Recensione After hours – Affogare nella notte con The Weeknd

Con After hours The Weeknd ci porta ad affogare nella notte insieme a lui mentre piangiamo e ridiamo sommersi da ricordi ed emozioni confuse, tra amore e odio, rabbia e nostalgia, tra eccessi e cadute.

The Weeknd
Copertina di After Hours di The Weeknd

Un viaggio introspettivo che ci accompagna dentro After hours.

Quando il mondo si è fermato ci siamo fermati anche noi, e come capita in queste situazioni (anche se questa è una situazione davvero insolita) cominciamo a pensare, a farci delle paranoie e la nostra testa si affolla di tutti quei “se” e quei “ma”. Ecco, The Weeknd ricrea quest’esperienza in un disco, After hours, il suo quarto lavoro in studio che, seppure non lontano da quelli precedenti, presenta un concept decisamente interessante. Più che voler dare voce ad un racconto, il cantante canadese sembra quasi riversare nell’album il suo flusso di coscienza, portandoci nella sua mente. Ed è una mente confusa, perché è quella di un uomo col cuore a pezzi, dalla vita dissoluta di una pop-star, tra picchi e vuoti emotivi, pensieri contraddittori, che arrivano come pugni in faccia, eccessi e grandi cadute.

La ricordi la peggior sbronza della tua vita?

Come la peggiore delle cattive compagnie The Weeknd ci spinge  su una montagna russe di emozioni, tanto confuse e contraddittorie da destabilizzarci, quasi fossimo in un trip di anfetamine. Ma infondo, non ci sentiamo tutti così dopo la fine di una storia d’amore? E ora più che mai che non ci rimane altro che lasciarci andare ai nostri ricordi e pensieri, e allora “sarebbe potuto essere” ma anche “era la cosa migliore da fare”.

Così Abel, con profonda capacità di esprimere questo stato, o stati, dell’animo passa da “Never need a bitch, I’m what a bitch need” a “Tryin’ to find the one that can fix me” nel giro di una sola canzone,  Heartless. Facendo di After hours una sorta di diario, o meglio ricreando la propria mente tormentata da emozioni contrastanti, dall’odio all’amore, dalla rabbia alla nostalgia. After hours è un mix di emozioni e sensazioni talmente forte che porta a galla tanti ricordi e dolori, ma anche tanta eccitazione e frenesia.

Innovare senza sconvolgere.

Musicalmente The Weeknd sceglie di rimanere in una sua personalissima comfort zone, non allontanandosi da quel R&B dark e lussureggiante diventata suo marchio di fabbrica. Piuttosto Abel sceglie di arricchire il suo stile impreziosendolo di sonorità che sembravano ormai lontane, ma che si sposano perfettamente a quelle che hanno segnato il successo del cantante. È così che After hours diventa un album che unisce new wave, R&B, dream pop, synth e gli anni ’80, creando un’atmosfera cupa e futuristica. In questi termini il brano più rappresentativo è forse Blinding ligths, pensato come una hit e che da hit ha lo spirito giusto e l’energia, dal ritmo incalzante che si distacca dal resto del disco. Anche se le sonorità elettriche ritornano in Save your tears, che sembrerebbe pensato per essere cantato dal pubblico al concerto, e After hours, i brani migliori di tutto il disco.

Un album intimo e amaro.

After hours è un forma di pop art, quasi una performance attraverso il cui ascolto The Weeknd ci invita a “drowning in the night” insieme  a lui, una notte brava, tra alcol e anfetamine. Abel, che non ha mai nascosto la sua vita dissipata, tra eccessi ed abusi, cerca di rendere l’esperienza dell’album più intima.Quasi After hours fosse un lungo e delirante monologo interiore di uno strafatto, riportando alla mente le delusioni e le amarezze delle storie d’amore avute.

Hardest to love e Scared to live forse sono tra i brani che meglio incarnano questa sensazione, rivelandosi tra i più amari di tutto l’album. Un disco che si va a chiudere con Untill I bleed out, ultimo atto del suo flusso di coscienza, in cui The Weeknd canta “I wanna cut you outta my dreams ‘Til I’m bleeding out”. Conclusione straziante per un album che ha messo a dura prova le emozioni di Abel, e ce ne ha reso partecipi.

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