The Handmaiden, l’inganno nell’inganno di Park Chan-wook

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Negli ultimi anni il cinema sudcoreano ha attirato l’attenzione della critica e del pubblico internazionale. Autori come Kim Ki-duk, Park Chan-wookBong Joonho e altri hanno legato il proprio nome a pellicole dall’atmosfera suggestiva con un tocco poetico; uno sguardo che ammicca affascinato all’arte e la cultura europea ed occidentale. Una cultura che viene rielaborata sotto il segno di una sensibilità più autentica, non ancora persa da una comunità che solo negli ultimi decenni si è avviata verso un’evoluzione sociale. Tra gli interpreti sicuramente più interessante di quest’ orizzonte cinematografico è sicuramente Park Chan-wook, celebre per quella che è la sua opera più nota ed apprezzata, Old boy.  Il regista sudcoreano, nel pieno della sua maturità artistica, mette in scena la trasposizione cinematografica del romanzo “Ladra” di Sara Waters; trasportando il racconto nella Corea degli anni ’30, all’epoca dell’occupazione giapponese. Un truffatore, che ha assunto l’identità di un fantomatico conte Fujiwara, ingaggia una giovane borseggiatrice, Sook-hee, per aiutarlo a frodare una ricca ereditiera. Il piano è semplice, la giovane Sook-hee dovrà farsi assumere in casa di Hideko per persuaderla a sposare il suo complice, e successivamente farla rinchiudere in un ospedale psichiatrico, così da poter mettere le grinfie sul suo patrimonio. Tuttavia tra le due donne si instaura un rapporto morboso, di sottesa attrazione fisica, che infine esplode in una coinvolgente e trasportante relazione sessuale. Lo spettatore viene risucchiato così in un vortice di sensualità ed espresso erotismo saffico, senza che la pellicola ricada mai nell‘atto volgare di spogliare corpi con intenti provocatori o nella misera strategia di richiamare in sala un numero maggiore di spettatori paganti. Il piano di Fujiwara si dimostra essere un’ulteriore truffa, un inganno nell’inganno, in cui allo stesso modo anche lo spettatore è coinvolto. Il cosiddetto conte di Fujiwaraprecedentemente d’accordo con la giovane ereditiera, sfrutta inconsciamente Sook-hee perché sia lei ad essere rinchiusa nell’ospedale psichiatrico, in modo tale da permettere Hideko di sfuggire alle grinfie dello zio ed essere libera ed in possesso delle proprie ricchezze, da dividere ovviamente con il truffatore. Portando ad un livello narrativo superiore il racconto originario della Waters, Chan-wook aggiunge un ulteriore elemento strutturale, attraverso il quale la visione dello spettatore coincide in un primo momento con quella di Sook-hee, che è la vera vittima della truffa, e successivamente con la visione di Hideko, che attraverso i suoi occhi e la sua narrazione ne mostra il gioco perverso e contorto, il suo doppio inganno. Nella seconda parte allo spettatore allora vengono mostrati nuovamente momenti significati della prima, durante la quale aveva creduto nel procedere in un determinato modo della trama. Ne vengono ora mostrate le sfumature, il punto di vista cambia, passando ora a coincidere con quello di Hideko. Ciò che Chan-wook aveva messo in scena si dimostra falso, confuso, veicolato in modo tale da manipolare la percezione dello spettatore; perché creda a quello che gli si vuol far credere. Ma ora l’inganno è svelato, o almeno l’inganno si dimostra essere tale in parte. Hideko nel frattempo si innamora davvero di Sook-hee, tanto da decidere di confessarle il suo accorto con il conte e risparmiarle la prigionia. Insieme le due donne elaboreranno un piano per poter ingannare allo stesso modo il conte Fujiwara e lo zio di HidekoKouzuki; al fine di ottenere libertà per entrambi e le ricchezze della giovane ereditiera. Chanwook ricrea un thriller psicologico dalle tinte erotiche, ai limiti della perversione sadomasochistica e voyueristica; riproposta tuttavia in maniera raffinata, da non ricadere nel volgare. Rappresentando sul grande schermo una sessualità profusa e accesa, espressa ma non mostrata; in cui la messa in scena invita a vedere più di quanto sia realmente evidente. Chanwook, dimostra nuovamente la sua maestria alla regia, creando un’opera decisamente più raffinata di quelle precedenti. La macchina da presa crea inquadrature eleganti e simmetriche, procedendo con passo felino sulla scena e tra i movimenti dei personaggi che in essa trovano posto. La pellicola è caratterizzata da una fotografia visivamente bilanciata ma di grande energia estetica, in cui si contrappone un uso freddo della luce che smorza i colori scuri e allo stesso tempo vivace, rafforzando tinte più calde. Agassi è il culmine dell’opera di Chan-woo, il suo capolavoro, per composizione e costruzione della messa in scena. E’ l’esempio, e il punto d’arrivo di confluenti forze economiche del paese, che presa coscienza del lustro raggiunto dall’industria cinematografica sudcoreano, convergono le proprie energie e i propri sforzi verso una crescita di tale industria, con lo scopo di incrementare qualità e quantità dei suoi prodotti. Si prefigura forse un cammino verso un processo di americanizzazione, che ci auguriamo manchi nell’avvenire, poiché priverebbe il cinema sudocoreano di quella sensibilità e autenticità che ne ha fatto una perla del cinema asiatico e globale.

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