Nine Inch Nails: recensione Ghost V-VI

Il doppio album dei Nine Inch Nails si pone obiettivi molto alti e riesce a rispettare le promesse

Nine Inch Nails Trent Reznor
Trent Reznor dei Nine Inch Nails. Credits: Ed Vill / Flickr

Trent Reznor è tornato all’improvviso con un doppio album, riprendendo in mano la serie Ghost e ampliandola in modo magistrale.

Nine Inch Nails, progetto interamente incentrato su Reznor, è sinonimo di altissima qualità praticamente da sempre. Dopo la parentesi che lo avvicinò alle colonne sonore per film, anche i NIN hanno ricevuto un’influenza estremamente positiva, una nuova linfa da riportare su più fronti. A sorpresa, durante questo terribile periodo di quarantena, è arrivato un doppio album specificatamente legato al filone Ghost.

Il concept dei due dischi è estremamente semplice e facilmente intuibile già dalle copertine: luce e ombra. Secondo Trent Reznor la musica è da sempre il mezzo migliore per attraversare qualsiasi momento della vita, sia buono che pessimo e questo doppio album è uscito per cercare di restare sani di mente. E seppur l’idea di fondo non sia né rivoluzionaria né estremamente criptica, la realizzazione di Together (Ghost V) e Locusts (Ghost VI) è senza dubbi qualcosa di superbo.

Diamo un nome a queste sensazioni.

A volte il titolo di una canzone può risultare banale, spesso un estratto del testo o del ritornello, ma a volte è una chiave da inserire nella giusta fessura. I due Ghost utilizzano il titolo dei brani come veicolo che avvicina il concetto letterale a quello musicale. Senza quella breve dicitura molte canzoni presenti avrebbero perso di significato o si sarebbero perse tra migliaia di sensazioni diverse. I titoli non rappresentano una linea retta, lasciano comunque libertà all’ascoltatore, spesso giocando anche su più interpretazioni e delineando una strada su cui poter camminare.

Un ottimo esempio di questo veicolo lo si può trovare in Ghost V in OUT IN THE OPEN. Il titolo di per sé suggerisce un ampio spazio all’aperto dove l’ascoltatore viene trascinato e reso minuscolo al cospetto della sua enormità. Ogni soggetto potrebbe avere una sua idea di spazio e grandezza, il titolo suggerisce solamente la direzione verso, il caps lock non è casuale, qualcosa di immenso.

Una luce nel crepuscolo di un’ombra gigantesca.

Ghost V, che rappresenta la luce, lo fa nelle modalità che contraddistinguono i Nine Inch Nails, in modo sempre malinconico e mai in modo raggiante. L’intero album poggia su un’acustica estremamente onirica che porta alla luce tappeti di archi dalle sonorità elettroniche e gravi. Su questa base emergono synth che ricordano i bellissimi motivi di Vangelis in Blade Runner misti a sonorità minimal che possono rimandare alla mente delicati carillon.

Il disco fonde le sensazioni di luce con una malinconia agrodolce, ricamando le trame musicali più a livello mnemonico e filosofico che verso una sensazione presente. Il ricordo di un momento felice o la speranza di rivedere qualcuno che si ama, Ghost V rappresenta questo tipo di luce, un chiarore in mezzo a mille ombre. A suggerirlo è anche la differenza di minutaggio tra i due dischi, oltre che al numero di canzoni. L’ombra è più grande e cercherà sempre di sovrastare le sensazioni piacevoli ma è in queste ultime che i Nine Inch Nails hanno rimarcato il significato più deciso e preponderante. Si spazia da una concezione più razionale di Apart a quella completamente istintiva e inconscia di Your Touch dove un synth completamente sconclusionato rappresenta la sensazione provata in quel momento o in quel ricordo.

Con Ghost VI: Locusts si gioca in casa.

Le sonorità oscure e primordiali sono pane per Reznor e lo ha dimostrato nelle miriadi di produzioni della sua lunga carriera. In molti sono bravi a rendere un suono oscuro e ansiogeno ma i Nine Inch Nails probabilmente sono insuperabili. Negli album canonici siamo abituati a sentire una vera e propria fusione tra malinconia e sonorità oscure. Con questi due album si ha una scissione quasi netta e Locusts è la parte orrorifica, il terrore che cerca di sorprenderti continuamente alle spalle.

Diversamente da Ghost V, seppur mantenendo le qualità oniriche della composizione, Ghost VI è più vivido e reale. Mentre sul primo disco si giocava sui ricordi e sulla ricerca della sensazione, qui quest’ultima viene letteralmente sbattuta in faccia come un pericolo immediato e vicino. Anche in questo caso il titolo è parte fondamentale del brano. Alcune intuizioni sono sorprendenti e inserite in modo spettacolare. Un esempio potrebbe essere l’uso della tromba in Around Every Corner che impreziosisce l’opera dandole un’identità senza snaturarne l’essenza.

In Run Like Hell possiamo facilmente riconoscere le bellissime progressioni spesso trovate negli album dei Nine Inch Nails e una sorprendente parte ritmica, un unicum nel doppio album (se escludiamo le brevissime inclusioni in TURN THIS OFF PLEASE). L’uso del piano è più massiccio rispetto al primo disco e le progressioni sono più nette e con un uso più massiccio di strumenti.

Un maestro del suono.

Trent Reznor è un vero e proprio maestro in tutto ciò che rappresenta il bilanciamento sonoro e la raffinatezza delle produzioni. Anche le sonorità più sporche sono sempre usate con volontariamente e con parsimonia. I due Ghost appena usciti rappresentano un lavoro maniacale per quanto riguarda la ricerca sonora e il minuzioso mixing degli strumenti. La fusione dei synth e delle white noise è sfruttata in modo perfetto per riprodurre l’intento dei due dischi. È grazie a questa accuratezza che le produzioni dei Nine Inch Nails sono sempre a livelli incredibilmente alti e Ghost V-VI non sono assolutamente da meno.

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