Hammamet, la recensione del film con Pierfrancesco Favino

Hammamet sarà nelle sale a partire dal 9 gennaio.

Hammamet la recensione

Non c’è un apice, solo una triste discesa verso un’inesorabile fine. Il nuovo film di Gianni Amelio, Hammamet, racconta l’uomo sul viale del tramonto, impegnato a dettare discorsi nella sua villa iper protetta della città tunisina che dà il nome al film. Come una gabbia dorata, in fin dei conti, esiliato ma non latitante. E forse in cerca di un’assoluzione.

Dopo il Buscetta de Il Traditore, spetta a Pierfrancesco Favino l’onere di interpretare l’ex segretario storico del Partito Socialista Italiano, invischiato in uno dei più grandi scandali italiani degli anni ’80. Cinque ore di trucco al giorno per ricreare il volto perfetto di Bettino Craxi, figura politica imponente che non viene mai nominata nel film. Sappiamo chi è ma mai nessuno osa pronunciare il suo nome.

Discorso analogo per il democristiano irpino o l’industriale, che si vedrà solamente in video, durante una puntata di Porta a Porta. Una scelta che sembrerebbe essere coerente con la volontà di dare una lettura ammiccante di Craxi ma senza sporcarsi troppo le mani. Mani che devono rimanere pulite, come insegna la storia. Si fa ma non si dice.

Il problema di Hammamet, infatti, si trova proprio nell’assenza di coraggio. Non c’è una vera e propria riabilitazione storica, non c’è l’affossamento della figura politica. Ci si limita a raccontare l’uomo, con qualche ammiccamento a ciò che è stato e a quello che ha commesso, perché in fin dei conti “lo facevano tutti“. Come a dire che è cosa sbagliata ma nemmeno tanto alla fine.

Hammamet la recensione

La progressiva discesa crepuscolare, divorato dalla malattia che lo porterà alla morte esattamente vent’anni fa, di un uomo alla ricerca di una auto-assoluzione, ma sempre con una certa dignità. Accompagnato dalle musiche di Nicola Piovani, Hammamet trova la sua colonna portante in Pierfrancesco Favino, magistrale nell’interpretazione e capace di restituire ciò che viene richiesto.

Ora arrogante, ora vulnerabile ed emotivo, Hammamet dà un colpo al cerchio ed uno alla botte. Craxi diventa quindi un “semplice” essere umano, ben lungi dall’iconica figura politica socialista. Quella della Milano da bere, quella di Tangentopoli. Due momenti inavvicinabili, a quanto pare.

Se tutto inizia con il congresso del PSI nel 1986 a Milano, dedicato a Pertini e dopo una serie di conquiste economiche dell’Italia, tutto si chiude con un onirico varietà, simile al nostrano Bagaglino. Inutile spiegare l’associazione simbolica di questo passaggio di testimone giacché l’erede, inteso esclusivamente come nome politico, è quello che Sorrentino ha descritto in Loro.

Tirando in ballo proprio Sorrentino, regista di un altro biopic politico definito dal diretto interessato “una mascalzonata“, Hammamet viaggia su binari diametralmente opposti. Non vi è una discussione grottesca del politico, quanto più un innocuo racconto tout court. Una semplice dimostrazione che non prende una posizione netta su ciò che Craxi era. Un film biografico che alla fine biografico non vuole essere.

Gianni Amelio si rifugia così nel genere che meglio gli riesce, quello del melodramma, come a bilanciare la gigantesca presenza scenica di Favino. Sebbene alcuni momenti notevoli, come il particolare finale o il racconto del sogno fatto da Craxi, Hammamet è un film a cui manca sicuramente il coraggio di discutere proprio il personaggio che tira in ballo. Forse (storicamente) è ancora troppo presto?

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