. Cinema puro.

Secondo Chazelle, Minnelli aveva davvero una comprensione profonda su come fare un musical, che restava comunque informale. Parlava di un’umanità fragile, come se di questa umanità ne dirigesse, a braccio, un frammento.

La polvere di stelle di Fred Astaire

Da Spettacolo di varietà la domanda era inevitabile. Fred Astaire o Gene Kelly? Perché non averli entrambi!

Abbiamo apprezzato il grande Astaire sia con Cyd Charisse nella splendida sequenza da Minnelli, sia nel leggendario tip tap con Ginger Rogers da Top Hat di Mark Sandrich.

Sono sogni immateriali che sono marchiati a fuoco nella memoria di chiunque, e che fanno fantasticare in una vita oltre lo schermo, nell’incanto eterno della finzione. Quello stesso incanto che spingeva il personaggio di Mia Farrow a voler valicare il silver screen in La Rosa Purpurea del Cairo per vivere all’interno del film.

Ma Damien Chazelle è ben più disilluso: non vuole vivere in un musical. Sa benissimo le lacrime e il sangue dietro settimane di prove e centinaia di ciak. Lui vuole estrapolare la magia di quella gioia che imprime la gioia sullo schermo al posto della fatica, di quel trucco che fa funzionare un musical.

Singin’ in the rain: Gene Kelly e Gene Kelly

Se proprio avesse dovuto scegliere, forse Chazelle avrebbe optato per Gene Kelly. Più muscolare e meno leggiadro di Astaire, ma secondo lui più incisivo nelle trasposizioni da Broadway a Hollywood. Ed era quindi inevitabile parlare del musical per antonomasia presso il grande pubblico, Cantando sotto la pioggia.

E qui il regista e il ballerino si fondono definitivamente in un’altra sequenza indissolubilmente legata all’immaginario collettivo. Era difficile capire dove finisse Kelly-regista e Kelly-ballerino secondo Chazelle, così come era difficile capire i limiti della collaborazione tra i due co-registi, Kelly e Stanley Donen, ma il risultato è senza dubbio uno dei ritratti più grandi della fine dell’era classica di Hollywood.

La La Land: il musical oggi

Lo slideshow di clip dai musical non poteva che terminare con un omaggio a Damien Chazelle e al suo acclamato La La Land, ponendo un chiaro interrogativo. Cosa significa oggi convincere Hollywood a realizzare un musical?

Avevo spiegato loro [ad Emma Stone e Ryan Gosling] che l’idea non era di fingere i grandi protagonisti dell’era classica del musical, ma era un musical di persone qualsiasi che in qualche modo aspirassero a quei personaggi senza allontanarsi dall’immediatezza genuina che doveva caratterizzarli, lontano dal barocco di opere come Chicago. Volevo la sensazione che fosse qualcosa che suonasse improvvisato. Per Emma e Ryan è stato importante farlo con qualcuno che già conoscevano. Nonostante Whiplash, non si poteva capire se il film successivo potesse funzionare davvero. Chiunque cerchi di fare un musical ha un posto speciale nel mio cuore. Quando fai un musical rischi il ridicolo, apri il tuo cuore, e questo spaventa e imbarazza.

Anticipandoci che il suo prossimo film non sarà un musical, ma sarà incentrato sul passaggio tra gli anni ’20 e gli anni ’30, a suo modo un’altra grande epoca di passaggio, l’Incontro si è concluso.

Un’occasione speciale non solo per scoprire il background di un autore che si è imposto istantaneamente nonostante la giovanissima età, o per ripercorrere le gloriose tappe di un genere troppo spesso considerato minore. Era fondamentale, appunto, parlare del musical come si parla del cinema, senza pensare di coprirsi di ridicolo o imbarazzo, superando i cliché di un pubblico che non è più abituato a opere della Hollywood classica. In fondo, Chazelle ha parlato solo di grandi pagine della Settima Arte.

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