The Aviator, la vera storia di Howard Hughes che ha ispirato Scorsese

Stasera in TV c'è The Aviator, il film che racconta la straordinaria storia vera di Howard Hughes

The Aviator, film del 2004 con la firma di Martin Scorsese, è una delle pellicole dove probabilmente Leonardo DiCaprio ha dato il meglio di sé quanto a talento istrionico nel rappresentare Howard Hughes.

La pellicola di Scorsese, che andrà in onda questa sera su Paramount alle 20.10, è incentrata sulla vita di Howard Hughes, regista, imprenditore e aviatore che ha lasciato la sua firma nell’olimpo dorato di Hollywood, tanto per i suoi film quanto per la sua personalità, senza dimenticare i suoi rapporti sentimentali con alcune delle donne più famose nel mondo della settima arte.

Ma chi era Howard Hughes? Perché la sua vita è stata così interessante da spingere un regista del calibro di Martin Scorsese per farne un film?

Howard Hughes, Library of Congress

Howard Hughes, la biografia

Nato la vigilia di natale del 1905, Howard Hughes era figlio di un noto magnate del petrolio a capo della Hughes Tool Company che si arricchì con l’ideazione di uno scalpello per la perforazione che riusciva a penetrare ogni superficie.

Alla morte di Howard Sr., fu il figlio ad ereditare l’ingente lasciato del padre, compresi tutti gli introiti della società di famiglia. Nel 1925 Howord Hughes sposò Ella Rice, lasciando l’università di Houston e trasferendosi a Hollywood, da cui divorziò solo quattro anni più tardi.

Howard Hughes e il cinema

Grazie alle conoscenze dello zio Rupert Hughes, sceneggiatore nel mondo scintillante di Hollywood, Howard riesce a fare i suoi primi passi come produttore.

L’esordio, però, non è dei più eccitanti: il primo film che produce, Swell Hogan, nel 1926, si dimostra un flop clamoroso. Ma Howard Hughes non ha tempo di fermarsi a riflettere sul suo fallimento: è già occupato a dirigere il suo primo film, Gli Angeli dell’Inferno.

La produzione della pellicola non fu particolarmente rosea: le riprese cominciarono nell’aprile del ’27 e si conclusero nell’estate dell’anno successivo. Le problematiche riguardo alla realizzazione era il fatto che l’ex magnate del petrolio, da sempre appassionato di aeronautica, voleva utilizzare dei veri aerei e non dei modelli in scala. Le riprese durarono a lungo perché il regista si rese conto che girare con i cieli tersi non riusciva a restituire sulla macchina da presa il movimento dei mezzi in volo, perciò bisognava attendere giornate più velate.

Inoltre con l’avvento nel 1927 de Il Cantante di Jazz, primo film sonoro della storia del cinema, Howard Hughes si decise a voler far sì che anche la sua pellicola avesse il sonoro, e non fosse muta come preventivato. Il film venne ultimato nel 1930, quando infine uscì, riscontrando un grande successo che diede a Gli Angeli dell’Inferno l’etichetta di Kolossal e ad Howard Hughes un posto tra i grandi del mondo del cinema.

Un ruolo che si era già accaparrato producendo Notte d’Arabia, che venne premiato con il Premio Oscar per la miglior regia. La sua carriera come produttore intanto procede e sebbene non verrà ricordato come il più grande produttore di Hollywood ai suoi finanziamenti si devono film come Scarface, da cui poi verrà tratto il più noto remake di Brian de Palma con uno straordinario Al Pacino come protagonista.

La passione per il volo

L’altro grande amore di Howard Hughes, a parte il cinema, è il mondo dell’aviazione – da qui il titolo che Scorsese ha scelto di dare alla sua pellicola.

Il primo contatto tra Hughes e il volo è nel 1919, quando il ragazzo ha appena quattordici anni. Ma l’esperienza gli rimane così attaccata addosso da spingere il giovane magnate a esprimere il desiderio di diventare uno degli aviatori più famosi al mondo.

Come imprenditore fonda la Hughes Aircraft Company, che sarà d’aiuto alle forze militari statunitensi durante la seconda guerra mondiale, dove verranno utilizzati i modelli XF-11 e H-S Hercules. Acquisì anche la TWA – Trans World Airlines, diventando così un competitor della Panam, compagnia che voleva il monolopolio sui traffici transoceanici.

Ma forse fu soprattutto come pilota che Howard Hughes riuscì davvero a imprimere il proprio nome negli almanacchi della storia.

L’impresa più nota è quella che portò Howard Hughes a bettere il record del giro del mondo in volo: l’anno era il 1938. Il pilota partì dal Floyd Bennet Field di Brooklyn con un Lockhead Super Electra: la partenza è salutata dalla compagna di allora di Hughes, Katharine Hepburn, che nel film ha il volto di Cate Blanchett, che per il ruolo vinse l’Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista.

Il volo di Hughes si ferma solo per fare rifornimento nelle tappe di Parigi, Mosca, Omsk, Yakuts, Fairbanks e Minneapolis. Questo fa sì che il velivolo con quattro persone torni a Brooklyn tre giorni, 19 ore e 17 minuti dopo la partenza.

Howard Hughes e il giro del mondo, San Diego Air and Space Museum

Ma l’amore per il volo non porterà solo a momenti idilliaci o indimenticabili. La competizione con la Panam porterà Hughes nel mirino dell’FBI che perquisirà la sua casa più volte e lo porterà addirittura in tribunale per indagare sulle spese di Howard Hughes e su come sia possibile investire tanto denaro nel mondo dell’aviazione.

Inoltre l’imprenditore ha affrontato anche diversi incidenti, più o meno gravi. Nel test di volo del Sikorsky S-43, l’aereo precepitò in direzione Lake Mead, ucciderendò un ispettore della CAA e un impiegato di Howard. Lui stesso si ferì molto gravamente e fu salvato da un altro membro a bordo.

Nel 1946 ci fu un altro incidente, mentre era in atto il primo volo del prototippo XF-11, per l’esercito degli Stati Uniti. A causa di una perdita d’olio l’aereo cominciò a imbardare e a perdere quota velocemente. Howard Hughes tentò un atterraggio d’emergenza, ma prima di riuscire a raggiungere il Los Angeles Country Club l’aereo si schiantò nel quartiere di Beverly Hills, distruggendo tre case. Inoltre il serbatoio esplose, incendiando non solo il velivolo, ma anche un’altra casa delle vicinanze. Hughes riuscì a uscire dall’aereo, ma rimase sdraiato vicino ad esso, incapace di muoversi, prima di essere salvato da un sergente dei Marines che si trovava in zona per caso.

L’incidente causò a Howard Hughes molte ferite e fratture, che rischiarono di compromettere la sua mobilità, sebbene l’uomo abbia sempre dichiarato che in quel momenti la vera felicità era che la sua mente non era stata compromessa.

La malattia ossessiva di Howard Hughes

Figlio di una donna affetta da misofobia, Howard Hughes eredita il disturbo materno e sviluppa con gli anni una vera e propria repulsione per germi e sporco, tanto da arrivare a bruciare un intero guardaroba perché convinto che fosse pieno di batteri.

I resoconti delle persone a lui vicine come Noah Dietrich (che nel film di Scorsese è interpretato da John C. Reilly) raccontano di episodi in cui Howard Hughes si lavava così spesso le mani e con tale foga da farle sanguinare ripetutamente.

La misofobia, però, in Howard Hughes era accompagnata anche da un disturbo ossessivo-compulsivo che andò peggiorando con gli anni. Sempre Dietrich scrisse, nelle sue memorie, che il suo amico ordinava sempre la stessa cosa per cena e che a colazione mangiava le uova solo se erano cotte meticolosamente secondo il suo criterio.

Nel 1958 Hughes si chiuse in una stanza buia, dove rimase per quattro mesi, senza mai uscirne. In questo periodo mangiò solo barrette di cioccolata e pollo, bevendo esclusivamente latte. Venne trovato circondato costantemente da scatole di Kleenex che, all’occorrenza, l’uomo distruggeva e poi cercava di rimettere insieme. Se ne stava seduto, spesso nudo, quasi sempre a vedere film su film. Quando emerse da questo stato quasi embrionale, il suo aspetto era terribile: non si era tagliato capelloi e unghie per settimane.

Si scoprì che era affetto da Allodinia, un disturbo che porta a provare dolore a seguito di stimoli che, normalmente, sono innocui e totalmente indolori. Probabilmente è a causa di questo disturbo che Hughes continuò a vedere i film quasi completamente nudo: possibile che il contatto degli abiti sulla pelle, per lui, fosse doloroso.

Ebbe un’ossessione legata al film Ice Station Zebra, che mandava in loop all’interno della sua abitazione e che vide un numero di volte non inferiore a 150.

Come se non bastasse i numerosi incidenti aerei di cui fu protagonista lo misero davanti ad una vita piena di dolore: il che lo portò a sviluppare una dipendenza dalla codeina, che si iniettava personalmente in modo intramuscolare. Conserivava la sua urina in bottiglie, utilizzava sempre panni per toccare gli oggetti ed era ossessionato dalle imperfezioni che trovava sugli altri. A volte si chiudeva nella ripetizione delle stesse frasi.

Morì nell’aprile del 1976, in un incidente aereo, quando ormai la malattia e l’uso di droga lo avevano reso irriconoscibile.

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