Manhattan: il film più europeo di Woody Allen

In Manhattan tre piani narrativi corrono paralleli e regalano una perla cinematografia in uno splendente bianco e nero.

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Manhattan Woody Allen

In principio era George Gershwin, poi la città e poi la componente umana: questi i tre piani narrativi su cui si muove Manhattan, capolavoro di Woody Allen.

Elementi che corrono paralleli – in un ipotetico valzer – per incontrarsi e lasciarsi, fino alla chiusura definitiva. Compaiono gradualmente per far entrare lo spettatore in una sorta di confort zone che riesce a rendere leggeri anche i momenti più spigolosi tipici, comunque, dei lavori di Allen.

La colonna sonora, che incarna perfettamente la passione del regista americano per il jazz, ispira suggestioni dei Ruggenti Anni 20, umanizzando la città e ridandole il ruolo di città di cultura, una sorta di Parigi d’oltreoceano.

Manhattan Woody Allen

Manhattan è forse il film più europeo di Woody Allen, paradossalmente anche più dei suoi film girati in Europa in tempi più recenti. Oltre i numerosi riferimenti culturali e tecnici ai grandi maestri del vecchio continente, nella New York alleniana si respira un’atmosfera dolce, delicata, filtrata da un bianco e nero che riesce a nascondere tutte le contraddizioni del mondo a stelle e strisce.

Non è Taxi Driver, non è C’era una volta in America, non è neanche Il Grande Gatsby (a cui molte atmosfere rimandano), Manhattan sembra girato dalla cinepresa di Bertolucci o Truffaut.

Il secondo piano è la città: una lunga serie di riprese dall’alto e nelle strade montate freneticamente umanizzano la città. I grattacieli, le strade e il traffico diventano parte del film e introducono lo spettatore come in una grande overture; spettacolare ed incompleta allo stesso tempo.

Il terzo piano è, naturalmente, l’uomo.

I personaggi sfruttano il dialogo all’ennesima potenza. Persino il lungo monologo iniziale ha una certa componente dialettica: lo spettatore si sente chiamato in causa, come se potesse intervenire e creare la propria descrizione della Grande Mela.

Capitolo primo. “Adorava New York. La idolatrava smisuratamente…” No, è meglio “la mitizzava smisuratamente”, ecco. “Per lui, in qualunque stagione, questa era ancora una città che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin” (…) 

Insomma, guardiamoci in faccia: io questo libro lo devo vendere. Capitolo primo. “Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. Com’era difficile esistere, in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, televisione, crimine, immondizia…” Troppo arrabbiato. Non devo essere arrabbiato. Capitolo primo. “Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre…” No, aspetta, ci sono: “New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata…”

La Filosofia da Salotto in Manhattan

Manhattan è speciale anche perchè è la perfetta sintesi tra le due anime di Woody Allen: la comicità un po’ rude e surreale che esordisce in Prendi i Soldi e Scappa (e continua in Bananas, Tutto Ciò Che Avreste Voluto Sapere sul Sesso e così via) e la raffinatezza di elucubrazioni sottili e ricercate, ma spesso grossolane come in Io e Annie, Amore e Guerra e La Rosa Purpurea del Cairo.

Muovendo da una banale storia d’amore con una ragazza appena diciottenne, Allen si inventa lo storytelling di autore televisivo di second’ordine ma di grande cultura, che spazia (ironicamente) tra il mentore e l’amante della giovane.

I due parlano di filosofia, di cinema, di vita in una relazione apparentemente asimmetrica.

Ad essere insicuro, però, è lo stesso Isaac (Woody nel film), che in un’appagante inversione di ruoli convince la liceale a passare un periodo di studio all’estero per dedicarsi alla solita Diane Keaton.

Sullo sfondo una critica svogliata e sonnolenta sulla società, sui costumi e sulla cultura, Allen non esita a prendere su di sé il ruolo dell’intellettuale che ricorre al principio di autorità per imporsi nella società dell’opinionismo.

Contro gli Opinionisti

“Se diceva un’altra cosa su Bergman con un cazzotto le rompevo le lenti a contatto!”, dice protestando (e si sa quanto “la rottura degli occhiali” rappresenti il grado massimo di disapprovazione nel mondo alleniano). E ancora: “E poi tutto quel Kierkegaard… è pessimismo adolescenziale, che è un fatto di moda. Voglio dire… Il silenzio… Il silenzio… oddio, ok, ok, ok, certo mi piaceva molto quando ero ad Harvard, ma, mio Dio, esiste il superamento… anche i Bergman li superi!

Manhattan Woody Allen

Presente anche la solita ironia sulla propria religione, quella ebraica, sulla politica (anche in questo Allen è europeo, non sapendo cosa sia l’endorsment), sulla vita e sulla storia. Woody riesce anche a spiegare perchè rimanere in vita:

“il vecchio Groucho Marx per dirne una e… Joe DiMaggio e… secondo movimento della sinfonia Jupiter e… Louis Armstrong, l’incisione di Potato Head Blues e… i film svedesi naturalmente.. L’educazione sentimentale di Flaubert… Marlon Brando, Frank Sinatra…

Nel finale si compie la vera trasformazione, e i tre piani narrativi (musicale, antropologico e sociale) ritornano a coincidere come all’inizio.

Quella che era una ragazzina riesce a dare una lezione al material-pessimista con delle parole volutamente banali. Una sorta di auto-assoluzione per scusarsi dell’intreccio amoroso, ma che riesce ad essere di uno spiccato romanticismo: “Bisogna avere un po’ di fiducia – sai – nella gente”.

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