Gangs of New York – La recensione

"È la storia di un ragazzo che cerca un padre e di un padre che desidera un figlio, sullo sfondo della Frontiera che diventa città, del western che diventa un gangster movie, con in più un tocco di Guerra Civile e di abolizione della schiavitù. Tutto in un film!” (Martin Scorsese)

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Daniel Day-Lewis è il più grande attore vivente.

E’ un’affermazione un po’ azzardata, ma come azzardata risulta in fondo ogni opinione personale. In 26 anni di carriera, nel 1997 aveva partecipato a quindici produzioni, collezionando tra i tanti premi l’Academy Awards (più un’altra nomination), tre candidature al Golden Globe e un BAFTA (più due nomination).

E in quello stesso anno decise di ritirarsi dalle scene, inspiegabilmente. Si trasferì a Firenze, dove si dedicò a imparare il mestiere del calzolaio. Un’apprendistato che durò tre anni, sino al 2001, quando quel mondo tornò a fargli visita.

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Tornò a richiedere – a esigere ancora – il suo contributo, sotto le sembianze di Martin Scorsese. Una proposta, ed ecco che lui, il più grande attore vivente, decise in nome di quel progetto di ritornare sulle scene con una delle sue più straordinarie interpretazioni.

Il travaglio che portò a questo ritorno sembra parallelo a quello dell’opera di cui si apprestava a far parte.

Un travaglio che durava da quasi trent’anni, da quando Scorsese lesse il saggio, dal titolo già di per sé esplicativo, The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld di Herbert Asbury. Una genesi di quel mondo, di quel sottoterra culturale da cui Scorsese è stato sempre ossessionato, da uomo prima che da artista, che gli consegnava attraverso quello scritto le chiavi per descriverne appieno l’oscura epopea. 

Il punto di rottura e di passaggio di consegne, dove “il western diviene gangster-movie” come disse lo stesso Scorsese.

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Sono le premesse del suo film probabilmente più controverso, complesso, sfaccettato, forse non il più riuscito, ma di gran lunga il più epico e ambizioso.

E’ il 1846, in una New York ancora in fase embrionale, un luogo oscuro e popolato da una schiera di nullatenenti disperati, in cui la vita non è altro che una continua lotta per la sopravvivenza. Sopravvivenza basata unicamente sulla sopraffazione del prossimo, sopraffazione fisica nella maggior parte dei casi.

La gang dei Nativi sconfigge in una cruenta battaglia nel cuore dei Five Points di Manhattan quella irlandese dei Conigli Morti, prendendo il controllo del quartiere e esiliando questi ultimi. Muore il leader dei Conigli Morti, ma non suo figlio ancora bambino, Amsterdam Vallon (Leonardo DiCaprio), che per i successivi quattordici anni tramerà la sua vendetta nei confronti del leader dei Nativi, William Cutting (proprio lui, Daniel Day-Lewis), detto il Macellaio, frattanto divenuto un vero signore di New York.

Tra diverse peripezie, turbamenti interiori che vanno dal desiderio di vendetta all’istinto di sopravvivere, dal sentore di ammirazione al senso di colpa, Amsterdam avrà la sua vendetta, mentre New York cambia brutalmente attorno a lui affinché tutto rimanga gattopardianamente così com’è.

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Muovere critiche “negative” a un film di Scorsese è qualcosa che ha sempre il sentore della lesa maestà.

Dire che alcune scelte di soggetto, come il rapporto un po’ troppo spicciolo e melenso tra Amsterdam e Jenny Everdeane (Cameron Diaz) sia una strizzata d’occhio alle richieste dei produttori, forse non è un’ipotesi azzardata.
Dire che la versione estesa e mai distribuita avrebbe reso questa grande epopea sulla nascita di New York, dell’America, del mondo occidentale moderno (o una sua cinica e lucidissima analisi), il suo più grande e definitivo capolavoro, ha invece il sentore della certezza.

Ne esce comunque un’opera, come si è già detto, eterogenea, frastagliata, monumentale nella complessità e quantità di temi trattati, che vanno infine a convergere sulla reale natura delle Mani che Costruirono l’America, sulla sua anima più vera e genuina. Una nazione nata dai violenti e costruita da violenti, nata dal sangue e dalle tribolazioni, dall’odio razziale e dalla paura, pitturati sullo schermo con tratti veloci, nervosi, apparentemente grossolani, come fosse un Van Gogh – e che paiono mostrare, in contraddizione a quella grossolanità, una sottilissima perfidia negli spietati rimandi al presente.

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Bill il Macellaio è l’incarnazione di questa natura vera, Nativa, dei costruttori del Paese dei Sogni.

Un “emigrato” anche lui, in fin dei conti, che tuttavia ha stampato sul suo occhio di vetro – e dunque cieco – il simbolo di quell’aquila per cui si batte con ferocia e abnegazione disumane pur di difenderlo dalla feccia che rischia di infangarlo.

E’ un film di ombre e radissime luci, più simili a bagliori lontani, come il fuoco finale di Non è un paese per vecchi, tanto che viene da domandarsi se la loro presenza non sia altro che un’illusione per andare avanti. Un chiaroscuro caravaggesco reso anche fisicamente in alcune scene dalla splendida fotografia di Michael Ballhaus, che non ha ricevuto l’Oscar solo per un altro superbo lavoro di Conrad L. Hall per Era mio padre.

I titoli di coda di Gangs of New York, nella loro sintetica e asciutta potenza metaforica, sono forse tra i migliori del cinema hollywoodiano del nuovo millennio.

E qui non assegnare l’Oscar per la miglior canzone agli U2, con quel brano quasi calcolatamente irridente rispetto a quanto mostrato nei precedenti centosessantotto minuti, si può azzardare definirlo “rapina”.

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New York cresce, prospera con tutte le sue idiosincrasie e contraddizioni, e pur cancellando dalla storia i grandi capi che la comandarono in quei Giorni della Furia, come già annunziato da Amsterdam, preserva ancora in sé la loro vera essenza.
Preserva ancora in sé lo spirito di quelle Mani che la Costruirono, che la portarono alla luce dal sangue e dalla tribolazione, come fossero mani di ostetriche. Conserva la loro anima pulsante, divenendo perfetta sineddoche del mondo in cui il suo skyline si erge fieramente.

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