Strofe: Lucio Battisti – I giardini di marzo

L'interpretazione di un grande classico del leggendario cantautore

Lucio Battisti
Credits: Lucio Battisti / Wikipedia / Cesare Montalbetti

Ecco il significato di una delle canzoni più belle di Lucio Battisti: I giardini di marzo

I giardini di marzo è la prima canzone dell’album Umanamente uomo: il sogno (1972), il sesto disco di Lucio Battisti. Un disco che, con le sue canzoni, arriva in una fase già avanzata nella carriera del grande cantautore, allorché, superati i successi pop dei primi anni, Battisti si affaccia al suo periodo più astratto e cantautorale. I giardini di marzo è un perfetto esempio di questo approccio. Il testo, naturalmente di Mogol, non parla solo d’amore, ma presenta profondi connotati esistenzialisti, con riflessioni poetiche che viaggiano tra nostalgia e solitudine.

Musicalmente, la canzone mostra tutta l’influenza del folk rock britannico e americano dell’epoca, con una sezione poi, quella dell’ultima strofa, nella quale si può tranquillamente parlare di rock and roll puro, lontano dalle musicalità più morbide e “maccheroniche” di molti altri cantautori. Battisti mostra una volta di più, in questo senso, la propria abilità di assorbire le influenze musicali estere. E di saperle poi quindi adattare perfettamente, in Italia, a forme musicali nazional-popolari. Cosa che, per inciso, si fa costantemente ancora oggi. Analizziamo il testo della canzone:

Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti
Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti

La canzone inizia richiamando con toni nostalgici i bei tempi andati, quelli cioè dell’infanzia e della giovinezza. Tempi fatti di piaceri semplici (il carretto dei gelati) e di una povertà che però veniva vissuta come condizione esistenziale, e affrontata in quanto tale. Tematiche, queste, già affrontate da Battisti in altre canzoni, come Pensieri e parole. Si parla degli anni del secondo dopoguerra, anni mitizzati nei quali in Italia tutti cercavano di darsi da fare e di ricostruire il paese. Il narratore/protagonista (Mogol con la voce di Battisti, ma lo stesso Battisti si riconosce probabilmente nelle parole cantate) è ancora un bambino, o perlomeno un ragazzo.

All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi, sconfitto, tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
E alla sera al telefono tu mi chiedevi perché non parli

Il ragazzo è timido, insicuro, solitario, e non riesce ad imitare i comportamenti che adottano gli altri della sua età. L’esempio semplice dei ragazzi che vendono i libri serve a spiegare come il narratore, all’epoca della sua giovinezza, non riesca ad essere parte della comunità, nelle intenzioni ancor prima che nei fatti. Escluso, incapace di superare le proprie limitazioni, non può che constatare la propria condizione.

Come ogni introverso, torna infatti poi a “giocar con la mente e i suoi tarli”, a riflettere cioè all’infinito sui suoi problemi e sul perché non riesce a risolverli, riducendosi all’inazione. Quando infatti poi parla al telefono con quella che potrebbe essere facilmente la ragazza amata, lei gli chiede “perché non parli?” Ossia: perché non agisci, perché non reagisci, perché non ti decidi a vivere come tutti gli altri?

Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

Qui sta la risposta. Nell’apertura del ritornello, Battisti apre una finestra dentro di sé (dentro il narratore/Mogol, dentro il ragazzo), rivelando fantasia, sentimenti, scelte non definitive, risoluzioni non attuate, che prendono forme poetiche di immagini della natura e dell’universo. Il tempo, nella mente del poeta, non ha più significato (che anno è? che giorno è? non ha importanza), perché quello che conta è solo il desiderio per la persona amata (questo è il tempo di vivere con te). La decisione è presa, il sentimento è forte.

Quello che manca a questo punto è probabilmente solo il coraggio di esprimere tale sentimento, a fronte di un implicito timore del rifiuto. Il narratore cerca di convincere l’amata, allora, raccontando di quanto sia immensa la sua anima, di quanto sia struggente la sua passione, affidando alla propria filosofia l’elaborazione dell’amore inespresso. Un’elaborazione che, nonostante sia però tanto riuscita a un livello teorico (l’universo trova spazio dentro me) non trova corrispondenza in un’azione fattuale (ma il coraggio di vivere quello, ancora non c’è).

I giardini di marzo si vestono di nuovi colori
E le giovani donne in quei mesi vivono nuovi amori
Camminavi al mio fianco e ad un tratto dicesti “Tu muori”
“Se mi aiuti, son certa che io ne verrò fuori”
Ma non una parola chiarì i miei pensieri
Continuai a camminare lasciandoti attrice di ieri

Si arriva alla parte più rock, della canzone, nella quale la presenza di altri strumenti e di un arrangiamento più deciso e scandito segnalano il momento decisivo della canzone. La struttura è la stessa della prima strofa, ma appare qui chiaro che il narratore sta per raccontare di qualcosa di molto più importante. Il tempo, vago e non definito nel ritornello, qui si cristallizza in marzo: il mese della primavera e della rifioritura, nel quale nascono appunto i nuovi amori.

Ed è un nuovo amore quello che interessa l’amata del protagonista: lui non si è mai dichiarato, restando in qualche modo sempre suo amico, e lei si è innamorata di un altro, dal quale probabilmente a sua volta non riceve l’attenzione desiderata. Lo schema è quello da tutti vissuto almeno una volta, ma che qui assume toni particolarmente tragici quando la ragazza, camminando con il narratore un giorno qualunque, gli rivela innocentemente la sua nuova passione.

Il trauma, per lui, è talmente forte che le parole che sente sono: “tu muori”. Senza di lei, la sua vita non ha più significato. Insensibile, ma anche inconscia di tutto ciò, lei gli chiede aiuto per gestire la sua nuova relazione, ma il ragazzo/Battisti si trova già in un altro mondo: ha rinunciato a lei. Neanche una parola gli esce di bocca, nemmeno ora che sarebbe necessaria, per esprimere finalmente quello che prova.

Così il ragazzo seguita a camminare, facendo finta di nulla, ma nella sua mente relegando già la ragazza a “ieri”, un tempo ormai passato, nel quale lei, occasione perduta, diviene infine irraggiungibile. Il ritornello si ripete per la seconda volta, e come prima il ragazzo esprime sé stesso, i suoi sogni e le sue frustrazioni, come a voler rimarcare la propria sofferenza e la propria malinconia un’ultima volta, prima di congedarsi dall’ascoltatore che gli ha prestato orecchio.

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Lucio Battisti – I giardini di marzo, 1972