Interpol, bentornati a casa: recensione dell’EP A Fine Mess

Interpol

Un sospiro di sollievo lungo cinque brani e una bella botta di chitarre: il post-punk vive ancora.

L’ultimo album degli Interpol, Marauder (2018), si era placidamente inserito nel solco dei dischi non brutti, ma noiosi. La band newyorkese aveva cercato di dare una svolta alla propria musica togliendosi di dosso le vesti dei tenebrosi giustizieri della notte armati di Fender e riverbero, finendo per sfornare un album che fa da ponte fra una svolta effettiva (che sembrava essere orientata verso l’indie rock) e il loro post-punk.

Già a gennaio 2019, però, la band aveva fatto uscire il singolo Fine Mess, annunciando un nuovo EP a maggio. Il brano, nella sua rozza violenza, aveva scosso i fan degli Interpol e caricato di tensione l’aria in attesa del nuovo lavoro che sarebbe uscito da lì a pochi mesi. Il nome dell’EP uscito il 17 maggio è A Fine Mess, letteralmente “un bel casino”. A dir poco profetico.

Guariti dalla sindrome degli AC/DC (ma non del tutto), Paul Banks e soci hanno scaricato nei pezzi una rabbia inaudita.

Gli strumenti degli Interpol sembrano essere tornati a ringhiare, discostandosi dalla scrittura di Marauder. I pezzi si fanno meno raffinati, riacquistando la grezza spontaneità degli inizi: il brillantissimo riff di The Weekend e il pesante incedere di Thrones investono come uno tsunami la tranquilla vena biografica del disco precedente. Gli Interpol dimostrano di essere ancora capaci di tirare fuori la rabbia, forse covata da anni o forse improvvisa, non importa.

The Weekend, secondo estratto dall’EP

Il gusto lo-fi dei cinque pezzi di questo EP è evidente anche nei testi, che si fanno più inquieti e pieni di metafore: devono spiegare qualcosa, ma non hanno la pazienza e la tranquillità necessarie per prendere tempo. Gli Interpol hanno bisogno di una formula che consenta loro di far arrivare subito quello che vogliono dire, e l’hanno trovata riascoltando i loro primi dischi: diretti ed emotivi, in tre parole “un bel casino”. Il distacco fra i brani attraversa vari gradi di aggressività sonora e dimostra la guarigione da quella che avevamo definito “sindrome degli AC/DC”: sfruttare fino alla nausea di strutture che hanno ottenuto successo. Non è una guarigione totale, e c’è il rischio di una ricaduta da un momento all’altro, ma per ora la prognosi è benigna.

Da sinistra: Sam Fogarino (batteria), Daniel Kessler (chitarra), Paul Banks (chitarra e voce)

Gli Interpol sembrano tornati a casa, ma intenzionati ad arredarla con mobili nuovi.

Si sente ancora il basso insistente e martellante che scandisce da sempre i brani degli Interpol. Sono ancora post-punk, meno emotivi e più incazzati. L’influenza dei Television è evidente negli intrecci chitarristici ad opera di Paul Banks e Daniel Kessler, violenti come l’intero album ma accorti, messi al punto giusto.

Sono tornati adolescenti, gli Interpol: attingono a piene mani dai loro dischi preferiti, ma hanno la maturità giusta per bilanciare il post-punk con l’indie rock. Paragonare questo EP al glorioso primo album della band di New York è azzardato e probabilmente inutile, ma questi venti minuti dimostrano come gli Interpol siano riusciti a reggere benissimo il passare del tempo e il declino del post-punk revival mantenendo un equilibrio fra l’impeto punk e il lavoro di cesellatura.

Cosa significava allora la parentesi di Marauder? A Fine Mess potrebbe essere una nuova chiave di lettura per decifrare il mezzo passo falso del disco del 2018, un esperimento subito accantonato. Forse gli Interpol sapevano benissimo ciò che stavano facendo, e forse non possiamo che aspettarci di meglio. Interpol, arrabbiati, spettinati e violenti, bentornati a casa.

Interpol – A Fine Mess EP / Anno di pubblicazione: 2019 / Genere: post-punk, indie rock

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