Bring Me the Horizon – Amo: dal deathcore all’indie pop, in cerca di una risposta

Bring Me the Horizon
Bring Me the Horizon - Oli Sykes

Amo, il sesto album dei Bring Me the Horizon, è un connubio incredibile di stili e influenze incrociate.

Come accade sempre, quando una band raggiunge il punto in cui sono arrivati i Bring Me the Horizon, si creano di solito due scuole di pensiero. La prima, spesso sostenuta dai fan storici, che accusa la band di essersi venduta, di aver voluto sposare la moda, di avere adottato sonorità commerciali solo per vendere più dischi.

L’altra, che invece attribuisce a tale cambiamento una maturità artistica non più veicolata ad una concezione esclusivista della musica, e che intende anzi superare ogni confine per raggiungere le proprie massime potenzialità. In tempi nei quali è molto facile fare musica con il computer, e nei quali grazie alla rete le influenze viaggiano molto velocemente, ci troviamo di fronte a sempre più eventi di questo genere. Ne sono esempi l’ultimo album dei Muse, o l’ultimo degli Arcade Fire.

Per alcuni un grande album, per altri un pessimo album.

Noi, almeno nelle vesti di chi scrive questa recensione, sosteniamo la seconda scuola di pensiero: nell’era dei social è inutile fossilizzarsi su di un solo genere, sostenendo l’ideologia incancrenita del rock (o in questo caso, del metal) che deve “combattere il sistema”, e per farlo deve restare assolutamente anti-commerciale. Al contrario, un tale approccio inizia e finisce entro i limiti che si auto-impone. I Bring Me the Horizon l’hanno capito fin da There Is a Hell (ecc., 2010), il loro terzo album, realizzando che, nella musica come nella vita, è difficile mettersi in gioco e tentare di cambiare, rendendosi vulnerabili di fronte agli altri; ma solo questo alla fine porta a risultati concreti. Non a caso, i Bring Me the Horizon sono ora una delle band (ex-)metal più famose e acclamate del pianeta.

Un tale tipo di evoluzione artistica è speculare rispetto ai temi trattati nelle canzoni del quintetto. I testi, tipicamente scritti dal cantante Oli Sykes, affrontano temi delicati come la depressione, l’isolamento, l’alienazione, il nichilismo, e in generale la condizione dell’individuo di fronte alle pressioni del mondo moderno. Gli accenti malinconici, volutamente aggressivi e velatamente traumatizzanti dello stile del gruppo fanno da contrappunto ad un’evoluzione, lirica e filosofica, che di album in album riesce a risalire sempre più all’origine delle paure affrontate. Ciò è tanto più vero in Amo, dove Sykes e soci riescono a concettualizzare con estrema precisione le cause delle problematiche sopra descritte. L’incrocio di influenze diverse è un indicatore chiaro di questo progressivo avanzamento, nella ricerca di una “risposta” artistica ai problemi dell’uomo moderno.

“I need a purpose, I can’t keep surfing
Through this existential misery”

“Ho bisogno di uno scopo, non posso continuare a navigare
Attraverso questa miseria esistenziale” – Mantra

Maturità artistica che è apertura mentale e precisione concettuale.

L’album comincia con la delicata ouverture I Apologize If You Feel Something, un silenzioso synthpop che lentamente introduce i motivi della canzone successiva. Mantra, forse il singolo più memorabile dell’album, arriva subito dopo. La canzone parla di una setta, un credo, un culto, qualcosa nel quale l’essere umano ha bisogno di credere. Il mantra è, secondo varie credenze orientali, la ripetizione di una frase “magica” che, se reiterata, può sconfiggere il dolore e migliorare la condizione dell’individuo. Il pezzo è un hard rock/alternative rock, nel quale si rende chiara fin da subito l’intenzione della band di scartare ogni tecnicismo auto-celebrativo, per accontentarsi invece di riff semplici di chitarra distorta e refrain melodico. Se però arrivati a questo punto pensate di aver già capito come sarà il resto dell’album, siete in errore.

Basta iniziare la terza traccia, Nihilist Blues, forse la migliore del disco, per rendersene conto. Il pezzo oscilla continuamente tra EDM e post-dubstep, dimenticando ogni forma di rock e concedendosi pienamente all’elettronica. Il tocco finale è un featuring di Grimes, che con la sua voce e anche solo con la sua stessa presenza contribuisce alla statura qualitativa della canzone. Con Nihilist Blues, più che con ogni altro pezzo, i Bring Me the Horizon valicano la frontiera finale, dichiarando che non importa quale genere si suona, purché serva ad esprimere ciò che si vuole dire.

I Bring Me the Horizon si spostano costantemente tra i generi, senza lasciare nulla di inesplorato.

Il resto dell’album continua a sperimentare con molti generi differenti: la quarta canzone, In the Dark, è un alternative rock con tratti blues; Wonderful Life, con Dani Filth dei Cradle of Filth, è uno stoner metal/nu metal molto fine anni ’90; Ouch è un intermezzo atmosferico con influenze techno, IDM, e trap.

Segue poi Medicine, una canzone particolarmente “commerciale”, che fa uso del “millennium whoop” (i tratti acuti di synth che spesso si sentono nelle canzoni da radio) e si abbandona tranquillamente ad un melanconico refrain electropop. Sugar Honey Ice & Tea mescola invece “high-pitched vocals” ad uno stile nuovamente aggressivo, a tratti garage/punk. Why You Gotta Kick Me When I’m Down è poi la canzone più evidentemente influenzata dal rap e dalla trap, sia nella ritmica della base musicale, sia nella tecnica vocale, a metà strada verso il flow dei trapper contemporanei.

“Some people are a lot like clouds, you know
‘Cause life’s so much brighter when they go”

“Certe persone sono molto come le nuvole, lo sai
Perché la vita è molto più luminosa quando vanno via” – Medicine

Tra le altre canzoni la più notevole è certamente Heavy Metal, dal titolo auto-esplicativo: nel testo Oli Sykes si rivolge ai critici, immancabili dopo questo album, del cambiamento di suono della band. In realtà, come si diceva, chi conosce e segue i Bring Me the Horizon da anni, e ne ha seguito l’evoluzione, sa che questo gruppo si è costantemente mosso in avanti, cambiando stile e incorporando incessantemente influenze. Forse proprio per questo, anche questa canzone si muove di continuo tra musicalità differenti, ospitando anche il beatboxer Rahzel dal gruppo rap The Roots, e concludendo con un’auto-parodia in screaming dello stile più classico dei BMTH.

Un’evoluzione che si commenta da sola.

In conclusione: Amo è un grande album dei Bring Me the Horizon; forse non il migliore della loro carriera, titolo che sarebbe da attribuire forse a There Is a Hell, forse a Sempiternal (2013). Non il migliore a livello tecnico, e certo non quello più “metal” (anzi, quello più lontano da tale genere). E anche soffermandoci su criteri valutativi classici, come l’originalità delle progressioni di accordi, Amo non emerge particolarmente sui precedenti.

In compenso, questo disco comunica tantissimo, è ricolmo di idee fresche, suoni coinvolgenti, canzoni scritte con decisa ispirazione. Un disco che parla del (e al) proprio tempo, che vuole imporsi e imporre, e deciso una volta di più a spingere in avanti, alla ricerca della succitata “risposta artistica” ai problemi dell’uomo, sempre che esista. Oppure, semplicemente, nel tentativo di fare buona musica, per tutti.

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Bring Me the Horizon – amo; anno di pubblicazione: 2019; genere; rock