Sanremo e la social-politica: fenomenologia della canzone italiana

L’arte e la politica: un connubio inscindibile.

Due istituzioni calate nella stessa società, che vivono di reciproche determinazioni. Dai tempi di Platone la filosofia ha indagato il rapporto tra le opere d’arte e lo Stato, a cominciare proprio da quest’ultimo. Nella Repubblica dei filosofi l’arte doveva essere messa al bando, in quanto mimesi di secondo grado delle Idee. Un po’ come la campagna nazista contro la cosiddetta arte degenerata, che nel corso della dittatura hitleriana ha condannato grandi capolavori di Picasso, Van Gogh, Mondrian, Chagall, Kandinsky e molti altri insieme a loro. Un sottile filo rosso che attraversa tutta la storia, che ha sempre determinato l’arte e la sua interpretazione come un atto politico.

Come se la politica, nel senso più stretto del termine, sia connaturata alla manifestazione artistica. Non solo nei tempi più recenti, in cui questa riflessione si è incardinata sulla dicotomia arte di propaganda-arte di denuncia, ma in qualsiasi epoca storica e rispetto ad ogni forma di organizzazione del potere. Persino Hegel, che nella sua ampia riflessione sull’arte congiunge religione e filosofia non riesce a rinunciare alla dimensione storico-politica. Infatti per Hegel il culmine assoluto dell’arte era il romanticismo, condito di quel pangermanesimo che individuava nel popolo tedesco la guida del futuro dell’umanità.

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Oggi chiaramente non viviamo un regime totalitario.

Nonostante questo le declinazioni artistiche che si muovono tra la propaganda e la denuncia sono moltissime, e nascono anche nella dialettica di un regime democratico. Esempio perfetto per cogliere queste sottili sfumature è il recente Festival di Sanremo, che ha portato con sé un’enorme quantità di polemiche. Per iniziare questa breve analisi partiamo dal commento postato sui social dal Ministro dell’Interno Matteo Salvini, subito dopo la proclamazione del vincitore:

In questo post si possono riconoscere dei piccoli dettagli che piegano l’evento musicale ad un atto di propaganda politica. Esprimendo perplessità con l’esclamazione “mah” si riallaccia alla pronuncia del nome del vincitore, Mahmood, piegando alle sue esigenze il gioco di parole che l’artista ha inserito nel suo nome d’arte. La riga successiva “La canzone italiana più bella?!?” ha nel suo centro l’aggettivo “italiana“. Il ministro Salvini, da sempre ispiratore di patriottismo al grido di “Prima gli italiani”, concentra l’attenzione del suo lettore sulla tradizione del festival e sulle origini del cantante. Mahmood infatti, cittadino italiano, ha il padre egiziano, e questo è sufficiente al velo di strumentalizzazione che il Ministro sembra voler far scendere sulla sua vittoria.

La parte più interessante è il terzo rigo di questo post. Nella ricerca perenne del consenso che oggi si gioca molto sui social, il Ministro scrive: Io avrei scelto Ultimo, voi che dite?? Qui gioca la carta più importante, facendosi interprete e sostenitore della volontà popolare. Questo permette a tutti quelli che hanno votato per la vittoria di Ultimo di riconoscersi nelle parole del Ministro e sostenere la sua posizione. Viene applicato il principio base della democrazia delle masse, la demagogia. E l’obiettivo è pienamente centrato, a giudicare dai commenti scritti sui social dai sostenitori di Matteo Salvini; commenti che purtroppo spesso virano verso derive razziste.

Ovviamente questa riflessione prescinde dalle qualità oggettive dell’opera.

La canzone Soldi, nella sede opportuna, può essere analizzata con i criteri musicali e testuali che le sono propri. In questo caso però, come ne prescinde la politica, così ne prescinde il più possibile quest’analisi, che cerca solo di svelare le parti di questa diatriba giocata sulle spalle di Mahmood e del suo inedito. Infatti Matteo Salvini non è l’unico polo di questo discorso, e ci sono altri elementi che possono essere considerati atti politici, a cominciare dalla vittoria stessa di Mahmood.

Soldi è un pezzo stilisticamente fresco nel panorama musicale italiano e Sanremese. Mahmood ha più volte genuinamente affermato la natura del pezzo, infarcito di memorie della sua infanzia e del rapporto col padre. Scrivendolo si è lasciato influenzare da stilemi musicali affini alla tradizione mediorientale. Tra questi, ad esempio, le inflessioni melismatiche della voce nei versi Beve champagne sotto Ramadan/Alla TV danno Jackie Chan, e quella frase in arabo che inserisce più avanti nel pezzo. Sono elementi che, artisticamente, sono solo un valore aggiunto ad un pezzo a suo modo nuovo ed interessante.

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Da valore artistico a bandiera politica.

La situazione delicatissima della questione immigrazione e integrazione spinge l’opinione pubblica ad identificare nel giudizio della giuria di esperti un atto politico. Prescindendo dall’orientamento ideologico dei giurati, è facile riconoscere nella loro decisione una risposta netta e precisa alle complesse dinamiche sociali che si sono stabilite ormai nella maggioranza della popolazione. Una risposta di sinistra, che però assume agli occhi del popolo i caratteri di una deriva autoritaria, perché difforme dal suo giudizio. Infatti il televoto, con un distacco di quasi 30 punti, aveva premiato Ultimo. Quello che poteva essere, banalmente, il giudizio degli esperti, è diventato per l’opinione pubblica una presa di posizione di fronte all’evidenza.

Nemmeno Ultimo si è sottratto alla polemica, dimostrando non solo poca sportività, ma facendo a sua modo della velata demagogia:

Come per riparare alla magra figura fatta in conferenza stampa, il cantante ha ribadito il suo amore per i suoi fan. Canta solo per loro, ultimo tra gli ultimi, forte del loro grande sostegno confermato dal 48% al televoto.

Un quadro piuttosto complesso,

in cui Mahmood ha sentito l’urgenza di ribadire di essere “Italiano al 100%”. Se l’ha fatto è perché ha sentito la propria identità messa in pericolo da una sinistra intellettuale, sempre più lontana dalla volontà popolare, e da una destra che fa demagogia cercando i punti deboli di un’artista e di ciò che propone. Denuncia e propaganda. In mezzo rimane solo Mahmood e il suo destino vincente, che lo porterà a ricongiungersi con una parte di sé quando canterà all’Eurovision Contest a Tel Aviv. Così si coronano una serie di meccanismi che però trovano il loro tempo rispetto all’arte. Perché, seppure è vero che ogni opera e il suo microcosmo sono un atto di politica, l’arte ha una potenza storica che prescinde da ogni chiacchiera che oggi possiamo alimentare.

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