La Scimmia Ascolta – Gennaio 2018

La Scimmia Ascolta

Nuovo anno e nuovo appuntamento con la nostra rubrica.

 

Come ogni mese che si rispetti, anche gennaio potrà far sfoggio dei nostri consigli redazionali con La Scimmia Ascolta. In questo nuovo 2018 cercheremo di condividere i nostri ascolti, come di consueto, nel modo più eterogeneo possibile. Ancora 4 band dalle sonorità distanti tra loro, ognuna con richiami a generi musicali ibridi e dalle composizioni ricercate.

 

Django Django

Non è un segreto che di questi tempi la psichedelia vada molto di moda. Abbiamo il dream pop dei Beach House, il synthpop commerciale dei Tame Impala, l’acid vecchio stile dei Black Angels. Ma nessuno fa psichedelia come i Django Django. Ascoltare questo gruppo è come ritrovarsi nel deserto dell’Arizona sotto l’effetto del peyote, con un bel sole rosso fuoco che batte sulla testa.

La musica dei Django Django, quattro inglesi ben educati, è costruita su due colonne portanti. La prima sono i riff, pattern sicuri di tastiere e chitarre che si fondono in suoni spessi e colorati, creando figure sonore ben identificabili ma dai contorni sfocati. L’altra sono le armonie vocali, che sfruttano tutti i passaggi offerti dalla base sonora intrecciandosi in toni eterei ma non melismatici. Ossia, la musica dei Django Django è astratta e concreta allo stesso tempo, non si perde in paesaggi sonori nebbiosi e sfocati.

Il primo album del gruppo, omonimo, pubblicato nel 2012, ha ottenuto un istantaneo successo di critica. La cosa ha colto di sorpresa il quartetto. L’aspettativa era un successo da album underground, con solo qualche centinaio di copie vendute. Ma la genialità c’è tutta e non si può ignorare. Le melodie sono sempre le stesse, eppure si mescolano di canzone in canzone con soluzioni sempre nuove ed efficaci.

La musica si potrebbe definire psichedelia-western, accenti quasi Morriconiani che si mischiano ad atmosfere trasognanti.  Nel secondo album, Born Under Saturn (2015), il gruppo ha ampliato gli orizzonti. Più tastiere, più tonalità, ma lo stesso impianto di base, e un altro capolavoro. Il terzo album dei Django Django, Marble Skies è uscito il 26 gennaio 2018 e potrete trovare la nostra recensione proprio QUI.

A cura di Andrea Campana.

Uncommon Nasa

 

Uncommon Nasa è un ragazzone di Staten Island, negli USA, di cui si hanno pochissime notizie, ma che nella vita ha fatto una quantità di roba tale da farci pensare che sia nato già con le cuffie e  le mani sul campionatore. Dopo aver passato l’adolescenza a disegnare tag sui muri di New York, il nostro yankee rossiccio inizia a mettere mano su sequencer e campionatori. E nulla sarà come prima.

Uncommon Nasa iniza a produrre, definendo il suo stile “un lanciare mattoni contro una finestra”: sample ipnotici, beat al limite del noise, campionamenti a dir poco improbabili. Uncommon Nasa punta al massimo, all’irraggiungibile, alle stelle. Dopo aver lavorato con l’etichetta Definitive Juxstaposition, gigante della old school newyorkese, per quattro anni, nel 2004 fonda la sua Uncommon Records(con lo strafottente slogan:”Our records speak for themselves”) e decide di prendere in mano il microfono e dal 2013 inizia a sfornare alum senza sosta: da Land of the Way It Is, primo disco, intriso di jazz e campionamenti di John Coltrane, all’ipnotico New York Telephone del 2014, passando per periodi di follia elettronica e campionamenti di violini scordati, ruote di bicicletta e chi più ne ha più ne metta, fino all’ultimo Written at Night, venuto alla luce nell’estate 2017. Come suona? Esattamente come se fosse stato scritto di notte, a lume di candela, in un monolocale di venti metri quadri in cui si trovano un vecchio pianoforte, qualche sassofono e un microfono.

Uncommon Nasa ha la rara capacità di non produrre mai nulla di banale, pur muovendosi nell’intricato e troppo spesso tutto uguale mondo dell’old school. Voce calda, tantissimo jazz e tanta, tanta fantasia. O genialità, chiamatela come preferite.

A cura di Francesco Di Perna.

 

Turbowolf

Turbowolf. Non dovrebbe esserci bisogno di scendere nei particolari. Dovrebbe bastare questo nome potente maestoso ad indurvi ad ascoltare questa band inglese.

Se però, per qualche motivo, non siete sedotti a pieno dal fascino della parola Turbowolf, allora bisogna aggiungere che questa è una band formatasi a Bristol, Inghilterra nel 2008, e che è sempre stata caratterizzata da uno stile alquanto singolare.

Sovente classificata come hard rock, la musica dei Turbowolf tende a sfuggire alle definizione più comuni, implementando elementi dal punk, dal metal e anche dall’electronica.

Di base, la composizione dei Turbowolf si basa su tre elementi: la creazione di riffoni più pesanti ed accattivanti possibili, la ricerca della distorsione perfetta, e la voce lisergica del cantante e frontman Chris Georgiadis, della serie o te ne innamori, o ti da solo immenso fastidio.

Dopo l’esordio con l’omonimo album Turbowolf nel 2011, la band ritorna nel 2015 con un LP più maturo e strutturato, ossia Two Hands. Segue una pausa alquanto lunga e silenziosa, intervallata da qualche uscita della band sui social, del tipo

Today we have created the most crushingly monsterous guitar tone I’ve ever heard

L’uscita del terzo LP, intitolato The Free Life, è prevista per il 9 marzo. Frutto, stando a quanto dichiarato dalla band, di oltre 2 anni di lavoro, l’album vedrà la partecipazione di artisti del calibro di Mike Kerr dei Royal Blood Sebastien Grainger dei Death From Above.

Nell’attesa, è già possibile ascoltare gli estratti The Free Life Domino.

Chissà che questa sia davvero la volta buona per la consacrazione dei Turbowolf.

A cura di Roberto Rosati.

 

 

Childish Gambino

In questa rubrica abbiamo già parlato di rap con Uncommon Nasa, ma con Childish Gambino lo facciamo in modo completamente diverso. Il creatore del progetto è Donald Glover di cui avevamo parlato più a fondo in questo articolo. Glover sta passando un periodo d’oro, dai prestigiosi premi e le ottime critiche ricevute con la sua serie Tv Atlanta alla partecipazione nel prossimo film spin-off di Star Wars nei panni di un giovane Lando Calrissian.

Non per ultimo viene però il suo progetto musicale. L’hip hop sembra parte integrante nella vita di Glover e la sua musica parte proprio da esso. Nei suoi album però possiamo gustare chiavi di lettura diverse e sonorità che passano dall’elettronica alle chitarre anni ’60 dell’ultimo album.

Per i puristi del genere consigliamo senza alcun dubbio l’album Because the Internet in cui possiamo immergerci in beat e voce richiamanti gli anni ’90. Possiamo garantire invece che Awaken, My Love! non deluderà neanche chi non mastica il genere. In questo ultimo lavoro ha fuso psichedelia e voglia di rischiare in brani che lasciano sicuramente sbigottiti.

A cura di Claudio Faccendi.