Childish Gambino – 3.15.20 [RECENSIONE]

Il nuovo disco di Childish Gambino è, neanche a dirlo, un excursus memorabile tra immagini escatologiche e commentario distopico

Glover
Il video di "Feels Like Summer" di Childish Gambino (frame da YouTube)
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Childish Gambino e la sua festa musicale apocalittica

Sarà il momento difficile che stiamo vivendo. O forse sarà la tracklist composta quasi esclusivamente da canzoni senza titolo. Oppure, sarà la copertina completamente bianca come un quadro di Kazimir Malevich. O anche, saranno canzoni apocalittiche e profetiche come Algorhythm, o Feels Like Summer (qui intitolata 42.26, la terzultima del disco). Saranno tutte queste cose: ma davvero 3.15.20 suona come una specie di party alla fine del mondo. Una festa che prosegue nonostante tutto quello che accade: tra COVID-19, Global Warming, la guerra in Siria, invasioni di cavallette e quant’altro. Donald Glover (che si chiama ancora, attenzione, Childish Gambino), non appare prendere posizione in maniera diretta: il suo, specialmente a livello di sonorità, non è un disco che vuole essere direttamente critico.

Al contrario: nei suoni il cantante e attore ha voluto inserire appunto il sentire di qualcuno che guarda il mondo crollare da una posizione privilegiata, dalla quale può assistere senza essere coinvolto. Questo per esempio il messaggio di Algorhytm, una delle canzoni migliori del disco: continuate a ballare, ma fatelo macchinalmente (come gli “algo-ritmi”), perché bisogna, perché non c’è alternativa, perché è meglio che preoccuparsi. Se dunque l’album procede tra suoni accattivanti e colorati, motivi funk e soul, boogie anni ’70 e elettronica piacevolmente industrial, Gambino riesce a dare l’impressione di ascoltare tutto come attraverso un filtro. Sembra che, dalla festa di cui sopra, tutti siano ormai fuggiti, e alla fine sia rimasto lui solo, a ballare e cantare e recitare, perché quello è il suo ruolo.

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Childish Gambino – Feels Like Summer, 2019

Gambino ricrea ancora una volta una specie di film, una lunga sequenza di scene, immagini, impressioni, sfoghi

Le canzoni si presentano con una facciata gradevole, convenzionale persino, in un primo momento. Salvo però poi deviare verso inaspettate distorsioni, dialoghi surreali, passaggi rumoristici che non c’erano nulla né con il rap, né con il soul. Da sempre un outsider nel suo campo e nell’ambito del suo genere, Gambino ricrea, anziché un semplice disco, ancora una volta una specie di film, una lunga sequenza (che, infatti, viene scandita per minutaggio, come in una sceneggiatura) di scene, immagini, impressioni, sfoghi. E quel 15 marzo indicato nel titolo (che corrisponde, non casualmente, alla data della prima sorprendente pubblicazione del disco), cosa può indicare? Vengono in mente le celeberrime idi di marzo, data nella quale, nel 44 a.C., come sappiamo Giulio Cesare venne assassinato dai congiurati.

Vogliamo vederci una metafora? Il mondo è Cesare, e i congiurati siamo noi, e il 15 marzo è il giorno stabilito da Gambino per la fine della civiltà umana? No, forse questo è più materiale da complottisti. Ma certo è che questo nuovo album di Childish Gambino (come i suoi precedenti, del resto) non possa essere visto come un semplice disco musicale. Abbiamo di fronte un’opera pregna di significati, sperimentale e sottilmente provocatoria, tentatrice e a suo modo ribelle. Ma è presto per trarne un’impressione definitiva. Forse, tra qualche mese, usciti dall’emergenza, potremo capire meglio questo disco: per ora lo ascoltiamo, lo apprezziamo, cerchiamo di interpretarlo, e ringraziamo naturalmente Donald Glover di esistere.

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Childish Gambino – 3.15.20 / Anno di pubblicazione: 2020 / Genere: Neo-Soul, Alternative Rap