Trainspotting (1996) – Recensione

La genesi del cult generazionale che ha animato le menti di tanti cinefili. La visione distaccata di un regista che ha scelto la via del cinema per illustrare la modernità.

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Tanti registi hanno provato ad addentrarsi nel vasto mondo della droga, utilizzando punti vista sempre variegati e differenti.

Ci aveva provato Darren Aronofsky nel 2000 con il tanto acclamato Requiem for A Dream, avvalendosi di una regia e un montaggio superlativi, intenti a catturare l’attenzione dello spettatore e dare spessore alle sensazioni negative che dovrebbero allontanarci da questa realtà moderna poco edificante. Lo stesso Pasolini criticava l’utilizzo di sostanze stupefacenti, giustificando la loro integrazione come una mancanza di cultura, un vuoto da colmare con un aiuto “esterno”(con effetti interni).

Nessuno, però, aveva dimostrato di avere una visione di insieme tanto cruda quanto mentalmente aperta. Si rischiava spesso di cadere nell’inverosimile e nel moralismo, perdendo credibilità e, di conseguenza, la fiducia nell’esposizione da parte dello spettatore. Nel 1996, però, il quarantenne Danny Boyle, con un budget di 1.5 milioni di sterline, decise di dare vita ad una pellicola destinata a rimanere impressa nell’immaginario collettivo nei tanti anni a venire. Ma cosa rese le avventure di Renton e compagni tanto funzionale?

Siamo in Scozia, precisamente ad Edimburgo, la capitale. Una corsa senza fine accompagnata dall’iconica voce di Iggy Pop per le strade affollate del Regno Unito apre il sipario. Il pretesto é quello di illustrare la vita di un gruppo di quattro ragazzi ormai posseduto dall’eroina, senza ideali da seguire e aspirazioni per un futuro sempre più nero. Odio per il proprio Paese, per la propria famiglia, per la routine… una spirale di negatività prossima ad essere affogata nel piacere del vizio. Insomma, una vita a metà tra la beatitudine del Paradiso e la sofferenza dell’Inferno.

Partendo da questa base, il regista inglese decide di dividere la storia in sequenze, nonostante la breve durata della pellicola. Delle sequenze immaginarie, argomentative più che altro. In primis illustra lo stile di vita fuorviante del gruppo,senza porre particolare attenzione nell’accusa vera e propria, come il resto dei concorrenti. La sua é una voce fuori campo, un narratore esterno che lascia giudicare la vicenda al proprio fruitore, senza particolari prese di posizione.

Successivamente, dà spazio alle conseguenze delle loro azioni immature e poco consapevoli, tra problemi giudiziari e morti improvvise, inattese e volutamente prive di un qualsiasi peso emotivo. E’ come la realtà, dove esse non servono a costruire un attimo, ma a spezzarlo senza preavviso, lasciando tutti nello sgomento.

Arriverà poi il momento della redenzione, la prova di poter dimenticare il passato e cominciare una nuova vita, tagliando di netto i rapporti costruiti precedentemente.

Gli amici veri, però, bussano sempre alla porta. E questo succede in Trainspotting

E qui ricomincia di nuovo la spirale, che coinvolge altre persone inizialmente fuori dalla portata. Si scende nel grottesco, dando sfoggio alle qualità rappresentative attraverso la messa in scena delle paure dell’uomo, della consapevolezza di essere imperfetti. Infine, come una fiammata nel cielo settentrionale, le vittime che hanno scelto consapevolmente di esserlo decido unanimemente di tentare ad uscire tutti insieme dalla situazione di stallo che li afflige. Ma qui non c’é più nessun amico che bussa alla porta. Qui c’è il trionfo dell’egoismo, del sacrificio ultimo di chi ha già deciso di sacrificare la propria vita in partenza, la fine di una vicenda travagliata che si spegne senza che nessuno possa accorgersene, nonostante brilli di luce propria.

“La triste scelta imposta dalla catarsi, unico vero strumento di purificazione dell’uomo moderno.”

Per la recensione del sequel clicca qui

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