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Red Hot Chili Peppers – Recensione Blood Sugar Sex Magik

Quando i Red Hot Chili Peppers trovarono sé stessi

“Who Says a Funk Band Can’t Play Rock?”, domandavano i Funkadelic di George Clinton nel 1978. La risposta esauriente a questa domanda si trova nella musica dei Red Hot Chili Peppers, e sopratutto in quello che è l’album della loro realizzazione: Blood Sugar Sex Magik. Registrato in un ritiro quasi spirituale, con il fedele Rick Rubin, il disco mette insieme tutti gli elementi del sound caratteristico della band, raggiungendo una perfezione mai toccata prima dal quartetto. Si tratta dell’album funk rock per eccellenza.

Blood Sugar Sex Magik è solo il secondo disco con John Frusciante e Chad Smith, dopo il già riuscito Mother’s Milk (1989). Tuttavia, l’intesa è già totale, e ogni strumentista fa la sua parte nel creare una canzone memorabile dopo l’altra. L’album è certo famoso per i singoli: l’inno sessuale di Give It Away, con un riff semplice e divertente, e una citazione dei Black Sabbath; l’hard alternative di Suck My Kiss, con un suono pesante quanto il piombo; la ballad intimista Under the Bridge, nella quale Anthony Kiedis per la prima volta esprime tutta quella fragilità che si ritroverà poi in canzoni come Scar Tissue.

Red Hot Chili Peppers – Give It Away, 1991

“Look at me can’t you see all I really want to be/Is free from a world that hurts me”

Ma non finisce certo qui, perché l’album è pieno di sorprese spesso indubbiamente dimenticate. A cominciare da Breaking the Girl, un folk alternativo, sporco, psichedelico, certo il pezzo più interessante dell’album a livello di arrangiamenti, e il più sperimentale tentato fino ad allora dai RHCP. Altro momento notevole sono gli otto minuti di Sir Psycho Sexy, con un Frusciante assolutamente protagonista, che si può sentire qui sviluppare in tempo reale il suo caratteristico stile di chitarra a metà tra funk e alternative.

L’alternative, inteso come alternative rock, emerge riportando le influenze della contemporanea scena grunge nella title track, pezzo intenso e dalla forte carica erotica, con un riff più che memorabile; ma anche nell’altra celebre ballad del disco, I Could Have Lied, uno sfogo d’amore acustico che potrebbe essere stato scritto dai Pearl Jam. Procedendo verso la cerchia sempre meno nota delle canzoni del disco, emergono il rap politico di apertura in The Power of Equality, le auto-celebrazioni di If You Have to Ask e Funky Monks, e così via.

Red Hot Chili Peppers – Suck My Kiss, 1991

“Funky motherfuckers will not be told to go”

Una sequela di momenti stilisticamente solidi, tutti uguali ma tutti diversi, si ritrova in Apache Rose Peacock, The Greeting Song, Naked in the Rain, The Righteous & the Wicked. Emergono, poi, My Lovely Man, sentita dedica al mancato Hillel Slovak (già omaggiato con Knock Me Down, in Mother’s Milk), e l’avventura quasi prog di Mellowship in Slinky B Major. Infine, in chiusura, il divertissement di Thet’re Red Hot, cover di Robert Johnson, che come contrasto con il resto del disco ricorda un congedo quasi analogo, quello di Right on Time alla fine di Californication.

Blood Sugar Sex Magik funziona non solo perché valido (sotto tutti gli aspetti) a livello compositivo, ma anche, banalmente ma significativamente, perché sono i Red Hot Chili Peppers a suonarlo e cantarlo. Quattro personaggi che formano qui un universo esotico sonoro a sé stante, irripetibile proprio come ogni atto sessuale, e che in quanto tale mescola violenza, affetto, fragilità, energia, impeto, malinconia. Sappiamo chi sono i protagonisti e gli autori di questa opera, ma vale la pena di richiamarli all’appello una volta di più.

Red Hot Chili Peppers – Under the Bridge, 1991

“I can’t tell if I’m a kingpin or a pauper”

Anthony Kiedis, il cui estro qui scopre nuove dimensioni canore, pur non dimenticando le tecniche rap, ma evolvendosi in un cantato unico e che rimarrà tutto suo; John Frusciante, il “primo ufficiale”, anima hipster del gruppo, nuovo arrivato che ha tutto da dimostrare (e lo dimostra ampiamente); Flea, che con questo album assurge legittimamente alla cerchia dei migliori bassisti del mondo, e non serve aggiungere altro; e Chad Smith, batterista potente e poderoso che fornisce l’impalcatura ritmica di ogni canzone, apportando quanto basta del rock and roll più duro e inflessibile.

Costoro, in Blood Sugar Sex Magik, raggiungono un’intesa strumentale e artistica come poche si sono viste nel panorama rock (e non) di inizio anni ’90. L’intesa ripaga, il pubblico capisce e accoglie, e con quest’album i RHCP raggiungono finalmente il successo mondiale meritato. Successo che avrà anche risvolti negativi, primo fra tutti l’abbandono di Frusciante nel 1992; ma un successo che porterà comunque il quartetto ad imporsi da lì in poi, in maniera definitiva e irrevocabile, come uno dei nomi leggendari della musica degli ultimi trent’anni.

https://open.spotify.com/album/30Perjew8HyGkdSmqguYyg
Red Hot Chili Peppers – Blood, Sugar, Sex, Magik / Anno di pubblicazione: 1991 / Genere: Funk Rock

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Andrea Campana
Nato a Palmanova il 26 ottobre 1989, vivo ad Aquileia. Sono autore, scrittore, critico musicale e social media manager. Laureato al DAMS di Gorizia e conseguita laurea magistrale in Discipline della musica, dello spettacolo e del cinema/Film and audiovisual studies. Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos.

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