I registi geniali sono sempre dei tiranni paranoici dai metodi discutibili?

Che mondo strano, quello del cinema, e che personaggi strani, i registi. Partendo da Charlie Chaplin fino ad arrivare al più contemporaneo Nicolas Winding Refn, nell’intera storia del cinema ogni regista è stato caratterizzato da un suo stile unico, talvolta fatto di metodi discutibili e di abitudini così poco ortodosse da far sorgere nello spettatore un dubbio quasi amletico: esiste un limite tra genialità e follia? Di seguito, trovate la prima parte della nostra personale collezione di registi e delle loro manie, di capricci e dei loro eccentrici (e, a volte, brutali) modi di realizzare i propri film. Un dossier che, una volta che lo avrete finito di leggere, vi porterà alla fatidica domanda: “ma i registi più geniali sono sempre dei tiranni paranoici dai metodi discutibili?”.

Quentin Tarantino: il regista che scrive tutto a mano

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Sangue, b-movies e tante parolacce. Con il suo cinema che diventa estetizzazione celebrativa della violenza, Quentin Tarantino è, senza ombra di dubbio, uno dei registi americani più celebri degli ultimi anni, riuscendo nella titanica impresa di raggiungere il successo critico e popolare con la realizzazione di soli sette lungometraggi. Noto per il suo stile di scrittura unico e originale, nato dalla metabolizzazione della sua mastodontica cultura cinematografica, e per i dialoghi complessi e incalzanti, il regista di Pulp Fiction dedica gran parte del suo tempo all’elaborazione e alla stesura delle sceneggiature che, come i suoi fan più sfegatati già sapranno, sono scritte interamente a mano: da quanto è stato dichiarato in un’intervista concessa al Filmmaker Magazine, inoltre, avrebbe anche un debole per la dattilografia.

“Ho questo gigante manoscritto, tutto scritto a mano” avrebbe rivelato Quentin Tarantino, svelando uno dei suoi metodi discutibili, il quale consiste nel fare la prima stesura completa a mano, stesura che modifica continuamente fino a quando non giunge alla tanto agognata fine. “Poi la riscrivo tutta sulla mia piccola macchina da scrivere, una Smith Corona” e fin qui tutto normale, non siamo ancora arrivati alla sua eccentrica (e maniacale) abitudine. “Quando la batto [sulla macchina da scrivere, ndr], però, non lo faccio normalmente, digito il tutto con l’ausilio di un dito solo. È un’operazione lunga e ardua, però è ciò che faccio da quando ho realizzato Le iene“. Un processo che, utilizzato da Quentin per vietarsi di rimaneggiare e modificare la sceneggiatura all’infinito, sembra alquanto maniacale, non trovate?

Eppure non è finita qui. Oltre al bizzarro atteggiamento appena descritto, Tarantino ha un’altra piccola mania che riguarda, ancora una volta, le sue sceneggiature: il regista, infatti, riesce a scrivere i suoi script utilizzando solamente delle penne particolari, tre penne in stile retrò (le cosiddette Flair) nere e tre rosse della stessa tipologia. In sua difesa, il creatore di Bastardi Senza Gloria dice di non essere superstizioso nella quotidianità, ma solamente quando si parla di scrittura: è quasi come se si parlasse di un rituale, di una cerimonia.

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Francis Ford Coppola: il regista allergico ai compromessi

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Allergico alle volontà limitative delle major cinematografiche, avverso ad ogni minimo compromesso e sempre volenteroso di realizzare la sua personale idea di cinema, Francis Ford Coppola è uno dei registi che più ha rivoluzionato il panorama di Hollywood, dando origine a quella rivoluzionaria frattura tra il vecchio e il nuovo che cambierà irreversibilmente il modo di interpretare e concepire l’arte cinematografica. Incapace di piegarsi alle imposizioni delle case di produzione cinematografica, Coppola non è mai stato un regista facile, anzi. E la sua caparbietà può essere esemplificata spiegando la complessa realizzazione di uno dei suoi capolavori.

Più che un set, quello di Apocalypse Now si trasformò in una vera e propria guerra: “potete chiedere a chiunque fosse lì con noi e tutti vi diranno che abbiamo combattuto una guerra” disse Dennis Hopper, seguito dallo stesso regista che rivelò che, avendo accesso a troppo denaro e a troppo equipaggiamento, a poco a poco impazzirono tutti.

La meticolosità (che si trasformerà in una sorta di mania) di Francis Ford Coppola porterà alla creazione di un inferno di gravi problemi, alcol e droghe che coinvolgeranno gran parte degli addetti ai lavori, partendo da Dennis Hopper, il quale manteneva una dieta giornaliera di 85 grammi di cocaina, di più di due litri di liquore e di una cassa di birra, fino ad arrivare a Sheen che, per filmare al meglio la scena iniziale a Saigon, restò ubriaco per circa due giorni con il regista che, sfruttando la sua instabile condizione mentale, gli ripeteva costantemente frasi violente e dal forte impatto psicologico: “sei malvagio” gli urlava “voglio che tutto il tuo odio, il tuo male e la tua violenza escano fuori dal tuo corpo”. Lavorare con Coppola porterà l’attore ad avere, dopo un anno di riprese, un grave attacco cardiaco.

Come se non bastasse, l’assurda paranoia vissuta dalla troupe raggiunse il suo apice con le assurde dichiarazioni di Coppola, il quale dichiarò tre volte di volersi suicidare. Corroso dal senso di colpa per aver causato l’attacco cardiaco di Martin Sheen e dagli irrazionali debiti che aveva contratto durante la realizzazione del film, il regista perse del tutto la propria lucidità: Apocalypse Now lo porterà all’esaurimento nervoso e, in seguito, anche ad un grave attacco epilettico. Oltre al dolore fisico, per Francis si aggiungerà quello psicologico, auto-provocato dallo stesso Coppola: convinto che, per raccontare al meglio la storia, fosse necessaria una profonda immedesimazione nella psiche distruttiva del protagonista, il regista si dedicherà alla lettura ossessiva del romanzo Cuore di Tenebra.

Immerso in un dolore irrazionale, il set del capolavoro di Francis Ford Coppola è l’esasperazione di un metodo discutibile che nessuno, nemmeno l’attore più auto-distruttivo, riuscirebbe ad apprezzare.

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Akira Kurosawa: il regista ossessionato dal realismo e dal dettaglio

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Malgrado possa un personaggio immerso in quella calma zen che pervade il suo paese di apparenza, Akira Kurosawa è da sempre noto per la meticolosità che applicava in ogni singolo film da lui realizzato, puntigliosità che contribuirà ad alimentare la venerazione che il pubblico prova nei suoi confronti. Sono molti gli addetti ai lavori che hanno affermato che Akira Kurosawa, regista che si alternava tra lavoro e alcolici, si trasformava in un pazzo perfezionista, tanto da meritarsi il soprannome di Kurosawa Tennō. Ovvero L’Imperatore Kurosawa.

Desideroso di raggiungere risultati curati scrupolosamente, il regista giapponese abbandonava ogni briciolo di tranquillità e razionalità quando si parlava di dettagli, diventandone quasi ossessionato e applicando metodi discutibili, strani e, a tratti, anche crudeli. Un esempio? Il trono di sangue, nel quale il cineasta ha costretto l’attore Toshirō Mifune –che indossava i panni del nobile protagonista Taketoki Washizu– ad essere colpito da vere frecce scoccate da veri arcieri professionisti durante le riprese della scena in cui viene raffigurata la morte del suo personaggio. Lungo il corso della realizzazione, l’attore nipponico agitava le braccia per comunicare le sue condizioni corporee e per impedire alle frecce di colpirlo accidentalmente sul viso o sulle braccia stesse e, conseguentemente, di ferirlo gravemente.

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William Friedkin: il regista che schiaffeggiò un reverendo

Rinomato per il suo stile di regia in grado di risvegliare nello spettatore paure mai (o raramente) provate, William Friedkin è entrato nell’Olimpo dei registi più conosciuti della storia del cinema grazie al capolavoro del brivido L’Esorcista, pietra miliare del panorama horror internazionale.

Soggetto di una vera e propria leggenda metropolitana, L’Esorcista sembra essere stato colpito da una vera e propria maledizione, alimentata dal regista che, stando alle voci, avrebbe persino pagato un prete per benedire il set. Con il suo approccio insolito e aggressivo nei confronti degli addetti ai lavori, Friedkin ha raggiunto il picco di violenza con un episodio che ha suscitato grande scalpore nel panorama cinematografico: durante le riprese di una scena, infatti, il regista avrebbe schiaffeggiato il reverendo William O’Malley, il quale interpretava il ruolo del Padre Dyer, in modo da suscitare in lui una profonda reazione emotiva. La vicenda, inoltre, non è stata l’unico momento di terrore durante la realizzazione del film: per creare un’atmosfera ansiosa e generare una paura irrazionale nei membri del cast, Friedkin ha sparato diverse volte, senza avvertire nessuno. Così, dal nulla.

Il comportamento imprevedibile e, a tratti, terrificante di Friedkin, tuttavia, non dovrebbe essere ingiustificato: stando a ciò che ha dichiarato il regista stesso, il dolore e il terrore che aleggia in ogni suo set renderebbero più realistico ciò che viene mostrato nei suoi film. “Ma deve sembrare reale!” rispose l’americano quando Ellen Burstyn si lamentò delle ripercussioni psicologiche che le stava procurando la sua performance in L’Esorcista.

Ridley Scott: quella volta che, durante le riprese di Alien, il regista terrorizzò tutti

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A partire dal suo debutto negli studi di Hollywood, Ridley Scott si è sempre sforzato di cercare di restituire nella maniera più pura e realistica le emozioni autentiche provate dai suoi attori e l’atmosfera che si respirava durante la realizzazione. Un (eccentrico) metodo per cogliere attraverso l’immagine un fattore extra-sensoriale era quello di costruire enormi scenografie che, claustrofobiche e labirintiche, dominavano i set in cui il regista girava i suoi film, quale la costruzione dell’astronave Nostromo utilizzata nel suo capolavoro del 1979: Alien.

Per attraversare i suoi corridoi intricati e tortuosi, gli attori erano costretti a correre da un’estremità all’altra per raggiungere il punto di uscita. Un percorso che portava al fiatone che affligge ogni membro del cast nel risultato finale. Eppure, forse, il momento più agghiacciante vissuto dagli attori di Alien è stata la ripresa di una sequenza che, con il tempo, è diventata forse la più celebre del lungometraggio: la scena in cui il feto alieno fuoriesce dal petto di John Hurt. La leggenda metropolitana nata attorno all’episodio narra che Scott si era ingegnato per creare uno scherzo macabro che ha lasciato tutti coloro che erano presenti sul set senza parole. Dato che nessuno era a conoscenza del risultato finale –e, per risultato finale, si intende quanto sangue finto sarebbe uscito dalla lacerazione–, i presenti sono rimasti disgustati, dopo aver assistito agli schizzi rossi che allagarono il set. L’orrore degli attori è stato documentato nel taglio finale del film, in cui si vede una Veronica Cartwright chiaramente disgustata.

Nessuno si aspettava l’uscita del feto alieno. “Quello che avete visto durante il lungometraggio è stata la nostra vera reazione. Nessuno aveva idea di cosa diavolo fosse successo” ha rivelato l’attore Tom Skerritt. “Tutto ad un tratto questa cosa spaventosa è venuta fuori”.

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